Gli emigrati, per iniziativa di Achille Mauri, con magnanima abnegazione firmarono una lettera, nella quale chiedevano di essere trascurati per l'interesse d'Italia; Francia ed Inghilterra, intente a trascinare l'Austria riluttante, non osavano accettare simili condizioni: finalmente la cancelleria austriaca in un nuovo trattato (2 dicembre 1854), così ambiguo che le riserbava libera azione nella guerra e i maggiori diritti ad ogni probabile negoziato di pace, mentre rigettava sulle altre due potenze tutto il peso della guerra, le rese impossibili. Ma nemmeno qui finirono le ambagi tedesche; si dovette tenere una grande conferenza a Vienna per un tentativo di componimento colla Russia, che abortendo per l'opera subdola dell'Austria permise a questa di esimersi dalla cooperazione delle armi. Così la guerra non pareva più che un ostinato capriccio della Francia e dell'Inghilterra. Nonpertanto l'Austria restava loro alleata.
La posizione del Piemonte peggiorava. Se l'Austria coll'invocare contro di esso la garanzia della Francia e dell'Inghilterra lo aveva di primo tempo esposto alle ostilità di una coalizione europea, ora il Piemonte ritirandosi dalla guerra come l'Austria avrebbe trovato contro di sè tutti egualmente nemici. La sua crescente importanza in Italia ne sarebbe scossa, le nascenti simpatie in Europa mortificate. Cavour lo comprese. Comunque l'impresa fosse per riuscire profitterebbe al Piemonte; se l'Austria rimanesse inerte, il piccolo stato la soverchierebbe colla gloria di aver ardito concorrere in tanta guerra europea; se spingendo all'estremo la propria perfidia si alleasse colla Russia, la questione italiana scoppierebbe spontaneamente.
Ma osando bisognava abbandonare ogni riserva.
Vittorio Emanuele lo aveva confessato francamente al duca di Grammont, legato francese; il ministro Dabormida più generoso si ostinava nei due articoli addizionali: Cavour soppresse articoli e ministro assumendo anche il portafoglio degli esteri e presentando il trattato alla Camera. La lotta parlamentare fu così violenta che il ministro per vincere dovette scoprire la corona, già moralmente impegnata colle due grandi alleate, e solleticare il patriottismo della sinistra col parlare degli interessi della nazione invece di quelli del Piemonte. Lo czar sdegnato aveva già dichiarata la guerra al Piemonte prima che le Camere ratificassero il trattato.
L'opinione pubblica, incerta fra l'entusiasmo e la paura, fremeva: Mazzini da Londra mandò un infelice manifesto ai soldati per spingerli alla rivolta chiamando la loro impresa una deportazione.
Il 21 aprile 1854 il corpo di spedizione salpò da Genova; nel maggio era già attendato sotto Sebastopoli. La guerra mal disegnata, peggio condotta per gelosia di comando fra i generali inglesi e francesi e per contraddizioni di propositi politici negli stessi governi, volgeva al termine. Dopo una serie di errori, che avevano sollevato a sdegno la pubblica opinione inglese contro i ladroni dell'amministrazione militare e l'arrogante insufficienza di lord Raglan, generalissimo imposto dalla corte, le truppe alleate stringevano d'assedio la terribile fortezza. L'Austria occupati i Principati Danubiani, spiava coll'arma al piede: Kossuth, il grande agitatore ungherese rifugiatosi a Costantinopoli, tentava invano secondato da Omer Pascià, il migliore generale turco, una sollevazione di patrioti contro di essa. Gli alleati in questo concordi, non volevano guerra di popoli per timore di nuove rivoluzioni; quindi fiaccarono prontamente la Grecia insorta, disdissero la Polonia, contraddissero alle aspirazioni dei Principati.
La guerra, ormai concentrata sopra Sebastopoli, era mortificata da sventure di ogni sorta. Triste l'inverno, più triste l'estate, malsano il clima, colèra e tifo imperversanti. Alfonso Lamarmora, generalissimo dei piemontesi, seppe conquistarsi tosto nel consiglio di guerra la dignità di voto non assicuratagli dai trattati di Cavour. In tanto sfacelo di ordini la sua piccola truppa, appena un quindicimila uomini, parve un capolavoro: i soldati, consci di difendere l'Italia in quelle plaghe lontane e frementi di rivalità colle famose milizie d'Inghilterra e di Francia, si copersero di gloria. Alle prime arroganze di lord Raglan, che pretendeva assegnargli come a subalterno ausiliario dell'esercito britannico il posto da presidiare, il generale Lamarmora rispose con orgoglio tranquillo facendo radunare il consiglio di guerra e ottenendo di guardare Kadikoi, villaggio pericoloso, dal quale i russi potevano sboccare nel mezzo delle trincee nemiche.
Quindi la guerra precipitò. Il generale Pelissier, succeduto al Canrobert con ordine di prendere la fortezza a qualunque costo, raddoppiò di vigore ed ammassò tutte le forze contro la torre di Malakoff, massimo fra i baluardi di Sebastopoli: i russi guidati da Gortschakoff avanzarono verso la linea della Cernaia per costringere il nemico ad abbandonare gli approcci. All'alba del 16 agosto 1855 i russi protetti dalla nebbia discendendo dal colle Makensie, assalirono violentemente: difendevano la valle della Cernaia le milizie sarde e circa quindicimila francesi: questi piegarono sulle prime, poi sostenuti dai piemontesi ressero all'assalto. Era battaglia e fu vittoria decisiva. Lamarmora aveva vinto salvando gli assedianti, resistendo, respingendo con un pugno di uomini tutto lo sforzo della Russia.
La vergogna di Novara era cancellata.
A distanza di secoli la vittoria di Traktir pareggiava quella di Zama: Scipione aveva liberato Roma in Africa, Lamarmora riscattava l'Italia in Crimea; nessun'altra vittoria della lunga storia italiana, fra le molte ottenute fuori d'Italia, potrà mai paragonarsi loro per l'arditezza dell'idea e la grandezza dei risultati politici.