Giovane, alacre, ignorante ma superbo di confidenza in se medesimo, si butta agli affari: compra senza denaro una vasta terra, ne muta la coltura, s'improvvisa agricoltore e sindaco del proprio villaggio, scruta la vita nei più umili particolari, impara uomini e cose, mescola relazioni signorili, borghesi e popolane, si correda di studi pratici, viaggia in Francia e in Inghilterra, non sospettando ancora se stesso e nullameno scherzando sulla possibilità di essere un giorno primo ministro d'Italia. Se scarseggia tuttavia di idee, i suoi istinti sono molti e sicuri: è un liberale e un aristocratico intento ad assimilarsi la modernità della borghesia. Le sue opinioni originali per difetto di coltura derivano dall'esperienza e mirano alla pratica: l'equilibrio delle sue facoltà mezzane togliendolo al pericolo delle grandi ascensioni del pensiero lo salva pure dalle incertezze, anche più perigliose delle discese dai sistemi alle applicazioni quotidiane della vita reale. Mentre Parigi seduce in lui il giovine libertino, l'Inghilterra attira già l'uomo colle meraviglie della sua industria e i miracoli del governo parlamentare. Involontariamente le sue lettere di viaggiatore tradiscono il progresso del suo spirito: la politica vi domina, ma piana, senza ideali e senza sistemi, liberale d'istinti e di metodi, parca d'entusiasmi, pronta a subire le cose dopo averne valutata la forza irresistibile, con un'antipatia quasi irragionevole per tutte le forme ed anche le grandezze rivoluzionarie. La sua sola passione è la libertà parlamentare misurata da leggi regolarmente votate, espressa da partiti ordinati, praticata dal paese come un'abitudine di benessere materiale e morale.
Nella sua ignoranza di ufficiale, di agricoltore, di gentiluomo e di sindaco, che istruendosi non riflette se non a quanto gli cade sott'occhio e non mira che ad acquistare nozioni scientifiche praticabili, la storia e la nazione, che conosce meno, è quella d'Italia; pensa, parla, scrive in francese. Intravede confusamente il moto ascendente delle plebi, e improvvisa un opuscolo volgare di pensiero, povero di dottrina ma sicuro di buon senso sul modo di combattere lo sviluppo delle idee comuniste; avverte l'agitazione accresciuta allora dal grande tribuno cattolico O' Connell in Irlanda contro la tirannia inglese, e temerariamente in un libercolo, che la sua gloria di statista rese poi celebre, affronta il problema della conciliazione fra i due paesi con un sistema di riforme che non sfiorano nemmeno il nocciolo della questione, ma accennano già alla futura destrezza dell'uomo di governo altrettanto scarso di principi quanto fertile d'espedienti, più abile a coordinare una rivoluzione che a sorprenderne l'idea e a suscitarne le forze.
Se da principio il suo liberalismo è tale da strappargli in una lettera l'augurio di poter dare persino ai gesuiti il quadruplo della libertà, che essi concedevano ai popoli sui quali imperavano; mentre invece tutto l'eroismo dei rivoluzionari lo lascia nella più perfetta insensibilità, e i prodigi di pensiero accumulati nei prodromi della grande rivoluzione federale del 1848 sfuggono alla sua così penetrante attenzione sino a permettergli di rallegrarsi con Michelangelo Castelli della caduta della republica romana; presto un implacabile buon senso lo arresta. Della propaganda e della guerra rivoluzionaria egli non vede che l'arruffio dei propositi, la sproporzione goffa dei mezzi, l'inconsistenza degli ordini, l'inanità tragica e spesso ribalda delle sètte, l'assoluta mancanza di senno pratico e politico. Il segreto ideale della rivoluzione gli si nasconde, ma nessuna delle sue chimere lo inganna. La vecchia società aristocratica, donde è uscito, non vuole avanzare; la nuova, ove sta per entrare, non sa ancora procedere.
Mentre Gioberti delira nella lirica filosofica del Primato, Balbo s'inganna a studiare per l'Italia Speranze di risorgimento fuori della sua storia e della sua vita, D'Azeglio si conforta e conforta scrivendo romanzi migliori di patriottismo che di arte, Cavour nè filosofo, nè storico, nè letterato, non ancora mescolatosi alla vita pubblica, osserva e critica. Egualmente lontano dalla rivoluzione e dalla reazione egli è già un giusto mezzo; ma in questo limbo, ove il pensiero dovrebbe per forza farglisi dottrinario e l'azione diminuire gradatamente in una improba inefficacia, il suo spirito operoso si salva collo studio e collo stimolo degli interessi. Come tutti i veramente forti egli è paziente. Anzichè scomporsi indarno per inoltrare sulla scena politica affrettando la propria ora, si mette fra i fondatori della Società agraria, ne redige gli statuti, provoca comizi, nei quali sotto pretesto di agricoltura s'aguzza lo spirito di discussione, e i problemi più vitali si famigliarizzano anche alle intelligenze volgari; col conte di Salmour diffonde la istituzione delle Sale d'Asilo, col marchese Alfieri fonda un club liberale dal titolo inoffensivo di Società del Whist, commenta i viaggi agronomici del marchese di Châteauvieux, s'addentra in tutte le questioni finanziarie senza preparazione di studi economici, guidato dalla luce del proprio ingegno e ricorreggendolo continuamente nella pratica universale, s'appassiona a disegni ferroviari, a trattati di commercio, a istituti di cambio, con una superba trascuranza di ogni teoria e una sicurezza d'analisi e una costanza di preferenze, che nel liberalismo economico preparano un più vasto liberalismo politico.
Mentre intorno a lui la rettorica dell'italianità vaneggia nelle più sciatte e pericolose pretensioni, a trentasei anni, nel 1847, prima che la costituzione sia concessa, si preoccupa già della necessaria abilità parlamentare. Naturalmente simpatie e modelli sono per lui in Inghilterra. Le riforme di Robert Peel lo esaltano, la livida minacciosa figura di Pitt lo ammalia benchè troppo a lui opposta di natura, Canning, Fox, Burke gl'ispirano il desiderio di quell'eloquenza infallibile nella misura, nutrita di fatti, altrettanto temuta nelle repliche quanto ammirata nelle esposizioni, così necessaria ad un uomo di stato, e che l'inartistica aridità della sua natura gli contenderà sempre, anche nella foga più veemente delle battaglie o nella più esuberante prepotenza delle vittorie.
Nessuno lo sospetta ancora, molti lo dileggiano per quel continuo vantare le istituzioni inglesi, e lo chiamano milord.
Ma le tempeste dell'azione lo attirano irresistibilmente. Con D'Azeglio e con Balbo fonda un giornale, il Risorgimento, per sostenere l'accordo necessario fra popoli e principi; se non che questa tesi dei riformisti gli si muta improvvisamente fra le mani. Genova alle prime aure calde del quarantotto manda una deputazione a Carlo Alberto per chiedere l'espulsione dei gesuiti, e l'antico paggio del principe di Carignano diventato re, ricordandosi lo spirito del suo signore, con pronta e meditata temerità sorpassa i più democratici, e propone si domandi la costituzione. Questa concessa, mentre la rivoluzione scoppia in tutta l'Europa e la Lombardia è già in fiamme e a Torino i più saggi titubano ancora, Cavour insta perchè si passi subito il Ticino; combatte l'ipocrisia democratica di subordinare l'unione della Lombardia col Piemonte alla chimera di un assemblea costituente, sostenendo energicamente la necessità della loro fusione immediata. Finita la guerra nei più dolorosi rovesci, non perde la calma e s'oppone a coloro che vorrebbero pazzamente proseguirla con un esercito disorganizzato, senza tener conto nè della forza irresistibile dell'Austria, nè dell'opinione dell'Europa.
Poco dopo Gioberti sale al ministero sul vento di una pericolosa popolarità e Cavour temendo pel Piemonte un disastro di nuove follie lo combatte aspramente; ma Gioberti staccandosi dal proprio partito vuole invece fare del Piemonte uno strumento nazionale per la restaurazione, riconducendo colle armi il granduca a Firenze e il papa a Roma, e Cavour ingannandosi questa volta lo sostiene. Così egli ha già fissa e matura la propria idea: la rivoluzione deve accadere ma senza nè idee nè mezzi rivoluzionari portando il Piemonte alla conquista d'Italia. Solo in tal modo l'unità nazionale sarà possibile. Ma questa unità per lui non significa che l'espulsione dell'Austria; dopo l'egemonia del Piemonte farà il resto. Il suo disegno si arresta alla ricostruzione del primo regno italico. Egli non immagina nemmeno come disfarsi del granducato di Toscana; il problema dello stato pontificio gli si presenta insolubile: tutto al più si potrebbe staccarne quelle legazioni, che gli austriaci posseggono militarmente; il regno di Napoli così lungi è appena italiano per lui e non conta nel calcolo della sua politica. Per ora egli non è che piemontese; l'Italia sarà una conseguenza del Piemonte.
Quindi nessuno lo comprende.
La sincerità del suo patriottismo ristretto non è riconosciuta, la temperanza delle sue idee pare insufficienza, la precisione dei suoi propositi pratici volgarità: gli aristocratici sospettano di lui novatore, i democratici diffidano di lui costituzionale, il suo vivo senso piemontese contrasta all'italianismo effervescente ed insieme profondo dell'ora: nascita, educazione, concetti, modi, tutto gli è contro. Lo si accusa di codinismo, lo si isola nell'inazione. Ma la sua fibra si tempra nei contrasti, l'elasticità della sua natura si raddoppia, l'infallibile sicurezza del suo buon senso costringe grado grado alla stima: mentre tutti sono sbaragliati egli solo confida, quando piazza e corte recriminano egli solo è già inteso alla nuova preparazione. Qualche cosa dell'antica scienza politica italiana è rimasta in lui. Se nel patriottismo di Mazzini vi è del Machiavelli, in quello del conte di Cavour traspare Guicciardini: per l'uno la politica è una lotta di idee, per l'altro una guerra di fatti. Per Cavour tutto è mezzo, e il problema impostogli dalla scena politica va risolto coi dati della scena stessa; Mazzini fida nei popoli, Cavour non crede alla loro forza rivoluzionaria e si prepara a destreggiarsi coi governi. Nel proprio calcolo deve tener conto dell'Europa, nell'azione sorpassare il Piemonte senza comprometterlo. Così gli occorre anzitutto il potere, ma in esso bisogna risolvere prima il difficile problema di una dittatura parlamentare e ministeriale, non esorbitando mai dalle funzioni e creando la fede nella monarchia col rispetto alla libertà statutaria. Se ai tempi di Guicciardini nei mezzi della politica entrava anche l'assassinio, Cavour nel tempo moderno non potrà che assassinare moralmente l'avversario per meglio sfruttarne l'opera; ma lo farà con ammirabile perfidia disonorando Mazzini in faccia all'Italia e accusando Garibaldi davanti all'Europa. Questa facile e terribile abilità, che all'ingenuo D'Azeglio strapperà come in un grido di sdegno la parola: «empio!», congiunta sempre al più aristocratico disinteresse personale, lo renderà a certi momenti un enigma per amici e nemici. E la sua ambizione sarà così bonaria, il suo orgoglio così duttile, la sua ingratitudine così sensata, il coraggio de' suoi mercati così malizioso, la prontezza al guadagno così fulminea che disegni insufficienti o sbagliati gli trionferanno imprevedibilmente fra mano, mentre il mondo stupito li crederà concetti nell'infallibilità e il genio de' suoi stessi avversari ne parrà sopraffatto.