La grande unificazione prodotta dall'uniformità della reazione, nella quale il Piemonte si era fatto in più di un caso difensore di tutti, parlando audacemente a nome della nazione, spingevano inconsciamente al sogno di un grande regno italico, ma le tergiversazioni della sua politica ravvivando con odiose persecuzioni ai liberali le diffidenze contro la monarchia lo intorbidavano, mentre i republicani seguitavano a predicare la necessità di una insurrezione simultanea su tutti i punti della penisola.

L'Italia invece non se ne sentiva capace.

La rivoluzione del quarantotto le aveva dato colla misura dell'energia rivoluzionaria anche quella della potenzialità militare. Ora l'Austria più forte di prima e accordata con tutti i principi indigeni contava seicentomila soldati, e teneva in mano tutte le fortezze: il Piemonte, per quanto miglioratosi negli ultimi anni e specialmente nell'esercito colla guerra di Crimea, non poteva da solo affrontare l'immane colosso. La predicazione rivoluzionaria sostenuta da Mazzini non bastava a scaldare i cuori così che tutti gli italiani capaci di guerra insorgessero unanimi: l'Italia non aveva fatto e non farebbe rivoluzioni come quelle di Spagna e di Grecia, giacchè la sua nazionalità non avendo mai avuto nel passato alcuna unità non poteva produrre quegli irresistibili scoppi, davanti ai quali Napoleone I e il Sultano avevano dovuto egualmente ritirarsi; al contrario la nazionalità essendo lo scopo della rivoluzione e la nazione dovendo in essa ricrearsi, per ora l'idea non ne appariva veramente chiara che agli alti spiriti e ai più magnanimi cuori. Il volgo vi si associava nell'istinto.

Nella rivoluzione del quarantotto i rivoluzionari, per essere troppo scarsi di numero, avevano dovuto disimpegnare contemporaneamente le più disparate funzioni, prima cospiratori, poi insorti, tribuni, soldati, commissari, deputati, ambasciatori, ministri: quindi incomparabili di virtù avevano spesso sbagliato di metodo, ingannandosi sui mezzi, fuorviando dalla meta, trovando più ammiratori che seguaci, riuscendo più ammirabili che imitabili.

Un'altra rivoluzione colle sole forze della rivoluzione era dunque impossibile. Già Garibaldi aveva accettato il programma di Manin — Italia e Vittorio Emanuele — disapprovando gl'inutili tentativi di Parma e del Carrarese, confessando così, egli il più valoroso, l'incapacità guerresca dell'Italia. Infatti l'entusiasmo di tutti pel Piemonte copriva non solo un'abdicazione d'iniziativa rivoluzionaria e dei pericoli da essa inseparabili, ma nell'accettazione della sua monarchia rivelava la diffidenza nei più per una rivoluzione puramente democratica; mentre il Piemonte medesimo, accettando di essere primo in Italia, non si sentiva abbastanza forte per combattere solo, e non era abbastanza generoso per sorpassare il proprio vecchio disegno di conquista su tutta la valle del Po.

Malgrado il programma di Manin e l'opera del conte di Cavour l'idea dell'unità nazionale non aveva ancora schiarito nella coscienza pubblica la propria forma politica.

Capitolo secondo.
La preparazione Piemontese

Prime difficoltà parlamentari.

Forma dell'unità nazionale italiana doveva essere la monarchia piemontese.