Attraverso la conflagrazione del nuovo assetto se ne sentiva oscuramente la provvisorietà. La stampa libera durante la rivoluzione aveva abituato alla libertà di parola degradandosi in tutti i suoi eccessi; costretta adesso alla musoliera acuiva nel silenzio la critica d'ogni atto governativo; l'esilio, il carcere, la morte prodigata ai migliori rivoluzionari, rinnovando i martirii, purificavano la religione della libertà e ne aumentavano i neofiti; la reazione dei governi rendeva stranieri e parricidi quanti vi prestavano mano. Quindi la modernità urgeva con inesauribile ed instancabile varietà di motivi le ristorazioni: telegrafi e ferrovie concesse prima fra gli applausi, poi mirabilmente propagatesi sviluppando commerci ed industrie, forzavano le barriere doganali interne con esigenze di nuove provvisioni economiche; le università riparate all'ombra della scienza salvavano molti professori dalle persecuzioni, educando scolari alle imminenti rivoluzioni; ogni miglioramento agricolo covava un germe di emancipazione, ogni congresso diventava assemblea, i teatri pronti a profittare d'ogni commedia più volgare applaudendo le reticenze o le allusioni si mutavano in comizi. L'odio all'Austria, non più compresso dal terrore di prima, giacchè soldati italiani improvvisati avevano potuto vincerla in campo aperto, diventava disprezzo per i governi nazionali, che alla prima sconfitta di quella sarebbero caduti: si pensava, si lavorava, si cospirava con nuova alacrità. Le comunicazioni e gli scambi stringevano relazioni fra provincia e provincia; ogni relazione si cangiava prestamente in vincolo politico. L'unità della disfatta patita dalla rivoluzione si ripeteva nell'unità delle persecuzioni inflitte ai migliori, nell'unità austriacante della politica di tutti i governi nazionali, nell'unità vincitrice dell'Austria rimasta sola nemica, nell'unità vinta del papato che nessuno più temeva e nel quale nessuno più sperava, nell'unità creatrice del Piemonte che incolume nella rovina universale, libero nella schiavitù di tutti, ancora armato fra gl'inermi, rivoluzionario e costituzionale, s'apriva come un asilo agli esuli e si muniva daccapo come campo per una probabile guerra.

Popoli e governi stavano fisi al Piemonte: l'Austria lo vegliava minacciosa, Francia lo proteggeva mal fida, la storia d'Italia lo fortificava ogni giorno, proseguendo nel lavoro di molti secoli, per agglomerare intorno ad esso tutta la nazione. Azioni e reazioni dovevano egualmente giovargli: la politica pazzamente antiliberale ed antinazionale degli altri governi faceva già del Piemonte la patria di tutti gl'italiani; Mazzini, lontano nell'esilio, agitava ancora la fiaccola dell'ideale repubblicano, Garibaldi, ramingante sui mari, sembrava attendere un segnale per tentare uno sbarco irresistibile, il conte di Cavour saliva al ministero piemontese per cogliere in Europa la prima occasione di rivincita.

L'impossibilità di governare non solo onestamente ma razionalmente aumentava ogni giorno per tutti i governi. Occasioni e pretesti d'opposizione formicolavano: la reazione forzata a diminuire di rigore per l'impossibilità di aumentarlo s'abbatteva in ostacoli insormontabili sorretti dall'inerzia dei cittadini, ed erano sdegnose ripulse di concorso in opere pubbliche, interpretazioni liberali date alle più restie circostanze, silenzi opprimenti di dispregio, invettive incriminabili per doppio senso. Il progresso europeo urgeva il progresso italiano. La resistenza dei governi appoggiantisi sull'Austria li precipitava in un pericolo d'annullamento pari a quello minacciato loro dal popolo, giacchè l'occupazione straniera esautorando la loro autorità dissanguava le finanze di ogni stato. Intanto la democrazia informava con miracolosa rapidità tutte le forme di vita moderna: mutati i criteri d'educazione domestica, riconosciuti falsi i metodi dell'antica pubblica economia; l'emancipazione letteraria favorendo quella religiosa abituava sempre più all'indipendenza assoluta dello spirito, nessuna tradizione regia od aristocratica resisteva nelle nuove abitudini, i vecchi poteri della chiesa e dello stato non avevano più altra forza che i gendarmi delle polizie e le milizie straniere.

Se non si vedeva ancora chiaramente qual metodo la libertà sceglierebbe per raggiungere l'unità della patria, e il mirabile spettacolo del Piemonte giganteggiante sulla prostrazione degli altri governi non affidava ancora interamente la nazione sulla possibilità d'una sua conquista regia che saldasse in un solo tutti i principati liberando l'Italia dallo straniero, mentre il mazzinianismo quasi galvanizzato dai disastri riaffermava superbamente le speranze di unità repubblicana, nullameno l'impossibilità di credere ai governi reazionari e la fatalità d'una qualunque soluzione al problema politico italiano bastavano a preparare gli spiriti ad un mutamento radicale di assetto, appena l'occasione se ne presentasse.

Luigi Bonaparte rinnovando in Francia l'impero napoleonico ne avrebbe facilmente suscitata qualcuna, la Germania avendo fallito come l'Italia la propria rivoluzione doveva ripetere il duello secolare fra l'Austria e la Prussia, l'espansione del mondo slavo nei Principati Danubiani complicata col problema turco bastava sola a produrre terribili ed inimmaginabili motivi di guerra.

Gli ultimi tiranni d'Italia infellonivano quindi sui propri sudditi collo spavento spasmodico di chi uccide per difendersi, e sa nullameno di non potere uccidere abbastanza per salvarsi.

Regno napoletano.

Soffocata per le vie di Napoli la rivoluzione nel sangue dei cittadini, domate le Calabrie, riconquistata con nefande crudeltà la Sicilia, re Ferdinando non osò ancora trarsi la maschera di re costituzionale ritirando la costituzione. L'elezione di Luigi Bonaparte alla presidenza della republica francese l'inanimì: il piccolo tiranno fiutava nel nuovo presidente il futuro grande despota. Così prorogò il parlamento. Poi rassicurato dalla caduta di Carlo Alberto e della republica romana lo sciolse per non più convocarlo, rinviando in Sicilia il truce Filangeri e mutando i ministri diventati da ultimo suoi complici. S'iniziarono processi: spie testimoniavano, giudici accusavano, si mirava sopratutto a disonorare gli accusati, si mutava la suprema corte di giustizia in corte speciale perchè le condanne fossero più spicce ed infami. Sessantacinque cittadini fra i più illustri, Zuppetta, Saliceti, Imbriani, Spaventa, Pisanelli, Poerio, Leopardi, Massari, furono denunciati da una inquisizione senza nome: Navarra, presidente della corte, ve ne aggiunse altri trentasette, fra i quali Scialoia e De Meis; pochi giunsero a salvarsi nell'esilio, la maggior parte vennero gettati nelle prigioni. Settembrini, Agresti, Faucitano furono condannati a morte, tratti in conforteria e graziati dopo due giorni; altri sette condannati più tardi a morte ebbero la pena commutata in quella dei ferri dagli otto ai trent'anni. Re Ferdinando non osando più le condanne di morte raffinava i supplizi. Tutti quegl'illustri furono mischiati nelle carceri immonde coi più immondi ribaldi, e vi durarono lunghi anni, laceri, affamati, incatenati, sublimi di dolore e di costanza. Guglielmo Gladstone celebre ministro inglese che li visitò nelle prigioni di Nisida e di Santo Stefano (1851), ne rimase così inorridito, che scrivendone a lord Aberdeen, in lettere rimaste poi celebri, definì il governo borbonico: «negazione di Dio».

Nella Sicilia la reazione fu anco peggiore. Incendi e massacri guastarono intere città: cinquecento liberali riempirono nei primi giorni le carceri dell'isola; il generale Filangeri sostituiva tribunali militari agli ordinari, giovandosi d'ogni fremito del paese per crescere il rigore delle repressioni; imprigionava, condannava a caso, per denunzia, per capriccio. Unico sollievo all'isola infelice fu la rivalità scoppiata fra il Filangeri ed il Cassisi nuovo governatore; ma anche questa di lieve durata, giacchè il richiamo del generale e la sua sostituzione col principe di Castelcicala lasciò al tristo proconsolo libertà d'inseverire.

Tutto lo stato languiva sebbene le finanze del governo fossero relativamente prospere: si compì qualche opera pubblica, s'unirono al mare i laghi di Lucrino e d'Averno, ma lo spirito del paese immiserì. L'esercito, rimasto ligio al re e adoperato come micidiale strumento di polizia, non crebbe a valore di disciplina e di coscienza; la costituzione non cassata rimase satira sanguinosa per coloro che l'avevano creduta, e scusa alle rimostranze dei gabinetti europei forzati dall'eco delle miserie napoletane ad uscire dalle solite riserve. Di governo, nel vero senso della parola, non era a dire: un sinistro brigantaggio dominava corte, polizia e magistratura; una parte della borghesia benchè priva dei propri capi seguitava a cospirare in silenzio, ma la distanza dalla grande valle del Po, centro del vero moto politico, la tradizione, l'indole e sopratutto la forza del governo non consentivano vera efficacia alle sue congiure. Fra le troppe incoerenze politiche d'allora si pensò a sostituire il principe Murat a Ferdinando di Borbone; corsero pratiche; Napoleone III mestava nell'intrigo, il ricordo del primo regno murattiano e la vanità di autonomia favorivano il disegno; Lisabe Ruffoni ed Aurelio Saliceti, già triumviro della republica romana, vi si mescolarono perdendo senno e reputazione, mentre lo stesso conte di Cavour nelle inestricabili ambagi della propria politica sembrava subire l'imperiale volontà francese, e i più illustri esuli napoletani protestavano fieramente dalle carceri contro questo insano baratto di padroni e di servi.