Infatti le sue proposte avrebbero piuttosto nociuto che giovato all'Italia: le fruttò invece moltissimo l'aver sollevato il suo problema interno a problema europeo.

Durante la discussione, alla quale il conte Buol plenipotenziario austriaco si ricusò e dalla quale i legati russi finirono per ritirarsi, il conte Walewski fu guardingo e rispettoso per lo stato pontificio, giacchè il papa aveva in quei giorni tenuto a battesimo il principino imperiale, limitandosi ad auguri di componimento fra sudditi e principi italiani; il generale Manteuffel prussiano si mostrò scettico e riservato, il solo lord Clarendon condannò impetuosamente i governi papale e borbonico additandoli al disprezzo d'Europa. La sua foga fu tale che per poco non ne nacque aspro diverbio col conte Buol, anzi corsero fra essi tali frasi che non si vollero affidare al protocollo. Il conte di Cavour illudendosi, malgrado la solita perspicacia, sull'appoggio dell'Inghilterra in una guerra immediata contro l'Austria, spinse più oltre l'attacco; ma una visita a Napoleone e un'altra a Londra lo guarirono dell'illusione.

Naturalmente il congresso si limitò ad inutili consigli di minore tirannide all'Austria e al re di Napoli: quindi al suo sciogliersi Cavour presentò al conte Walewski e a lord Clarendon un memoriale, ove riassumendo tutti gli esposti argomenti minacciava l'Europa di nuove perturbazioni rivoluzionarie italiane per gl'insoffribili trattamenti dei governi reazionari verso i sudditi, e lamentava ancora una volta l'insostenibile posizione fatta al Piemonte fra le indomabili agitazioni mazziniane e le pressioni minacciose dell'Austria.

In tutta l'Italia l'opera del conte di Cavour al congresso di Parigi parve di vittoria: fioccarono indirizzi al grande ministro, crebbero le dimostrazioni verso il Piemonte. I toscani mandarono all'abile diplomatico un busto scrivendovi sotto il fiero verso di Farinata: A «colui che la difese a viso aperto». Non si avvertì e non si potè avvertire quanta insufficienza d'idea italiana e quale abbandono di patriottici propositi importassero i disegni esposti da Cavour nel Memorandum col quale non osava nemmeno domandare lo sgombero degli austriaci dal Lombardo-Veneto. Bastò alla coscienza nazionale il fatto non piccolo che un congresso di diplomatici avesse condannato tutti i governi dell'infelice penisola. Si comprese che il Piemonte come stato non poteva usare il linguaggio nè proporre la rivendicazione della patria coll'eroica ed intransigente formula di Mazzini; s'indovinò che, qualunque fossero i suoi disegni pel futuro, aveva dovuto allora non solamente mascherarli ma nasconderli; si sentì sopratutto che parlando in nome d'Italia contro tutti gli altri governi in un congresso, al quale essi non potevano entrare, il Piemonte iniziava quell'unificazione della patria attribuitagli da Manin.

A conferma di questa interpretazione il conte di Cavour, non contento delle frasi pronunziate alla camera contro gli ostinati oppositori della sua politica, spezzando i vecchi metodi diplomatici pubblicò per le stampe il proprio memoriale come una sfida: l'Austria presa al laccio fu pronta a rispondere in egual modo con un altro più insolente, mentre tutti i governi condannati tacquero come riconoscendo in essa il proprio difensore.

Il conte di Cavour abilmente non replicò.

Adesioni al Piemonte.

Evidentemente la sua politica cominciava a fruttare. Mentre il grande partito democratico capitanato da Mazzini proseguiva indomabile nell'opera rigeneratrice della coscienza nazionale, il Piemonte, pur combattendolo e serbandosi impassibile dinanzi ai dolori della patria, allargava la propria influenza. La nazione incapace d'insorgere al grido di Mazzini si rivolgeva consolata a questo governo parlamentare così forte da parlare all'Europa d'una politica italiana.

L'epoca eroica del metodo rivoluzionario era consunta: un'altra più fortunata ne cominciava.

Molti fra i più illustri rivoluzionari l'intesero, e chiudendosi in cuore i magnanimi ideali democratici, pensarono di aiutarla malgrado le sue inevitabili contraddizioni forse più dolorose dei martirii sofferti. Al grande distacco parve primo Manin nobilmente esule e silenzioso a Parigi da molti anni. Poichè John Russell, uno dei migliori statisti inglesi, a proposito dell'insurrezione greca nel 1854, consigliava gl'italiani a tenersi tranquilli sotto l'Austria, perchè solo così questa avrebbe potuto un giorno essere più umana verso di loro, con sdegno eloquente Manin respinse il prono consiglio per riaffermare anche una volta il diritto alla fede nella libertà e nell'unione d'Italia; quindi facendosi interprete del pensiero di molti disperati in cuor loro del programma mazziniano, sospinto da Giorgio Pallavicino, il venerato martire dello Spielberg, coll'assenso di Garibaldi più capace d'ogni altro a giudicare della potenza rivoluzionaria d'Italia, lanciò il nuovo verbo in una serie di lettere politiche che fecero il giro di tutta la stampa europea. La sua doppia formula: «Italia e Vittorio Emanuele — Indipendenza ed Unificazione», era la consacrazione dell'egemonia piemontese. Il passo era così decisivo che per nessun avvenimento si sarebbe poi potuto ritrarsene. «Io repubblicano — egli scrisse a Lorenzo Valerio nel settembre 1855 — pianto il vessillo unificatore. Vi si rannodi, lo circondi, lo difenda chiunque vuole che l'Italia sia. Il partito repubblicano dice alla casa di Savoia: fate l'Italia e sono con voi; se no, no». E ai costituzionali dice: «Pensate a fare l'Italia e non ad ingrandire il Piemonte; siate italiani e non municipali, e sono con voi; se no, no». Poi scende a spiegare la parola unificazione: «Io dico unificazione — scriveva — e non unione o unità; perchè la parola unità sembra escludere la forma federativa, e la parola unione sembrerebbe escludere la forma unitaria. Un'unificazione; può esser unitaria o federativa. L'unitaria può essere monarchica o repubblicana. La federativa non può essere che repubblicana: monarchica non sarebbe che una lega di principi contro i popoli. Accetto la monarchia, purchè sia unitaria: accetto casa Savoia, purchè concorra lealmente ed efficacemente a fare l'Italia».