Capitolo Terzo.
La politica dell'egemonia
Ministero di Cavour.
Malgrado ogni buona volontà l'opera della ricostituzione piemontese si scopriva ogni giorno più difficile.
Mentre D'Azeglio usando del proprio ascendente personale s'affaticava a rifare la situazione diplomatica dello stato, e il conte Siccardi prendeva l'iniziativa delle riforme ecclesiastiche, e Alfonso Lamarmora accogliendo nell'esercito ufficiali di tutte le provincie italiane si dedicava con incomparabile costanza al miglioramento degli ordini militari, i partiti politici dentro e fuori del parlamento non avevano ancora trovato il proprio assetto. Cavour, salito al ministero del commercio, iniziava con prodigiosa destrezza ogni maniera di riforme economiche, piuttosto sbalordendo compagni ed avversari che traendosi dietro un partito capace di sorreggerlo. Le questioni di politica generale si ripetevano ad ogni incidente, giacchè le frequenti dissoluzioni delle Camere non avevano bastato ancora a schiarire negli elettori il grande problema del momento. La destra, subendo la legge sulle immunità ecclesiastiche, aveva esaurita ogni condiscendenza; l'estrema sinistra teneva sempre il broncio o declamava; solo al centro sinistro un forte gruppo capitanato da Urbano Rattazzi, abile avvocato e più abile parlamentare, che il coraggio di affrontare al potere le massime crisi della futura rivoluzione doveva poi rendere illustre, manovrava destramente per accostarsi al governo.
Il colpo di stato del 2 dicembre 1851, scoppiato in Francia rovesciandovi la republica, scrollava i piccoli stati vicini. Napoleone III per proclamarsi imperatore dovette necessariamente iniziare un'altra reazione. Il Piemonte fra le nuove pressioni francesi e le costanti minacce dell'Austria, non più coraggioso della Svizzera, piegò violando l'ospitalità accordata ai fuorusciti e restringendo la libertà della stampa. Con una legge improvvisata nella paura si tolse quindi ai magistrati d'appello, congiunti ai giudici del fatto, i giudizi sui reati di stampa per offese ai sovrani esteri, e si attribuirono ai tribunali ordinari colla condizione della richiesta della parte offesa, affermata ma non esibita dall'accusatore pubblico. Era una dedizione della miglior parte della sovranità e per la quale si sottoponeva all'arbitrio di governi esteri la libertà dei cittadini e dei fuorusciti; i nuovi processi con denuncie estere e segrete avrebbero tolto ogni rispettabilità alle sentenze. Nullameno la destra guidata dal colonnello Menabrea pretendeva di peggio; il centro sinistro s'accostava invece al governo purchè la reazione non andasse oltre. Cavour con ardita manovra, profittando dell'assenza del D'Azeglio presidente del gabinetto, volse le spalle alla destra. L'antico partito savoiardo rimaneva così distanziato come un battaglione di veterani incapace di reggere alla fatica di tappe forzate; il nuovo partito italiano arrivava al potere per scoprire alla nazione il segreto della grande preparazione piemontese. D'Azeglio, sorpreso e sorpassato, recalcitrò a questa prepotenza di Cavour, che avendo già preso i portafogli del commercio e delle finanze, esautorava con un colpo di stato parlamentare la presidenza del gabinetto. La dittatura cavouriana cominciava con una combinazione di partiti, ai quali il conte Revel reazionario dette il nome, rimasto poi celebre, di connubio. Ma il ministero ne rimase scosso. Luigi Carlo Farini romagnolo vi era dianzi succeduto nel dicastero della pubblica istruzione al conte Gioia piacentino, come a mantenervi il carattere italiano colla propria qualità di fuoruscito: quindi i clericali costrinsero con una carica disperata D'Azeglio a nuovi rimpasti per dar tempo ai partiti di riorganizzarsi. Un Alessandro Pernati clericale toccò un momento il ministero dell'interno per rendervisi ridicolo con severe ordinanze sulla chiusura dei fondachi nelle domeniche; ma la scissura fra Cavour e D'Azeglio, allargandosi ogni giorno, rendeva necessaria una separazione. D'Azeglio si credette per un'ultima volta vittorioso col costringere l'abile avversario a ritirarsi, mentre invece la rivoluzione parlamentare compìta da questo era già tale che egli solo avrebbe dovuto padroneggiarla. Infatti allontanandosi momentaneamente dalla Camera per saggiare in un viaggio a Parigi e a Londra la pubblica opinione sul problema italiano, Cavour parve anche più necessario di prima: il ministero D'Azeglio sbattuto dalle istanze insolenti del legato francese His de Butenval sulla solita questione degli emigrati e della stampa arenò nella questione del matrimonio civile. La Camera aveva votato quasi con entusiasmo questa nuova emancipazione dall'autorità sacerdotale nell'atto più importante della vita, ma il senato del quale le riforme siccardiane avevano già consumato il liberalismo, s'impuntò. Roma tempestava da tempo: la legge sul matrimonio civile raddoppiò quindi l'accanimento della sua resistenza. Invano il guardasigilli piemontese fece pompa di dottrina svolgendo in una memoria le ragioni dello stato nel contratto del matrimonio; più indarno e peggio Vittorio Emanuele si umiliò al pontefice sino a chiedergli in una lettera autografa l'assenso alla legge: Pio IX rispose sprezzante, il cardinale segretario Antonelli eccitò i vescovi alla rivolta contro la nuova eresia, il partito aristocratico minacciava, nelle campagne cresceva l'ostilità, i liberali aspreggiavano le titubanze del ministero, quindi D'Azeglio si dimise additando in Cavour il solo uomo politico capace di fronteggiare la situazione.
Questi, benchè anelante al potere, ebbe l'avvedutezza di lasciare tentare un ultimo esperimento di accordo con Roma da Cesare Balbo, che naturalmente fallì. Quindi riafferrò con mano sicura la direzione del governo. Ma risoluto a frangere tutte le resistenze del partito clericale non volle momentaneamente rompere l'equilibrio parlamentare col largheggiare verso il centro sinistro: così mantenne al ministero il Lamarmora, che gli guarentiva la riorganizzazione militare, il Paleocapa, ingegnere di grandissimo merito, che rappresentava lo spirito di progresso nelle opere materiali, e il Buoncompagni calmo e sensato intelletto, che vi conserverebbe la necessaria misura nella questione religiosa. Solo qualche mese dopo, per gli accordi stabiliti nel connubio, a questi successe il Rattazzi.
Il ministero D'Azeglio all'indomani della rotta di Novara era stato un'amministrazione di tregua; questo di Cavour era una giunta di combattimento. Infatti Gioberti morente a Parigi nella povertà di un illustre esilio, quasi profetando, tracciava nel Rinnovamento civile la strada che si sarebbe corsa per raggiungere l'unificazione nazionale.
Ormai la reazione paesana era vinta: la resistenza di Roma non impedirebbe certo il progresso della nuova legislazione.
Quindi Cavour comprendendo «l'impossibilità pel governo di avere una politica nazionale e italiana in faccia allo straniero, senza essere all'interno liberale e riformatore», si accinse febbrilmente a mutare la situazione del Piemonte. Perchè il piccolo stato potesse sotto l'insidiosa sorveglianza dell'Austria mettersi alla testa delle speranze nazionali, doveva non solo umiliare colla propria libertà costituzionale ogni altro principato italiano, ma spiegando in esiguo quadro tutte le energie di un grande paese riconquistare la stima dell'Europa con opere superiori alle proprie forze.