I suoi inizi dopo la rotta di Novara erano stati lugubri: invaso il territorio, l'esercito disfatto, Carlo Alberto costretto ad abdicare e ramingo, il nuovo re trascinato al campo del maresciallo per ratificare un armistizio umiliante, la democrazia italiana e piemontese tumultuante di sdegno magnanimo ed inconsulto, i popoli sfibrati e diffidenti, tutta l'Europa ostile ed in preda ad una reazione trionfante. Il nuovo re non isbigottì: valoroso nelle battaglie, parve anche più intrepido nella sventura. Le sue prime parole raccogliendo la corona insanguinata sul campo di una delle più grandi sconfitte toccate al Piemonte furono un giuramento di fedeltà alla nazione, superbo in quell'ora come una sfida gettata al nemico vittorioso. Mentre tutti i principi trascinati nella più abbietta reazione stracciavano gli statuti accettando persino di essere preteriti nei feroci proclami dei generali austriaci, Vittorio Emanuele II con abile intuizione affidava la gloria del proprio regno all'inviolabilità di quelle istituzioni, che suo padre aveva concesso a malincuore e avrebbe forse finito coll'abrogare.
Ma i rancori lasciati nei liberali dai tradimenti di Carlo Alberto tolsero nella sfiducia di quel momento angoscioso di ammirare la prima dichiarazione del nuovo re. Genova eccitata dai più ardenti fra i patriotti proruppe a ribellione: Giuseppe Avezzana che doveva poco dopo illustrarsi a Roma come ministro della guerra, ne fu il capo; gli antichi odii di rivalità fra la grossa metropoli ligure e la forte capitale piemontese rifermentavano avvelenando lo sdegno popolare per la capitolazione di Novara senza bastare nullameno a una proclamazione di distacco dal Piemonte; Torino stessa, agitata da troppe passioni democratiche, pareva vogliosa d'insorgere all'appello dei republicani, che incorreggibili nella rettorica quanto indomati nel coraggio promettevano una nuova guerra popolare. La sollevazione genovese degenerò in guerra civile: il presidio piemontese fu bloccato, fatto prigione, cacciato, ma il generale Lamarmora accorrendo colla divisione più vicina sopraffece i ribelli, indarno fiduciosi d'aiuti dal generale Fanti. Al disastro di una guerra perduta contro lo straniero s'aggiungeva così la sciagura di un eccidio fraterno. La città bombardata, sottoposta a stato d'assedio fu desolata da condanne: l'amnistia che successe a queste, non esentò nè tutti i più illustri nè tutti i più innocenti.
Parve che il Piemonte pure avvallasse nella reazione universale.
Infatti il generale De Launay, chiamato a presiedere il ministero, ispirava per la meschinità aristocratica del carattere e la nota antipatia agli ordini costituzionali nuove diffidenze. I mali umori raddoppiavano, i fuorusciti ospitati in Piemonte spingevano a guerra disperata con diatribe eloquenti a forza di essere passionate, il sommovimento prodotto in tutte le classi dal doppio tumulto della rivoluzione e della guerra favoriva il disordine, il parlamento novizio e composto di novizi, subendo gli influssi della pubblica opinione, sembrava ubbidire alle irresistibili fluttuazioni d'una marea, nella quale naufragavano disegni e riputazioni.
Nullameno urgeva anzitutto stabilire le condizioni della pace coll'Austria. Nessun assetto era componibile mentre gli eserciti nemici occupavano ancora il suolo della patria, e la possibilità di una ripresa di guerra permetteva alle reciproche ostilità dei partiti ogni più pazza o malvagia speranza. Il ministero deputò negoziatori a Milano col plenipotenziario austriaco barone De Bruck gli ex-ministri Buoncompagni e Dabormida. Le trattative furono scabre. L'Austria, resa arrogante dalla vittoria e intesa con abile politica a sminuire il Piemonte per togliere all'Italia ogni ulteriore speranza di riscossa, pretendeva 230 milioni come indennità di guerra, si restituisse l'antico assetto territoriale non solo pei propri domini ma per quelli dei duchi di Parma e di Modena, dei quali si vantava mandataria, si abrogasse la legge pel sussidio a Venezia ancora assediata e si catturassero tutte le navi mercantili, che le recassero soccorso. I buoni uffici di Francia e d'Inghilterra invocati dal Piemonte non bastarono a piegare il vincitore. Intanto Vincenzo Gioberti mandato oratore a Parigi, lasciandosi abbindolare dal ministro Drouyn de Lhuys accettava che la Francia per impaurire l'Austria occupasse militarmente Genova: rimedio peggiore del male e che al disastro di un nemico ancora accampato sul territorio della patria aggiungeva l'intervento pericoloso di un nuovo padrone. Il ministero sardo sostituì il Gioberti col Gallina, che rifiutata l'insidiosa proposta potè ottenere finalmente dalla Francia alcune minacce all'Austria, se questa si ostinasse a pretendere l'annichilimento del Piemonte.
Questo bastò. Alla pubblica opinione sovreccitata dalla incessante battaglia dei partiti e dal dolore dell'occupazione nemica, che facevano persino sospettare delle intenzioni del governo, si diè qualche conforto sostituendo il D'Azeglio al De Launay nella presidenza del ministero. Nessuno aveva allora in Piemonte tanta popolarità quanta il nuovo presidente, simpatica figura di gentiluomo e di artista, di soldato e di politico, che la tormenta della rivoluzione e la seguitane carneficina delle migliori riputazioni non avevano potuto guastare. Il trattato si conchiuse: per esso si mantenevano fra i due stati i medesimi confini stabiliti dal congresso di Vienna, anzi il Piemonte si avvantaggiava presso Pavia sino al canale Gravellone, l'indennità di guerra era ridotta a 75 milioni, l'Austria aboliva l'ultima sopratassa del 1846 sui vini piemontesi e i due stati si promettevano reciprocamente una prossima convenzione di commercio; otto giorni dopo la ratifica avverrebbe lo sgombro delle truppe austriache.
L'eroica Venezia veniva abbandonata all'Austria; ai patriotti lombardi questa prometteva un indulto, e il Piemonte si accontentava di tale platonica promessa.
Lo stato era salvo, ma l'onore compromesso; nullameno bisognava al parlamento ratificare il trattato. I comizi erano stati convocati per il 15 luglio, la Camera doveva riunirsi il 30. Malgrado il proclama abbastanza eloquente e schietto del re le elezioni furono disordinate. Il publico fermento seguitava a crescere, l'Austria trionfante in Toscana e a Venezia, la Francia padrona di Roma, la tirannide restaurata dovunque, i principi fedifraghi insolenti nel ritorno, un lutto di oppressi, di feriti, di morti per tutte le terre d'Italia, impedivano al popolo la calma necessaria alle difficili decisioni del momento. La libertà costituzionale del nuovo stato, non ostante le molte proteste del governo e i suoi stessi sforzi a mantenerla, non ispirava fiducia; l'abbandono all'Austria del resto d'Italia nel trattato, avvelenando il cordoglio dei fuorusciti ricoverati in Piemonte, li spingeva ad eccessi d'opposizione, che la necessaria ed insieme sospetta resistenza del governo sembrava giustificare. La nuova Camera elesse presidente Lorenzo Pareto, già ministro, poi uno dei capi dell'insurrezione genovese; parve una sfida, ma le bizze vanirono nella rettorica appena sì seppe la morte di Carlo Alberto; il parlamento sospese le sedute e prese il lutto per quindici giorni. L'abitudine monarchica vi era dunque più forte del sentimento rivoluzionario. Poco dopo Giuseppe Garibaldi sbarcato a Genova, solo, vinto, dopo l'epica difesa di Roma e l'incomparabile ritirata per le campagne pontificie, fu imprigionato. Il ministro Pinelli giustificava tale cattura coll'avere Garibaldi preso servizio sotto la republica romana senza autorizzazione del governo incorrendo così nella perdita dei diritti di cittadinanza e delle franchigie costituzionali. Atto codardo, logica assurda in un ministero presieduto da Massimo d'Azeglio! L'opposizione parlamentare si levò: l'arresto di Garibaldi significava molto più che il reazionario Pinelli non avesse pensato ordinandolo; Massimo D'Azeglio vinto da un voto del parlamento dovette dimettere Pinelli e liberare Garibaldi. Non pertanto s'impose all'eroe di scegliere un asilo fuori di stato.
Il rimpasto ministeriale operato dal D'Azeglio non valse a quetare l'opposizione. Se colla tradizionale ed ora più che mai benefica ambiguità piemontese, mentre s'imprigionava Garibaldi e s'abbandonava Venezia all'Austria, si era osato chiamare al ministero il veneto Paleocapa, illustre emigrato e più illustre idraulico, accennando così ad un indirizzo nazionale nella politica, la nomina dei Lamarmora, malviso ancora pel feroce bombardamento di Genova, a ministro della guerra, sembrò un guanto gettato all'opposizione. Così la proposta dignitosa di Cesare Balbo di votare il trattato colla sola protesta del silenzio fallì. La discussione invece inviperì agli articoli: il deputato Mellana, forzando la mano ai ministri con intempestiva ma abile proposta, ottenne che il trattato non si approvasse «finchè non si fosse per legge provveduto a regolare in modo conforme all'onore dello stato i diritti di cittadinanza dei cittadini originari delle provincie annesse per la legge del 1849, i quali all'epoca del 30 settembre 1849 avevano, e tutt'ora conservavano, la residenza in questi medesimi stati». Quest'affermazione d'italianità compensava in certo modo i tradimenti di Carlo Alberto e l'ultimo inevitabile abbandono all'Austria delle generose provincie insorte, ma sovvertiva la costituzione sottoponendo l'approvazione del trattato all'accettazione di un'altra legge e vincolando il voto del Senato. L'idea italiana e la tradizione piemontese cominciavano così quel lungo duello, che doveva costringere il piccolo stato a mutarsi colla propria sconfitta in regno italico.
Naturalmente il re sciolse la camera dirigendo al popolo il proclama, che fu poi detto di Moncalieri.