Fu uno strappo nel grande partito rivoluzionario, che Manin accusò ingiustamente in una lettera di fondarsi particolarmente sulla teoria del pugnale. Così lo si rendeva responsabile delle solitarie vendette, e gli si toglieva nell'opinione d'Europa la poca stima rimastagli dopo tanti rovesci d'insurrezioni e tante calunnie di governi. Mazzini ferito al cuore rispose con lettera intenerita e severa, sfolgorante di logica e di fede, ma non potè impedire lo sbandarsi di molti fra i migliori del partito, nè ristabilire nelle masse la confidenza distratta dal nuovo programma di Manin.
Nullameno questo programma così logico appariva pochissimo pratico.
La mossa politica di Manin nel passare dalla repubblica alla monarchia, dalla iniziativa rivoluzionaria alla direzione regia, siccome trascinava alla dedizione di quasi tutto il partilo liberale così non poteva conservare ad esso vero programma. La saldezza degli ordini liberali era oramai indiscutibile nel Piemonte, la sua facoltà d'iniziativa più che provata al congresso di Parigi. Ma la sua politica di destreggiarsi coi governi per cercarvi un alleato contro l'Austria lo costringeva fatalmente alla rinunzia di ogni affermazione unitaria italiana. Il Piemonte non poteva sognare che la conquista del Lombardo-Veneto, sola regione limitrofa in mano allo straniero e che potesse venire annessa senza rivoluzioni.
Quindi Manin, tracciando il programma della nuova Società nazionale fondata a Parigi contro il grande partito nazionale riordinato da Mazzini dopo la caduta di Roma, cadde nelle più misere contraddizioni. La sua bella affermazione di libertà e di unificazione italiana per mezzo del Piemonte, concluse a «continuare l'agitazione in Italia, diffondere l'idea nazionale, esigere dai napoletani e dai siciliani l'esecuzione delle costituzioni del 1848 ed organizzare il rifiuto delle imposte; i toscani e i popoli dello stato pontificio sottoscrivere petizioni pel ristabilimento delle costituzioni abolite; i lombardo-veneti agitarsi come meglio potranno, prepararsi agli eventi, non fare alcuna sommossa che non abbia probabilità di rivoluzione. Appena scoppiata la rivoluzione, chi ne è alla testa proclami Vittorio Emanuele re d'Italia e convochi un'assemblea nazionale italiana, che rappresenti l'Italia insorta e possa, in caso di esitazione o ritardo per parte del Piemonte, continuare l'opera del riscatto, usando tutti gli elementi di forza che può somministrare la nazione».
Così l'unificazione d'Italia diventava impossibile in questo sogno rinnovato dei riformisti e dopo la tristissima esperienza delle restaurazioni.
Del problema di Roma non altra parola che questa da Manin: «Roma non si muova». Egli sentiva bene che Roma era il cardine della rivoluzione italiana, e che la sua questione risorgeva sempre improvvisa su tutte le altre; ma republicano veneto, che non aveva osato applaudire alla republica romana e aveva trattato col papa a Gaeta, non osava nemmeno ora la proclamazione di Roma capitale d'Italia.
Nullameno l'efficacia della dichiarazione di Manin fu immensa. Tutti coloro che aspettavano un illustre esempio per passare dal campo disperato della repubblica in quello trincerato della monarchia piemontese, si affrettarono sulle orme dell'esule glorioso contro il quale nessuna accusa era possibile. Se il congresso di Parigi aveva riconosciuto l'egemonia del Piemonte all'estero, Manin la consacrava all'interno; il suo programma naturalmente assorbito da quello di Cavour, non era più che l'ultima eco della grande declamazione rivoluzionaria.
Alla Società nazionale di Parigi, che alla morte di Manin (22 settembre 1857) perdette naturalmente d'importanza, ne corrispose un'altra a Torino per opera del La Farina, republicano preso recentemente nell'òrbita di Cavour come un satellite. Con essa si mirò a disciplinare entro metodi ed intenti regi quei republicani che dietro l'esempio di Manin s'arrendevano alla monarchia piemontese pur conservando maggior larghezza di propositi e più italiano ideale.
Invano Mazzini e Cattaneo, l'uno unitario, l'altro federalista, sostennero con pari nobiltà d'ingegno e di fede la tradizione republicana contro la tradizione regia: invano accusarono il Piemonte di conquista, sperando così sollevare contro di esso gl'istinti democratici moderni; più invano con logica inesorabile e stile luminoso esumarono tutti gli errori e i tradimenti di casa Savoia, e cacciando con feroce pietà la penna nelle ferite ancora sanguinolenti aperte da Carlo Alberto nel corpo della nazione italiana tentarono sottrarla al fascino della nuova illusione monarchica: storia e vita davan loro torto. L'ultima tradizione italiana era regia. Da quando le signorie tramontando nei principati e questi nei regni l'Italia si divise in quattro o cinque stati, dei quali la Sardegna e le due Sicilie soltanto ebbero vera importanza, il Piemonte dominando la valle del Po ed essendo a contatto con tutta la maggiore varietà di spiriti e d'interessi italiani rappresentò l'Italia in Europa. Le guerre e le catastrofi incessanti invece di rovinarlo lo ampliarono: esso solo fu stato militare ed indipendente. Le due Sicilie, maggiori di territorio e di popolazione, vissero e soffrirono quasi straniere al resto d'Italia. La rivalità storica di questi due stati si era risolta colla rivoluzione del '48: il Piemonte col mantenere lo statuto aveva assunto di costituire l'Italia conglomerandola in un solo grosso regno. Tre secoli di storia esprimevano questa tendenza monarchica, giacchè le ultime repubbliche di Venezia e di Genova erano perite nella peggiore inanizione, e quelle improvvisate dalla grande rivoluzione francese erano state una conquista altrettanto straniera che violenta.
L'ultima grande tradizione italiana era regia; in essa si verificava il passaggio dalla forma federale all'unitaria colla forma obbligatoria della conquista. Che se gl'istinti e i principii democratici moderni sembravano contrastare a questa fatalità, la storia abituata da tempo a procedere per contraddizioni si serviva di essi come di elementi piuttosto atti a difendere il vecchio edificio italico che a dare forma al nuovo: la democrazia nell'imminente rivoluzione italiana doveva essere idea ed avvenire, la monarchia tradizione e forma.