La profezia di Cesare Balbo, che la pace del 1849 fra Piemonte ed Austria sarebbe un semplice armistizio, pareva realizzarsi, quando il conte di Cavour memore dell'antico Scipione osò per meglio combattere l'Austria entrare momentaneamente nella sua alleanza coll'Inghilterra e colla Francia contro la Russia.
Guerra di Crimea.
Dal 1815 al 1848 la Russia aveva sempre rappresentato nella Santa Alleanza la maggior forza materiale, il più arcaico assolutismo politico. Pronta a rovesciare mezzo milione di soldati ovunque scoppiasse una rivoluzione, aveva nullameno secondata quella di Grecia contro il sultano nel disegno secolare di conquistare la sublime Porta: più tardi alla rivoluzione del quarantotto scrollante tutti i troni essa sola rimase salda; ma per quanto la situazione europea le fosse propizia, colla Francia sconvolta dalla republica, l'Austria in preda alle sommosse, la Prussia disordinata da ribellioni, la Germania assorbita nella dieta di Francoforte, l'Inghilterra isolata ed incerta, non osò gettarsi sulla Turchia. Parve che l'imperatore Niccolò si preoccupasse: anzitutto, di salvare il principio monarchico: quindi soccorse l'Austria contro l'Ungheria, e minacciò tutte le rivoluzioni congedando persino il legato sardo da Pietroburgo. Ma col ritorno della pace lo rimorse il desiderio della conquista. L'idea russa lo traeva irresistibilmente ad accaparrarsi la sovranità di quei Principati Danubiani, che la Turchia aveva già cominciato a cedere da tempo con una mezza emancipazione e un incerto protettorato. Quindi la questione, così detta d'Oriente, si riaccese: tutte le diplomazie europee n'andarono sossopra. L'Inghilterra, costretta alla rivalità colla Russia nell'Asia, intese a frenarla in Europa; questa col vanire dell'impero ottomano entro una conquista russa perdeva ogni equilibrio politico. L'Austria, eteroclita federazione di popoli antagonisti riuniti nella servitù dell'antica dinastia Asburghese, si sentiva minacciata dall'espansione slava, che avrebbe riaccese le ribellioni appena spente infiammandone altre; la Francia tornata all'unità imperiale con Napoleone III, e però smaniosa di riprendere in Europa la perduta preponderanza, vedeva con terrore estendersi un impero già occupante mezza Europa, e che affacciandosi al Mediterraneo vi avrebbe incontrastabilmente dominato. La Grecia invece si preparava con patriottica esultanza a un'altra guerra contro i turchi.
Le preparazioni s'allungarono, corsero trattative, si tesserono i soliti imbrogli diplomatici per guadagnar tempo. La Russia minacciava la guerra al sultano come a difesa dei cristiani disseminati e soggetti all'impero turco: le potenze occidentali invece dichiaravano questo ancora barbarico impero necessario all'assetto europeo malgrado tutti i recenti principii rivoluzionari. Per una delle solite antitesi storiche la Russia ieratica della Santa Alleanza diventava improvvisamente fautrice dei popoli e vessillifera della rivoluzione; Francia ed Inghilterra, la nazione dell'89 e la patria della libertà parlamentare, si facevano d'un tratto sostenitrici della più ribalda ed arcaica tirannide contro la civile emancipazione di popoli cristiani.
Dopo tanti secoli i discendenti delle crociate si preparavano a morire per la salvezza dell'impero maomettano; ma la guerra determinata da ragioni di storia universale non doveva produrre grandi risultati immediati. L'Austria, ristabilitasi per l'aiuto della Russia, nicchiava ora alle sollecitazioni francesi ed inglesi per gettarsi forse meglio sulla preda maggiore o dal canto del più forte: Napoleone III trascinato dalla tradizione militare bonapartista ad avventure militari secondava l'Inghilterra atterrita per l'avvenire delle proprie colonie asiatiche; l'uno e l'altra, incapaci a sostenere coll'immane potenza russa una guerra così lontana, corteggiavano l'Austria numerosa di soldati e accampata sul confine del nemico.
Ma questo precipitando gl'indugi occupa (3 luglio 1853) i principati Danubiani e poco dopo a Sinope assale la squadra turca: Francia ed Inghilterra gl'intimano indarno lo sgombero dei Principati entro un mese con un ultimatum del 27 febbraio 1854; poi il 12 marzo si alleano alla Turchia guarantendole l'integrità del territorio in Asia e in Europa e non chiedendole in ricambio che di non scendere a trattative col nemico senza il loro consenso. Il 10 aprile a Londra le due grosse potenze stipulano un secondo trattato di alleanza per ristabilire su basi durature la pace fra la Russia e la Turchia, valendosi di ogni mezzo più efficace a liberare il territorio del sultano dall'invasione straniera e ad assicurare l'integrità dell'impero ottomano. Laonde dichiaravano di rinunciare a qualunque conquista nell'interesse dell'equilibrio europeo e di essere pronte ad accogliere nella loro alleanza qualunque altra potenza europea.
Quest'ultima dichiarazione era una riserva ed un complimento per l'Austria, che rispose colle solite tergiversazioni di non potersi cimentare ad una guerra d'Oriente coll'Italia alle spalle pronta ad insorgere per istigazione del Piemonte. L'argomento abbastanza buono per sè trasse le due grandi potenze a trattare l'Austria come il sultano assicurandole l'incolumità di tutte le sue provincie.
Il Piemonte aombrò. Il suo legato a Parigi nel leggere queste assicurazioni all'Austria sul giornale ufficiale credette di doversi lagnare per la sospettata lealtà del Piemonte; gli si rispose ipocritamente coll'accusare il partito rivoluzionario italiano, ed egli ribadì l'accusa. Ma l'Austria anche così garantita, proseguendo nel giuoco di stancheggiare le diplomazie per meglio accreditare i propri timori del Piemonte, fece proporre dal governo toscano all'inviato inglese in Firenze una temporanea guarnigione di truppe austriache in Alessandria. La grossolana manovra fallì, specialmente per opera di James Hudson, ambasciatore inglese a Torino, che smentì a Londra i denunciati apparecchi del Piemonte.
Nullameno questo sentivasi minacciato. Così ad una improvvisa domanda dello stesso ambasciatore, se il Piemonte fosse mai per partecipare alla guerra mandando nella Crimea un corpo di esercito, il conte di Cavour annuì prontamente. La sua penetrazione di statista gli scopriva nella temerità la sola via della prudenza: ma ritorcendo contro l'Austria il giuoco diplomatico, chiedeva garanzie per l'indipendenza del Piemonte. L'ardita idea parve poco dopo arenare nelle secche della diplomazia. Francia ed Inghilterra nell'invito al Piemonte non avevano mirato che a decidere l'Austria coll'assicurarle la pace in Italia. Infatti i ministri inglesi Clarendon e Russell, proponendo più tardi al governo sardo l'accessione al trattato del 10 aprile, intendevano patteggiare con un subalterno, del quale l'esercito sarebbe stipendiato e comandato dal generalissimo britannico. Cavour, solo al ministero nell'idea di così temeraria avventura, cansò con nobile avvedutezza il pericolo anche maggiore di questa umiliazione, pretese trattamento d'alleato, e mutò il soccorso inglese di due milioni di sterline in un prestito al 3%. Pure le difficoltà crescevano. La pubblica opinione avvertita del trattato, vi si chiariva contraria: i vecchi piemontesi se ne sdegnavano come di una follia rivoluzionaria, i rivoluzionari invece come di un tradimento all'Italia per lo sperpero delle vite e del danaro italiano fuori di essa e nell'alleanza indiretta dell'Austria ancora ostinata nei sequestri sui beni degli emigrati. Una scusa italiana era necessaria a questa guerra; quindi il ministro degli esteri generale Dabormida fu inflessibile sull'aggiunta di due articoli al trattato, che obbligassero anzitutto le potenze alleate ad ottenere dall'Austria la revocazione dei sequestri e a prendere più tardi in considerazione nel futuro trattato di pace le condizioni d'Italia.
Era giusto, ma impossibile diplomaticamente.