In esso Vittorio Emanuele uscendo dalla mitica irresponsabilità di re costituzionale fece un caldo appello all'antica affezione dei sudditi, e li affidò sul proprio onore che le nuove libertà non correrebbero alcun rischio nella politica necessaria di quel momento. L'urgenza di ratificare il trattato di pace per uscire da una situazione che il più piccolo incidente poteva precipitare nella peggiore delle crisi, si scoprì finalmente alla publica coscienza: non si badò all'incostituzionalità del proclama, non si avvertirono le equivoche minaccie di Massimo D'Azeglio in una lettera ai propri elettori quasi a commento del proclama e a sciupo della sua buona impressione: il decreto reale alla vigilia delle elezioni, facilitante il conseguimento della cittadinanza agli emigrati delle provincie annesse al regno, parve garanzia bastante al diritto di questi e all'onore dello stato. E si votò con migliori intenzioni. Quindi la camera approvò senza discussione il trattato di pace.

Pochi giorni dopo il Piemonte sgombrato dalle truppe austriache diventava l'unico stato italiano rimasto all'Italia.

Il problema della sua politica era allora così intricato che nessuno fra i migliori spiriti avrebbe saputo precisarlo.

Accettando nobilmente lo statuto Vittorio Emanuele aveva singolarmente aumentate le difficoltà del momento: la libertà piemontese in tanta furia di restaurazioni assolutiste sembrava ai più un'anomalìa e a molti un pericolo. L'Austria designava Torino come ultimo focolare d'incendi, l'imperatore di Russia troncava con essa ogni rapporto diplomatico, nella Francia medesima il trionfo momentaneo degli estremi partiti conservatori, pei quali serpeggiava segreta ed irresistibile la preparazione imperiale, crescevano l'antipatia al nuovo regno che scrollato, non rovesciato, dalla guerra si riaffermava francamente nell'ideale della rivoluzione italiana. Torino era mutata in ospizio di tutti gl'italiani illustri per ingegno, per prudenza, per sventura: alcuni fra essi, acquistata la cittadinanza, sedevano nel parlamento e reggevano persino ministeri; i più lavoravano modestamente o gloriosamente nelle industrie o nelle cattedre, nei giornali o nell'esercito. La nuova monarchia, chiudendosi con astuto coraggio entro lo statuto quasi ultima rocca, doveva però sapervi vivere ampliandola e fortificandola così che non solo tutto il popolo piemontese ma il resto d'Italia potesse capirvi a un dato momento.

L'opposizione dei partiti veniva quindi a rinnovellarsi inconsapevolmente.

Al dualismo monarchico e repubblicano, che aveva riempito di tumulti l'estreme ore della rivoluzione succedevano le antinomie parlamentari delle parti che accettando lo statuto volevano serbarlo intatto come un'egida, o affinarlo come un'arma contro l'Austria e a pro' dell'Italia. La tradizione piemontese e l'idea italica, mascherandosi con ogni più fragile drappeggio parlamentare, dovevano fatalmente combattersi in qualunque proposta di legge. Pei vecchi piemontesi lo Statuto concesso da Carlo Alberto per beneplacito, e conservato da Vittorio Emanuele per magnanimità non poteva mutare l'assetto politico dello stato; l'aristocrazia del nome e del censo vi sarebbe rimasta negli aviti privilegi imperando, quella con più lustro, questa con maggior comando: il clero conserverebbe nello stato e nella società l'indiscutibile primazia; il Piemonte abituato da secoli ad essere il migliore principato italiano, durerebbe sicuro e felice entro i propri confini abbandonando alla tragica fortuna della storia il resto d'Italia. La cattiva prova della recente rivoluzione, che pesava e peserebbe ancora a lungo sul Piemonte, persuadeva così al suo prudente orgoglio la piccola antica autonomia colla gerarchia intatta delle classi, cogli ordini politici inalterati, cogli usi sociali escludenti il popolo da ogni alta funzione politica. Lo statuto doveva cristallizzarsi in un ambiente di rispetto religioso e col sottinteso furbesco d'un egoismo ricusante di slargare i propri privilegi per tema di maggiori pericoli. Il re costituzionale ridiventerebbe così re assoluto, servito da una oligarchia parlamentare di censiti: l'idea democratica, sepolta nella gloria dello statuto, come i Faraoni in quella delle piramidi, non disturberebbe il facile e proficuo impero sul popolo. Del governo non restava quindi che un'amministrazione: il parlamento, anzichè assemblea di rappresentanti popolari, si riuniva come un collegio di padroni nello studio dei propri interessi.

Per gli altri costituzionali occorreva invece la consacrazione d'un nuovo ordine nello stato. Comunque concesso e redatto, lo statuto affermava la sovranità popolare: il re v'era bensì parte integrante ma non più superiore; bisognava consultare il popolo, farlo a poco a poco capace di maggiori libertà, idoneo a più alti diritti. Lo statuto svolgendosi aveva a correggersi e ad ampliarsi; era non il presente ma l'avvenire, e non solo del Piemonte d'allora ma d'un altro possibile Piemonte che dall'Alpi giungesse all'Adriatico. L'irresistibile senso di modernità, ond'erano spinti questi più abili conservatori ad un graduato progresso delle istituzioni, si spaventava però al solo nome di rivoluzione, mentre questa si appiattava non vista sotto ogni più anodina riforma, si scopriva in ogni urto di discussione, s'allargava ogni giorno in minuti ed incalcolabili mutamenti della vita. Se i vecchi piemontesi avevano nella loro conservazione dello stato il sottinteso di mantenerlo immobile per passione di antiche idee e di più antiche abitudini, e però non erano in fondo che aristocratici; gli altri parlando sempre d'Italia e di libertà non osavano precisare a se medesimi l'idea dell'uno e dell'altra nella necessità d'una nuova rivoluzione nazionale.

Gli estremi partiti clericali e radicali, pari nell'odio e nella energia, affettavano invece il disprezzo dello statuto: quelli qualificandolo d'empietà, questi d'ipocrisia: gli uni accusandolo di negare la religione, gli altri di perdere l'Italia; i preti minacciavano la dinastia dei castighi di Dio, i mazziniani la denunziavano alle assise della nazione, affermando in ogni necessaria contraddizione della sua politica un tradimento. Nessuna idea era ancora chiara, quantunque l'istinto procedesse già sicuro.

Le annessioni provocate da Carlo Alberto e ottenute con suffragio universale a rovescio di quello ristrettissimo dello statuto, il vessillo tricolore sostituito alla bandiera azzurra dei Savoia, la costituzione conservata, legavano il Piemonte alla rivoluzione italiana, mentre l'idea rivoluzionaria costretta ad essere republicana oppugnava sopratutto il nuovo regno costituzionale. Così il Piemonte aveva contro di sè tutti i principi italiani, l'Austria e Mazzini, non trovandosi in questa lotta disuguale altra arma che il proprio statuto. Bisognava isolare l'Austria in Europa, annullare col confronto del proprio esempio tutti i principi d'Italia alzando il principio della monarchia fino a quello di nazionalità, assorbire dall'eroico ed inorganico partito democratico tutta la verità della sua idea e l'inesauribile forza della sua passione per darle corpo in uno stato costituzionale e nazionale; e ciò venne fatto con processo sovente inconsapevole, con mezzi quasi sempre contraddittori. Il risultato ne riuscì anche maggiore delle intenzioni; il favore delle circostanze dovette compensare molte inabilità politiche.

Ma le prime difficoltà apparivano terribili.