Anzitutto era d'uopo esistere. Guerra e rivoluzione avevano stremato il paese, quella rivelando i pessimi ordini dell'esercito, questa sconvolgendo le idee e scrollando sulle vecchie basi tutti gl'interessi. Le finanze erano esauste, disfatta la milizia, poche le risorse, le istituzioni economiche sbaragliate, le politiche mal certe: bisognava ricreare non ripristinare. La conservazione dello statuto obbligava il Piemonte ad una preparazione rivoluzionaria più costosa della guerra passata per potersi rimettere in un momento ancora imprecisabile alla testa della nazione contro l'Austria. Ma il paese era povero: aggravandolo di nuove tasse bisognava schiudergli altre ricchezze; spingendolo sulla via della rivoluzione conveniva mantenerlo inflessibilmente nell'orbita monarchica; togliendogli l'entusiasmo democratico si doveva dargli un'ardente fede monarchica; limitandogli lo sviluppo della libertà era sopratutto necessario assicurargli in una prossima rivincita il trionfo della indipendenza nazionale.
Mai problema politico si presentò più avviluppato e grandioso.
Vittorio Emanuele, malgrado la volgarità della propria natura, ne assicurava buona parte della soluzione, giacchè accettando lo statuto non aveva conservato sottintesi. Prode, fremente della sconfitta, lealmente operoso, era pronto a tutte le conseguenze di questa prova ancora mal compresa di costituzionalismo rivoluzionario; nessun principe d'Italia, nessun re d'Europa aveva forse allora migliori intenzioni di lui e più salda volontà di mantenerle. Il parlamento incomparabilmente superiore a quelli di Napoli di Firenze e di Roma, era nullameno inetto al difficile esperimento. La sua destra, capitanata dal conte Solaro della Margherita, era ancora più dinastica che monarchica; lo statuto non le pareva che una prepotenza rivoluzionaria mantenuta nel governo da una irragionevole necessità, e della quale bisognava limitare lo sviluppo. La sinistra, guidata da Brofferio, avvocato, retore sino all'eloquenza, tribuno e letterato, irrequieto ed impetuoso, nobile ed imprudente, capace di grandi idee ed inabile nella pratica, democratico intransigente e non pertanto costituzionale arrendevole, si componeva di radicali. Fra essi molti fuorusciti diffidenti ancora della monarchia o feriti dalla rivoluzione spasimavano di rivolta, pronti a scambiare ogni prudenza di governo per una viltà e qualunque manovra diplomatica per un tradimento; impazienti nella preparazione ed eccessivi nei dibattiti, altrettanto ingiusti nelle accuse quanto magnanimi nelle intenzioni, più italiani che piemontesi, mentre bisognava essere più piemontesi che italiani per poter un giorno essere solamente italiani.
La maggioranza governativa, mobile e indeterminata, non avea programma esplicito. Balbo, ultimo e più illustre fra i neo-guelfi, rappresentava i vecchi liberali ora incompresi ed incomprensibili. Alfonso Lamarmora, cavaliere antico, più nobile di un re e più austero d'un cenobita, era la speranza dell'esercito, ma fanatico di fede costituzionale non vedeva l'Italia che attraverso la dinastia. Molti insigni emigrati si tenevano pronti a servire. Genova era rientrata nella calma, ferita e pensosa; Torino non comprendeva ancora se stessa, sollevata dal soffio ardente d'italianità che infiammava tutte le sue vie; la Sardegna, una volta così importante pel Piemonte, non era adesso che la sua più remota provincia.
Massimo D'Azeglio governava. Leale e generoso nella nuova pratica costituzionale, procedeva nullameno lento ed impacciato sentendosi spinto e temendo d'inoltrare troppo. Una nervosità di artista gl'impediva la destrezza e la calma d'una politica naturalmente bordeggiante fra gli scopi per riannodare i rapporti diplomatici con tutte le potenze e dominare i partiti. Quindi era più amato, che stimato, si credeva meglio alla sua parola che alla sua forza, valeva piuttosto nella diplomazia per qualità personali che nel parlamento per sicurezza di metodo o abilità d'espedienti.
La prima grossa battaglia parlamentare dopo la legge sulla ripartizione dei collegi elettorali, che la sinistra osteggiò per malata diffidenza verso il governo, s'accese per l'abolizione dei privilegi ecclesiastici. La legge fatalmente rivoluzionaria discendeva dallo statuto e ne slargava il principio reintegrando la sovranità civile contro le viete dominazioni del diritto canonico. I partiti vi si accanirono: la vecchia destra si schierò francamente all'opposizione; i più condiscendenti fra essa arrivarono sino ad un nuovo concordato con Roma, infelice negazione del nuovo diritto statutario che ne avrebbe sottomesso la parte migliore agli arbitrii della curia papale. La sinistra si strinse intorno al governo; Roma, che sopportava l'occupazione francese ed austriaca senza protestare nemmeno alle esorbitanze dei generali stranieri malmenanti vescovi e paesi, sentì la minaccia e minacciò. I suoi giornali politici, guidati dalla Civiltà Cattolica, apersero una campagna furibonda d'insolenze, nauseante di perfidia. Il ministero vacillò, scese a tentare accordi: il conte Siccardi fu mandato a Portici, allora residenza papale, ma indarno. Quindi D'Azeglio con abile intrepidezza lo chiamò al ministero commettendogli di presentare al parlamento un disegno coordinato di leggi sull'abolizione del fôro e delle immunità ecclesiastiche, sul divieto alle manimorte di acquistare beni senza l'autorizzazione regia e sulla riduzione delle feste religiose. Senato e parlamento approvarono, il re sanzionò, il popolo esultante proruppe a tali eccessi di dimostrazioni che si dovettero frenare colla forza, mentre la curia inviperita s'abbandonava alle peggiori escandescenze, negando persino i conforti religiosi al morente ministro Santarosa. I vescovi di Torino e di Cagliari vennero imprigionati.
Il conte Camillo Benso di Cavour sostenendo validamente quelle leggi si mostrò per la prima volta sulla scena politica, che doveva poi riempire di se stesso; Vittorio Emanuele trovava finalmente in lui il proprio grande ministro.
Il Conte di Cavour.
Questo torinese era nato (1810) fra le tempeste del primo impero.
La sua casa, una fra le più antiche del Piemonte, aveva imperato sulla piccola repubblica di Chieri, nella quale componeva l'eptarchia dei B, i Balbo, i Balbiano, i Biscaretti, i Bruschetti, i Broglio, destinati agli splendori di una lunga illustrazione in Francia, i Bertone e i Benso. Razza e parentela erano molto miste; san Francesco di Sales era un suo antenato; fra i suoi congiunti più intimi, tutti legittimisti piemontesi e francesi della più ostinata intransigenza nella fede cattolica ed aristocratica, brillavano anche dei protestanti svizzeri dallo spirito colto e di tradizioni liberali. La sua educazione fu quella della sua famiglia e del suo tempo. A dieci anni entrò cadetto nell'accademia militare dei nobili, a diciotto ne uscì ufficiale col solito leggero bagaglio di istruzione, ma sospetto già ai superiori per aver servito mal volentieri fra i paggi del principe di Carignano. Poco dopo, le giornate di luglio a Parigi gli strappano frasi così liberali da meritargli la relegazione in un forte e da costringerlo a dare le dimissioni.