Tre settimane dopo la torre di Malakoff rovinava fulminata dalle artiglierie francesi, e i russi evacuavano Sebastopoli dopo averla incendiata secondo il loro barbaro patriottismo.
La guerra tornò a languire. Le perdite erano enormi da ambo i lati: la Russia contava seicentomila morti, la Francia oltre centomila. Napoleone III contento della vittoria, che gli otteneva vero riconoscimento d'imperatore da tutti i grandi stati d'Europa, non intendeva spingersi oltre nel pericolo di una guerra, che poteva sviare da un giorno all'altro; l'Inghilterra, rassicurata sull'incolumità della Turchia, era stanca; l'Austria, dopo aver perfidamente nicchiato durante la grande impresa, stimò giunto il momento di trarne profitto imponendosi arbitra fra i belligeranti.
Quindi con prepotente iniziativa sottopose ai gabinetti di Parigi e di Londra alcune proposizioni di pace: neutralità del mar Nero chiuso a tutte le navi da guerra e aperto a tutte le bandiere, rinuncia della Russia al protettorato dei Principati Danubiani che ricadrebbero con nuovo assetto sotto quello della Turchia, libero il commercio del Danubio sino alla foce, limitato il dominio russo alla sponda sinistra del fiume stesso, guarentigie dalla Turchia pei suoi sudditi cristiani. Francia ed Inghilterra annuirono: la Russia vinta, piegò all'impreveduta intimazione austriaca. L'armistizio si concluse il 1º febbraio 1856; il congresso europeo a Parigi era indetto pel 25 dello stesso mese.
Congresso di Parigi.
Dopo tanto armeggio diplomatico e tanta guerra di armi, l'Austria giganteggiava arbitra della situazione. La magnifica temerità del conte di Cavour conchiudeva contro di lui. La democrazia esasperata denigrava adesso nel disastro dei risultati la magnanimità delle intenzioni, giacchè la guerra d'Oriente immorale, costosissima di sangue e di denaro, aveva conculcato ogni principio di rivoluzione e di civiltà per la sola difesa d'inconfessabili interessi materiali. L'astro di Cavour sembrava tramontare: si buccinava che il Piemonte sarebbe escluso dal congresso, il pericolo anche troppo probabile di questa umiliazione avrebbe ridotto l'impresa di Crimea ad un parricidio per il Piemonte.
Ma il conte di Cavour pronto al riparo aveva già consigliato a re Vittorio Emanuele un viaggio in Francia e in Inghilterra, che si mutò in trionfo: le simpatie alla causa italiana crescevano, l'Europa cominciava a sentire la grandezza morale del piccolo stato. Ad una enigmatica ed allora scettica frase di Napoleone III «que peut-on faire pour l'Italie?» che al D'Azeglio era sembrata come quella di Pilato «quid est veritas?» il conte di Cavour, sempre inteso ad annodare col proprio incomparabile ascendente personale relazioni politiche in favore dell'Italia, rispose in una lunga lettera del 21 gennaio 1856, dieci giorni innanzi alla segnatura dei trattati di pace. In essa chiedeva all'imperatore d'indurre l'Austria a rendere giustizia al Piemonte, osservando gli obblighi con esso contratti e persuadendole meno aspro governo nelle provincie del Lombardo-Veneto; di frenare l'anarchica tirannide del re di Napoli e di ristabilire in Italia l'equilibrio del trattato di Vienna collo sgombro delle truppe austriache dalla Romagna, e colla costituzione delle Legazioni sotto un principe secolare.
Questo disegno così povero d'italianità e nel quale il grande liberalismo unitario doveva necessariamente riconoscere un tradimento dell'idea nazionale, fu nullameno scartato dal conte Walewski, primo ministro francese, per riguardi all'Austria e per non complicare il lavoro già difficile del congresso.
La politica piemontese procedeva di smacco in smacco. L'Austria, abusando della propria preponderanza, pretendeva di escludere il Piemonte dal congresso quale potenza di second'ordine, poichè il trattato d'alleanza firmato audacemente da Cavour come non aveva assicurato al Lamarmora la dignità di un posto nel consiglio di guerra, così non aveva guarentito al Piemonte parità di trattamento al congresso di pace. La tradizione diplomatica era ostile all'ammissione della Sardegna, stato minuscolo, alleato fatalmente secondario che non avendo deciso la guerra non poteva stabilire la pace. Ma l'astuto ministro superò il Lamarmora guadagnando a forza di maneggi la propria entrata al congresso. La prontezza del pensiero, l'a proposito delle osservazioni, un tatto fascinatore, gli ottennero ben presto nel solenne consesso simpatie ed importanza: con generosa avvedutezza egli sostenne la Russia contro le pretese intrattabili dell'Austria, sedusse lord Clarendon, persuase a Napoleone III e al conte Walewski, presidente del congresso, di toccare malgrado ogni impossibilità di procedura al problema italiano.
Un Memorandum era già stato presentato ai ministri francesi ed inglesi.
Tutto lo scopo dell'impresa di Crimea si condensava pel Piemonte in questa presentazione al congresso della questione italiana; naturalmente il congresso non potrebbe parlarne che platonicamente, ma il Piemonte otteneva così il riconoscimento della propria egemonia sull'Italia; e questa uscendo finalmente dal cerchio tempestoso delle insurrezioni saliva a quello più fecondo dei governi. Tutta la destrezza del conte di Cavour bastò appena per vincere le difficoltà che l'Austria moltiplicava per sottrarsi a tale discussione. In un congresso per una guerra combattuta contro tutti i principii di libertà e di nazionalità, il miglior argomento per Cavour era la propria politica francamente liberale ma risolutamente antirivoluzionaria: il suo spietato contegno contro gl'insorti pei moti del 6 febbraio in Milano, la sua prudenza nella questione religiosa con Roma, la sua guerra al mazzinianismo, gli ordini ammirati ed ammirabili costituiti nel Piemonte, gli valsero il permesso di parlare dell'Italia ad un congresso, nel quale l'Austria primeggiava. Si credè o si finse di credere che i suoi propositi fossero non già per una rivoluzione ma contro una possibile rivoluzione italiana.