Bisognava anzitutto per salvare il Piemonte farne un istrumento della rivoluzione nazionale. Le sue finanze oberate dalle spese della guerra e dell'indennità parevano esauste. Il bilancio delle sue spese, prima non maggiore di 80 milioni, era salito nel 1849 sino a 216 milioni per fissarsi tra i 130 e i 140. Il paese era povero di manifatture, scarso a commerci. Invece di restringere le spese con meschini criteri di economie, che assestando il bilancio avrebbero lasciato il paese nell'inerzia e nella miseria di ogni avvenire italiano, Cavour osò raddoppiarle moltiplicando imposte, debiti ed opere pubbliche per farlo grande. Il suo bilancio, che nessun finanziere avrebbe potuto approvare, venne da lui stesso chiamato con frase superba «bilancio dell'azione e del progresso».
Col coraggio di un ingegno egualmente libero da sistemi e da pregiudizi, respingendo e correggendo ogni altra proposta, conquistò sul patriottismo della Camera un certo numero di tasse minute per 70 milioni, e ne impiegò tosto 200 per la costruzione delle vie ferrate di Genova, Lago Maggiore, Novara, Susa, Savoia: sviluppò lo spirito di intrapresa, ridestò la vita nelle provincie con ogni mezzo di comunicazione. Quindi, malgrado l'ingrossare del deficit, ridusse la tassa del sale, compì la riforma delle tariffe postali. Una fede incrollabile nei miracoli della libertà e del lavoro lo sosteneva: però miglior uomo di stato che economista contraeva debiti per aumentare la somma circolante di denaro a favore delle industrie, e cresceva loro le tasse per stimolarle con sapiente gradazione a migliore attività, mentre colla rinnovazione libero-scambista di tutti i trattati apriva nuovi sbocchi alla produzione e annodava relazioni diplomatiche capaci un giorno di frutti politici. Per questo riguardo il suo trattato colla Francia, dalla quale sentiva la necessità di comprare a qualunque prezzo simpatie politiche, fu più scarso pel Piemonte di vantaggi materiali che non quello coll'Inghilterra. Ma come tutto ciò non bastasse, prodigava denaro all'esercito su ogni istanza del generale Lamarmora, muniva Casale, fortificava Alessandria, riforniva magazzeni, aumentava i quadri delle milizie. Un'incomparabile attività si ridestava nel Piemonte: Torino formicolava d'insigni fuorusciti; nelle scuole ogni giorno cresceva il numero delle cattedre; l'orgoglio nazionale si rianimava alla fede, che il ministro mostrava nel paese.
Pochi anni dopo la rotta di Novara nessuno sapeva più riconoscere il vecchio Piemonte. Il parlamento assorbito nell'unità di una politica altrettanto varia nei mezzi che fisa in una sola idea, sempre destra negli espedienti e fertile nei risultati, non era più che una maggioranza docile ed operosa: l'estrema destra vi si mostrava in rari fossili, l'estrema sinistra in pochi declamatori. Un forte partito liberale sosteneva il ministro, anche sembrando talora osteggiarlo. Tutto piegava presto o tardi sotto lo sforzo della sua ferrea volontà.
La rivoluzione indigata nella costituzione avanzava rapida e sicura. Naturalmente se nella politica estera tutta l'abilità era usata a conquistare simpatie per mutarle in alleanze, in quella interna le difficoltà dovevano venire dai rapporti con Roma. Questa cresciuta a centro della reazione austriacante combatteva in Torino la nuova capitale morale d'Italia, giovandosi delle questioni religiose per sconvolgere la coscienza popolare divisa fra esigenze cattoliche e speranze italiane. Ma Cavour, cogliendo con pronta intuizione la necessità di tagliar corto ad accordi impossibili, spinse alacremente le riforme. Le leggi sul matrimonio civile, sulla riorganizzazione dei beni ecclesiastici, sulla soppressione degli ordini monastici mendicanti, incalzarono vivamente la curia vaticana. La rottura fu clamorosa, le lotte in parlamento e in paese animatissime. Tutti sentirono confusamente che si combatteva una suprema battaglia: sovranità civile e potere ecclesiastico, chiesa e stato, dopo un duello di quindici secoli erano agli ultimi colpi: nella vittoria dello stato trionfava la nazione, nella sconfitta del Vaticano Torino, provvisoria capitale d'Italia, salvava il diritto di Roma, eterna, futura capitale d'Italia.
Mentre i reazionari si scalmanavano contro queste leggi nell'ingenua convinzione di salvare da esse il cattolicismo, e i radicali si estenuavano a spingere il ministero in una guerra religiosa contro i preti per vendicare i millenari dolori inflitti all'Italia dal papato, Cavour nè rivoluzionario, nè reazionario, cattolico in fondo alla coscienza, di quell'indefinibile cattolicismo che transige coi dogmi riconoscendoli, dominava la battaglia col motto d'ordine — Libera chiesa in libero stato. — Questa formula indeterminata gli diede la vittoria. Lo stato invece di dichiararsi più alto della chiesa si affermò più vasto, e la contenne. Matrimonio civile, abolizione degli ordini mendicanti, riorganizzazione di una parte dell'asse ecclesiastico furono votati. Ma Cavour arrestò la soppressione degli ordini monastici ai più inutili, e s'oppose all'incameramento dei beni ecclesiastici. La sua coscienza di liberale rifuggiva dall'idea di un clero salariato e quindi assoldato dallo stato; la sua fede di cattolico non ardiva risalire all'antica idea cristiana del clero vivente colle sole elemosine dei fedeli.
Pio IX e il cardinale Antonelli, dopo aver maltrattato gli ambasciatori del Piemonte durante la guerra, gettarono alte grida nella rotta: il pontefice diramò un'enciclica e lanciò la scomunica; il cardinale pubblicò un sordido libello contro i ministri sardi, al quale rispose con dignitosa eloquenza Massimo D'Azeglio.
Cavour uscì ingrandito dalla lotta.
Oramai il Piemonte doveva combattere colla stessa impossibilità di transazione Austria e papato: la sua egemonia sull'Italia conquistava così un riconoscimento unanime.
Alcune sventure domestiche, malvagiamente interpretate dal clero come castighi divini, diedero quindi alla dinastia una più nobile aureola di dolore: la fede al ministro si mutò in fanatismo pel re, cui il popolo diede l'incredibile nome di galantuomo. E fu meritato.
Intanto l'Austria, esasperata dalla crescente fortuna del Piemonte, esagerava l'oppressione nelle Provincie del Lombardo-Veneto pei moti del 6 febbraio 1853 in Milano. Dopo aver nauseato l'Europa colla quantità e colla ferocia dei supplizi, violando ogni giure internazionale sequestrò i beni degli emigrati divenuti piemontesi per naturalizzazione. Il conte di Cavour, cui l'infelice tentativo mazziniano veniva a disordinare i lenti ma sicuri approcci della nuova politica monarchica, fu questa volta inferiore a se stesso nell'improvvido zelo di persecuzione spiegato contro i rivoluzionari a richiesta dell'Austria: chiuse le frontiere piemontesi ai fuggiaschi, imprigionò, sfrattò, deportò, svillaneggiò a mezzo della stampa ministeriale illustri patrioti con sì ribaldo accanimento da provocare nobili proteste a loro favore persino nell'esercito tutt'altro che rivoluzionario. Francesco Crispi, oggi (1888) presidente dei ministri, fu allora fra gli espulsi; Benedetto Cairoli, primogenito di cinque fratelli che dovevano poi diventare i Maccabei dell'imminente rivoluzione, anch'egli salito più tardi alla presidenza del ministero, venne condannato a domicilio coatto. L'odio al partito mazziniano spingeva l'illustre ministro a disonorarlo con ogni mezzo nell'opinione d'Italia a benefizio del Piemonte. Nullameno, compiuto l'atto malvagio, pensò tosto a sfruttarlo col denunziare all'Europa la ingiustizia dell'Austria nei sequestri sui beni degli emigrati, e col troncare con essa le relazioni diplomatiche. L'Italia, sbigottita nella propria novella fede monarchica dallo spietato trattamento del Piemonte verso i ribelli, si riconciliò immediatamente coll'ambiguo ed ardito ministro. I patrioti malmenati e dispersi non ottennero nemmeno la solita pietà per tutti i vinti: il ministro dell'interno Ponza di San Martino si vantò alla Camera d'aver fatto sequestrare a Genova una risposta di Mazzini prima che stampata, subornando con denari gli stampatori.