Nessuna libertà doveva regnare nel suo piccolo ducato.
Avaro oltre ogni rapacità, tesoreggiando sull'erario non badava che ad ammassare danaro; despota minuto sino alla frivolezza e assoluto sino alla demenza osava bisticciarsi coi maggiori potenti quando accennassero a concessioni, rimproverava all'Austria di piegare nella guerra di Crimea alla politica napoleonica, rinfacciava all'Austria e al papa nel loro disegno di un nuovo patto fra i principi italiani contro l'espansione irresistibile del Piemonte le poche equivoche espressioni di franchigie municipali come ne guastassero l'idea. Ma tutta la sua vanità di tirannello non potè salvarlo dalla rovinosa lega doganale con Vienna, nè ottenergli dalla grossa debitrice la quota sui settantacinque milioni sborsati dal Piemonte pei danni di guerra.
L'Austria imponendo le restaurazioni dei principi all'Italia ed annullando la loro autonomia, spingeva quindi i popoli ad un'altra rivoluzione, nella quale il problema dell'indipendenza dallo straniero soffocasse tutti gli altri di libertà.
Lombardo-Veneto.
Le provincie del Lombardo-Veneto, focolare ed agone della guerra, sopportavano intanto il crescendo di una reazione ignota da molti secoli. Allo splendido sogno di libertà era seguìto il terrorismo di una conquista avvelenata da tradimenti di ogni idea e di ogni persona. Se alla novella che Carlo Alberto aveva denunziato l'armistizio, Brescia, ripetendo il primo eroismo di Milano, ributtava con subita insurrezione nel castello le milizie del presidio, presto abbandonata da tutti alla rotta di Novara espiava la propria estrema passione di libertà sotto la rabbia di Haynau.
Mille e duecento austriaci perirono nelle sue otto giornate, ma Haynau fece sembrare mite Radetzky proseguendo il massacro anche dopo la vittoria. Dodici cittadini furono da lui impiccati per festeggiare la notizia della resa di Roma.
Poichè la ribellione porgeva pretesto a sospendere quello statuto imperiale del 1849, che del resto non era mai stato applicato, il vecchio maresciallo rimase re e tiranno del Lombardo-Veneto. Il suo indulto del 12 agosto non fu quindi che un'ironia, la quale crebbe di perfidia nell'altro del 18, giorno natalizio dell'imperatore: nessun impiegato partecipe della rivoluzione fu conservato o rimesso in ufficio, sospettati tutti i cittadini, violate le case, conculcata ogni autorità indigena. Un'oscena guantaia spiega ad un balcone un drappo coi colori dell'impero e colle cifre dell'imperatore per insultare al pubblico dolore: il popolo fischia, ma le soldatesche caricano spietatamente la folla inerme, arrestano cinquanta cittadini, li sottopongono alle verghe, e Radetzky manda al municipio il conto dei bastoni rotti, e lo condanna a pagare diecimila franchi alla guantaia. Milano mormora, freme senza muoversi. L'oppressione aumenta la miseria. I comuni gravati da una sovrimposta di sei milioni al mese pel mantenimento dell'esercito vacillano sotto al nuovo peso; nullameno, il commissario Laderchi-Montecuccoli aggrava ancora la mano sull'imposta prediale aumentandola del 50%: le estorsioni soldatesche dove non smungono, soffocano, le nuove contribuzioni sorpassano i cento milioni. A questi Radetzky aggiunge un prestito volontario di centoventi milioni per levare dalla circolazione quegli altri settanta in biglietti del tesoro emessi dal governo a carico del Lombardo-Veneto, e lo cambia tosto minacciando in prestito forzato. La sua prepotenza arriva a tale che suscitando gelosie nella cancelleria di Vienna si spera per un momento il suo ritiro dal Lombardo-Veneto; ma l'imperatore protegge il vecchio maresciallo. Appena appena si toglie l'intendenza generale dell'esercito d'Italia come uno strettoio guastatosi nella violenza della fretta.
Però dopo la rivoluzione tutto è mutato nelle provincie. La coscienza nazionale ridestatavi dall'insurrezione, dai governi provvisori, dalla guerra, dalle adesioni al Piemonte, cresciuta a fede nei disastri, resa superba dagli eroismi prodigati, si contrappone alla coscienza imperiale coll'energia di un odio che nulla verrà più ad estinguere. Poichè l'Austria tratta le provincie come terre conquistate, esse accettano quel trattamento come una sfida.
Invano la cancelleria imperiale misurando l'improvvisa profonda ampiezza di tale distacco, nel pauroso presagio di future insurrezioni, vorrebbe incorporare il Lombardo-Veneto nella federazione germanica. Inghilterra e Francia vegliano minacciose, e il disegno fallisce. L'Austria deve restar sola contro l'Italia, nella quale ha unificato e reso straniero il dispotismo: il duello fra le due nazioni ricomincia quindi come preparazione a nuova guerra. Per ora le speranze italiche non verdeggiano: la Francia ricaduta sotto l'impero napoleonico, se vieta all'Austria di fondere nella Germania le proprie conquiste, non accenna però a contendergliele; l'Inghilterra immutata nella propria politica mercantile orzeggia al solito fra libertà e dispotismo; Russia e Prussia coagulate dalla stessa reazione sembrano subire l'influenza viennese. Ma rimangono all'Italia lo stato libero del Piemonte e l'ideale repubblicano. Fervono cospirazioni: Mazzini ramingante per l'Europa ha già costituito un comitato nazionale con un programma apparentemente neutro, nel quale la questione dell'esistenza nazionale prende il passo sulla questione politica della libertà. È come un comizio armato della nazione combattente per vivere, che precede il comizio togato della nazione costituente la propria vita. Mentre i moderati fusionisti di Lombardia coi costituzionali del Piemonte l'oppugnano e gli ultra-repubblicani lo respingono come un'abdicazione di principii, la sua opera prosegue e si allarga: dal Piemonte, popolato di esuli, viene aiuto di uomini e di denaro alle congiure; comitati e sottocomitati tessono una rete mirabile di resistenza e di sottigliezza intorno ai governi nemici. Ma le nuove cospirazioni, per quanto meglio ordite delle antiche, non possono servire che ad accomunare i propositi e a rinsaldare gli animi per combattere e vincere l'Austria.
Quindi inevitabili imprudenze affrettano sublimi martirii. Le condanne politiche del 1849 sommarono a 2414, nel primo semestre del solo anno 1851 salirono a 2552. Sciesa popolano di Milano s'immortala col motto: Tiremm innanz, risposto ai carnefici, che conducendolo alla fucilazione gli promettevano la grazia se discendesse a farsi spia dei compagni; dopo lui sfila un corteo di eroi, nel quale abbondano i preti. A Mantova un enorme processo di 150 cittadini con a capo don Tazzoli, sacerdote illustre di ingegno, santo di cuore, dura due anni e sembra riattivarsi con sempre nuove condanne capitali. Tito Speri, l'indomito difensore di Brescia, vi perisce; gli spalti di Belfiore si mutano così in calvario, cui tutta Italia fisa rabbrividendo lo sguardo. Ma al terrore risponde la costanza. Milano si prepara sui primi dell'anno 1853 a insorgere: il moto, questa volta più vasto e meglio concordato, promette una vera rivoluzione. Kossuth, l'illustre rivoluzionario e dittatore ungherese, vi aiuta, ma impigliata nei soliti dissensi e controsensi l'insurrezione si risolve in un tafferuglio (6 febbraio) nel quale periscono poco oltre un centinaio di austriaci.