Quando il conte di Cavour dopo la gloriosa e fortunata guerra di Crimea sollevò la questione d'Italia al congresso di Parigi, i gabinetti francese ed inglese instarono presso re Ferdinando per ridurlo a qualche mitezza coi sudditi, sino a ritirare da Napoli i propri ambasciatori; ma questi sicuro di non essere militarmente assalito rimase sordo ad ogni rimostranza. Poco più tardi un vano tentativo d'insurrezione in Sicilia, guidato da un Francesco Bentivegna (1856), e un altro di regicidio arrischiato da Agesilao Milano, fanatico ammirabile di coraggio, finirono di persuadergli a non allentare i freni al popolo. Infatti nessuna concessione avrebbe potuto riconciliare questo col re. L'antitesi politica era insolubile: o il regno napoletano sorpassando il Piemonte nella politica nazionale avrebbe mirato alla conquista d'Italia, o contraddicendovi indietreggerebbe fatalmente nella reazione. Il dilemma storico si era troppo rasserrato per consentire ancora il vecchio gioco degli espedienti.

Re Ferdinando parve accorgersene, ma non reggendo più al peso della stessa sua reazione, consentì alla deportazione di molti fra i più illustri prigionieri, per chiudersi nel castello di Caserta incalzato da inconfessabili terrori. Napoli e tutto lo stato rimasero alla mercè della più ignobile delle polizie.

Stato pontificio.

E di polizia era il governo papale, piuttosto soffocato che sorretto dalla doppia occupazione francese ed austriaca.

Caduta la republica romana, mentre i più nobili rivoluzionari riprendevano in esodo più doloroso la via dell'esilio, il generale Oudinot assunse nella città la dittatura militare. I suoi primi decreti scioglievano governo, assemblea, guardia nazionale, circoli: intimato il disarmo a tutti i cittadini, soppressi i giornali, vietata ogni adunanza. Poichè l'odio popolare irritato dalla burbanza francese prorompeva a coltellate, furono prese le più severe misure, sostituendo i tribunali militari agli ordinari pei delitti politici. Roma pareva conquistata. Il papa sempre chiuso nella fortezza di Gaeta non affrettava il ritorno; poi da Portici diramò una enciclica, nella quale, calunniando bassamente gli uomini della republica, vantava con ingenua senilità la crociata cattolica, che lo rimetteva sul trono contro la volontà dei propri sudditi. Infatti 256 municipii, e fra questi i maggiori, avevano per un ultimo afflato rivoluzionario protestato contro la reintegrazione politica del papato. A riordinare lo stato, imitando inconsciamente la republica, fu delegato un triumvirato di cardinali, che il popolo dalla veste e dal sangue versato chiamò rosso: lo componevano i cardinali Della Genga, Vannicelli ed Altieri. Intanto nelle Provincie settentrionali i generali austriaci con irresistibile tracotanza s'erano impadroniti d'ogni potere e satrapeggiavano; delegati e prolegati pontifici strillavano indarno all'esautorazione; il cardinale segretario Antonelli, favorevole un tempo alle riforme piane, lasciava correre per castigare più acerbamente le ribelli popolazioni togliendo loro per sempre la voglia degli statuti. A Bologna il generale Gorzkowsky arrestò e multò di duemila scudi il senatore Zanolini ed altri diciotto consiglieri, perchè dopo aver protestato contro la violenza di siffatta ristorazione clericale chiedevano la conservazione dello statuto. E questa rappresentanza comunale, punita come rivoluzionaria dagli austriaci, era la stessa che poco prima aveva mandato a Gaeta una deputazione a pregare il pontefice di scegliere Bologna a nuova capitale. Ciceruacchio, suddito pontificio, era già stato fucilato dai tedeschi nel Polesine; Ugo Bassi, barnabita garibaldino, anima gentile di poeta e di tribuno, caduto a Comacchio in mano dei gendarmi papalini e consegnato da questi al comandante austriaco, venne fucilato a Bologna. Una reazione spaventosa desolava le Provincie: preti e tedeschi inseverivano, quelli per odio alle passate rivoluzioni, questi per necessità di conquista. Giammai l'autorità del pontefice sulle proprie terre era stata più oltraggiata.

Intanto il governo francese insisteva perchè il papa concedesse qualche libertà ai proprii popoli. Luigi Bonaparte, intento a prepararsi il trono d'imperatore ma costretto a nascondere il vero scopo della spedizione francese a Roma davanti agli assalti della sinistra parlamentare, alla testa della quale tuonava terribile la voce di Victor Hugo, mandava per nuova lustra diplomatica il colonnello Ney al generale Rostolan, succeduto all'Oudinot, perchè avvisasse ad impedire le trascendenze papali. I legati francesi alla conferenza di Gaeta dovevano intanto chiedere al papa amnistia generale, amministrazione laica, codice napoleonico e reggimento liberale.

Era la stessa impossibilità, per la quale Pellegrino Rossi era morto.

Naturalmente non ne fu nulla. Il papato, che lasciava trascendere gli austriaci nella repressione, inalberò ai consigli liberali di Francia, pei quali avrebbe dovuto ricominciare l'assurda prova delle riforme. Luigi Bonaparte, che a diventare imperatore aveva d'uopo sopratutto dell'appoggio dei clericali francesi, non osando guastarsi col papa finse di accontentarsi «delle istituzioni municipali, provinciali e governative, che nel vero interesse da cui Sua Santità è animata pel bene de' suoi sudditi» Pio IX era disposto ad accordare.

Un Motu proprio bandito da Portici (12 settembre 1849) le rivelò.

Erano un Consiglio di Stato consulente in materia di legislazione e di amministrazione, e una Consulta di finanza senz'altro ufficio che di dare pareri; si mantenevano i consigli provinciali, da cui il principe estraeva i consultori di finanza; si confermavano le rappresentanze comunali eleggibili da cittadini di un dato censo, e queste rappresentanze compilavano le liste per la scelta dei consiglieri provinciali; si promettevano riforme nell'ordinamento giudiziario e nella legislazione civile, criminale ed amministrativa da proporsi da una commissione all'uopo nominata; ultima veniva un'amnistia a tutti coloro «i quali dalle limitazioni, che verranno espresse, non rimangano esclusi da questo benefizio». Si ritornava così press'a poco ai tempi anteriori allo statuto. Il triumvirato rosso, incaricato delle limitazioni all'amnistia, ne escludeva tutti i membri del governo provvisorio e dell'assemblea costituente, del triumvirato e del governo della republica, i comandanti le milizie e coloro che compresi nella prima amnistia, avevano partecipato «agli ultimi rivolgimenti». Nullameno erano tolti agli amnistiati gli uffici governativi, provinciali e comunali. Nessuno dei colpevoli rimaneva quindi degno di perdono. Dopo i rivoluzionari dovettero esulare i moderati neo-guelfi, che più avevano osteggiato la republica: Mamiani, Galeotti, il padre Ventura ricalcarono le orme di Mazzini, di Garibaldi e di Saffi. Consigli di censura improvvisati per vagliare la classe degli stipendiati così dello stato come delle provincie e dei comuni soffiarono il terrore persino nelle file dei servitori della reazione: la republica romana aveva rispettato il clero, la reazione papale gettò cinquanta preti nelle prigioni di Castel Sant'Angelo rei di liberalismo, e a Bologna e più tardi a Mantova si macchiò del loro sangue.