Le provincie quantunque preparate non si sono mosse.
Queste congiure, da Kossuth lusinghevolmente giudicate capolavori, durarono lungamente malgrado ogni insuccesso e in alcune di esse si tentò persino di rapire l'Imperatore durante le sue due visite al Lombardo-Veneto; ma inutili come conati di guerra poterono solo rinfocolare la passione nazionale, maturando in Europa la necessità di una soluzione al problema italico.
L'Austria raddoppiò di rigori; il Piemonte inteso nella propria ambigua politica a giovarsi bensì delle forze rivoluzionarie, ma riducendole a docile strumento per non perdere il benefizio dell'iniziativa nel giorno prossimo alla rivincita, si unì all'Austria nella reazione per contrastare al moto, e scacciò, imprigionò sulle proprie terre fuorusciti e rivoluzionari, fece dai propri giornali gettare l'anatema su Mazzini.
L'Austria supponendo nel Ticino, rifugio di molti rivoluzionari, uno dei maggiori focolari della fallita ribellione, scacciò di Lombardia per rappresaglia tutti i ticinesi, bandì proclami terrorizzanti, riconobbe delitto di alto tradimento anche la mancata denuncia di un rivoluzionario. Poco dopo un altro decreto poneva sotto sequestro tutti i beni mobili ed immobili dei profughi politici compresi o non compresi nella prima amnistia, muniti o non muniti del permesso di emigrare. Era la spogliazione dopo i supplizi, la rapina alzata a legge di stato. Ma il Piemonte, che per avere ceduto alla reazione contro i rivoluzionari era al coperto dalle accuse della diplomazia europea, avendo fin troppo meritate quelle della democrazia italiana, con abile e pronta manovra protestò del violato giure internazionale e civile. I trattati di pace fra Piemonte ed Austria guarantivano gli emigrati, dei quali molti avevano già acquistato la cittadinanza piemontese. Il Memorandum del conte di Cavour encomiato da tutte le cancellerie d'Europa fu il primo funebre rintocco per la cancelleria imperiale: le relazioni fra i due stati divennero più tese; Revel ambasciatore a Vienna fu richiamato, mentre le reti delle congiure si riannodavano e il coraggio popolare si apprestava ad altre sommosse. Poco dopo infatti il maggiore Calvi, uno dei più prodi difensori di Venezia, tentava una vana insurrezione nel Cadore, e perdeva la vita sugli spalti di Mantova.
Ma l'impossibilità di durare in siffatta reazione cresceva tutto giorno anche per l'Austria. Il progresso della questione italica nell'opinione europea maturava le speranze degli oppressi. La politica del Piemonte, rivoluzionaria e conservatrice ad un tempo, moltiplicava le difficoltà alla cancelleria imperiale; la questione d'Oriente, nella quale il Piemonte con mirabile arditezza era riuscito ad entrare alleandosi alla Francia e all'Inghilterra e quindi indirettamente anche all'Austria, costringeva questa a maggior temperanza verso l'Italia; la propaganda liberale guadagnando anche le classi più alte europee, imponeva silenzio a molte vecchie pretese e rendeva impossibili certe efferatezze di governo. Gladstone col definire il governo dei Borboni una negazione di Dio aveva commosso tutta l'Europa: più tardi Clarendon al congresso di Parigi dichiarando il governo del papa un obbrobrio per l'Europa, ratificava la metà del programma, ed assolveva l'altra metà dell'opera rivoluzionaria; la Prussia s'intrometteva per salvare in Calandrelli l'ultimo triumviro romano dalle prigioni pontificie, e vi riusciva: tutte le diplomazie insistevano presso Ferdinando di Napoli per la liberazione dei più illustri carcerati. La Francia ripresa dal gran sogno napoleonico accennava da lontano ad un rimaneggiamento delle dinastie italiche per rimettere due Bonaparte sui troni delle due Sicilie e d'Etruria, mentre il conte di Cavour, preso nel doppio giuoco della propria politica, era costretto a secondare; l'Austria s'accorgeva di restare sola nella vecchia politica d'oppressione. D'altronde la guerra di Crimea e il Congresso di Parigi avevano già rotto gli antichi trattati del 1815, spostando la base europea ed aprendo l'adito a nuovi diritti nazionali.
Anche l'Austria allentò quindi i freni. Prendendo occasione dal matrimonio dell'imperatore cominciò dall'ordinare (1º maggio 1854) che lo stato d'assedio cessasse nelle provincie del Lombardo-Veneto, si restituissero le potestà civili nell'esercizio delle loro giurisdizioni, e solamente i crimini di alto tradimento fossero deferiti alla corte straordinaria di giustizia. Questo beneficio non mutò da prima la pratica arbitraria e crudele, ma ne trascinò altri: le istanze dei governi crescendo per un più umano trattamento all'Italia, l'Austria sempre più isolata in Europa si decise ad una riconciliazione colle due grandi provincie italiane. L'imperatore, che si disse avere inorridito apprendendo come nei primi tre anni della reazione fossero state giustiziate nel Lombardo-Veneto 432 persone, mentre dal 1814 al 1848 le vittime politiche non avevano raggiunto l'ottantina, osò scendere a Milano. Il popolo rimase freddamente sdegnoso, molti dell'aristocrazia si prosternarono, i congiurati sognarono ancora una volta di rapirlo. Però furono ripristinate le antiche Congregazioni centrali, prosciolti dai sequestri i beni dei proscritti politici, riammessi alla cittadinanza austriaca quei fuorusciti che la chiedessero, condonate le pene ai minori reati politici. Il balsamo era troppo tardo e scarso a così immani ferite. La stessa nomina a vicerè dell'arciduca Massimiliano, romantica figura di cavaliere, che il breve romanzo di un altro impero lontano oltre l'oceano doveva poi immortalare nella pietà della storia, se tolse alcuni attriti meno aspri non mutò negli animi le tendenze nazionali consacrate da tanti sacrifici.
La reazione col diminuire d'intensità tradiva la debolezza dell'oppressore: gli oppressi guatavano ardenti.
Già le sofferenze di quest'ultimo periodo avevano in essi migliorato il carattere. Lo spirito cresciuto a maggiori idee, la coscienza tempratasi a magnanimi fatti, li rendeva incalcolabilmente dissimili dagli italiani del '21 e del '31, sudditi pigri ed ignari, piuttosto sorpresi che partecipi ai moti tentati da pochi audaci. L'italianità sfaccettata dalla rivoluzione del quarantotto nella molteplicità dei propositi e degli esperimenti costituiva ora il fondo di tutte le coscienze: persino coloro, che per abbiezione di anima parteggiavano per governi tirannici o stranieri, avevano d'uopo d'affermare l'impossibilità materiale di uno stato italico per giustificare a se medesimi e agli altri il proprio tradimento.
Lo sviluppo dell'industria, del commercio e quindi della democrazia, cresciuto colle ferrovie, colle scienze e le loro applicazioni, uggiva le barriere interne reclamando leggi civili ed economiche inconciliabili col dispotismo. L'aristocrazia, disonoratasi come classe, corteggiando principi, Austria e papa, si redimeva nella publica estimazione con una mirabile eletta di volontari nella rivoluzione che vi recavano con molta elevatezza di sentimenti un'abile temperanza di propositi e un ricco tesoro di studi; la borghesia precipuamente impegnata nella lotta vi si accaniva per conquistare il dominio della nazione nella sua emancipazione; il popolo inerme ed oppresso da principi, da stranieri e dai privilegi delle due classi superiori si manteneva bello d'incondizionato sacrifizio nella propria parte migliore. Il clero vile parteggiava per tutti gli oppressori condannando quei sacerdoti che sorgevano a pro' della patria e vi salvavano la religione dall'odio universale.