Quindi Cavour crebbe gigante nell'opinione universale.
La sua politica non mirava che all'espulsione dell'Austria dal Lombardo-Veneto: nel Piemonte governo, camere, costituzione, secondo un motto giusto e spiritoso, tutto non era più che il conte di Cavour. L'opposizione del conte Solaro della Margherita e del Brofferio, dell'estrema destra e dell'estrema sinistra, passavano nell'aria satura di passioni politiche senza determinarvi il più piccolo scoppio. La dittatura parlamentare del grande ministro si consolidava ad ogni scossa, saliva sempre più alto ad ogni discussione, come quei picchi che paiono alzarsi all'occhio del viaggiatore che vi si inerpica. La lunga pratica e la facile natura avevano identificato il conte di Cavour col Piemonte: vi reggeva tutti i ministeri, vi assorbiva tutte le idee, vi dava tutti gli ordini, vi portava tutte le responsabilità. Metternich, vecchio ed esule dalla politica, diceva di lui: «L'Europa non ha più che un diplomatico e questo è contro di noi». Alessandro Manzoni con più fine penetrazione seguitava: «Egli ha tutto dell'uomo di stato, le prudenze, e le imprudenze».
Alere flammam, era la sua divisa. Il Piemonte già povero ed ora più impoverito dalla guerra di Crimea e dalla preparazione ad una guerra maggiore, pareva a tutti oramai incapace di altre temerità economiche; ma Cavour, profittando della sottoscrizione aperta da Manin a Parigi per cento cannoni da regalarsi alla fortezza d'Alessandria, ne raddoppiava le opere militari, le riallacciava a quelle di Casale e di Valenza sul Po: sarebbe la prima barriera contro l'Austria e salverebbe il Piemonte, dando tempo al suo alleato di accorrere. Così fu. Il Piemonte è la regione più montanara d'Italia, ma questa il paese più marittimo d'Europa, e quindi ha d'uopo d'un grande arsenale. Cavour risuscita quindi il concetto napoleonico della Spezia, allora ai confini del piccolo regno, e vi prodiga milioni, avventurandovi il massimo arsenale dello stato. Il Piemonte aveva già sbalordito l'Italia per lo sviluppo delle proprie ferrovie: nullameno Cavour, secondato da Paleocapa, confida primo nel genio di Sommeiller e vuole stupire l'Europa forando il Moncenisio.
Tutto piega alla sua volontà. In questa febbre d'iniziativa il suo scopo più immediato è di esautorare la rivoluzione. Accetta i cento cannoni per Alessandria dalla sottoscrizione aperta a Parigi da Manin e permessa da Napoleone III, perchè torna a gloria del nuovo partito nazionale e accenna già ad un non lontano accordo colla Francia; ma si oppone tirannicamente ad un'altra aperta dai mazziniani per diecimila fucili da offrirsi alla prima città capace d'insorgere: bersaglia di sequestri incessanti il giornale repubblicano Italia e Popolo: profitta dell'attentato di Agesilao Milano contro re Ferdinando di Borbone e dell'infelice moto insurrezionale di Francesco Bentivegna in Sicilia, per disapprovare tutti i disegni rivoluzionari e gittare replicatamente sul partito republicano ogni più orribile accusa; prodiga persecuzioni poliziesche, sguinzaglia la stampa contro Mazzini, contrapponendo astutamente lo splendore dei propri risultati al suo fecondo e segreto lavoro, la regolarità della propria preparazione diplomatica e parlamentare alla necessaria anormalità della sua propaganda rivoluzionaria; mescola ignobili arbitrî a replicate affermazioni liberali, mescendo alla nazione, nel vino del nuovo entusiasmo monarchico, il veleno d'una diffidenza sprezzante contro le più grandi anime republicane intese a mantenere nelle ultime congiure la passione patriottica necessaria fra non molto ad integrare con ribelli iniziative i suoi stessi disegni di guerra falliti.
È la grande vigilia monarchica. Il partito republicano sta per morire. Il Lombardo-Veneto si è acquetato, le Romagne sempre agitate si calmano, gli ultimi tentativi nella Lunigiana hanno conchiuso ad una insignificante follìa: nel Piemonte l'opposizione si volge appena distratta ad ascoltare qualche brano di declamazione parlamentare verso le alture dell'estrema sinistra: Garibaldi ansioso di nuova e vera guerra ha disapprovato gl'inutili ammutinamenti con frase più terribile di tutte le insinuazioni cavouriane: «Ingannati ed ingannatori!». Genova sola, patria di Mazzini, fermenta. Se Torino è la capitale della rivoluzione monarchica, Genova è la capitale della rivoluzione republicana. Quindi Carlo Pisacane, esule, illustratosi nella difesa di Roma, vi concepisce una suprema spedizione per sollevare le due Sicilie, sventandovi le mene murattiane ed impadronendosi di mezza Italia per controbilanciare così l'influenza monarchica del Piemonte. La polizia piemontese non sa nè sorprendere la congiura nè impedire la spedizione. Allora Mazzini tenta di sollevare Genova contro il governo piemontese, per sostenere con nuovi invii di armati l'impresa di Pisacane; senonché tutto gli fallisce e la sommossa conclude alla occupazione di un solo fortilizio colla morte di un solo sergente, mentre il battaglione di Pisacane è massacrato a Sapri.
Cavour, al quale lo smacco del suo grande avversario avrebbe dovuto bastare, sembra invece perdere la solita prudenza. Quasi dubbioso della sicurezza dello stato, sfoggia rigori, cerca a morte gl'innocui ribelli, li ammassa nelle carceri, impalca un enorme processo per alto tradimento, conduce una sozza campagna di calunnie contro gli accusati. L'opinione lo seconda, ma questa volta egli, così abile a maneggiarla, vi si ferisce. La persecuzione salva i ribelli dal ridicolo; Mazzini sfuggito per miracolo agli agguati della polizia, rimbecca da Londra le contumelie; le violenze infamanti del pubblico accusatore e le servili parzialità dei giudici durante il processo mutano il collegio della difesa in un'accademia di tribuni, che alla propria volta accusano il governo e possono appaiarlo con quello di re Ferdinando, allora egualmente occupato a disonorare i superstiti compagni di Pisacane; finalmente le truci sentenze, che condannano Mazzini ed altri cinque alla pena di morte, finiscono di compromettere il governo nella stima degli onesti. Nullameno le condanne a morte, per un resto della solita abilità, non colpivano che i soli contumaci; per gli altri si era abbondato negli anni di galera.
Contemporaneamente Cavour mandava l'ex-ministro Boncompagni ad ossequiare Pio IX, che tentava un viaggio nelle Romagne (1857), per arrestarvi colla propria presenza il progresso delle idee liberali.
Il grande ministro piemontese s'impiccoliva ogni qualvolta per necessità della propria politica s'affrontasse coll'idea republicana. Se Mazzini, trascinato dall'antica rivalità col Piemonte, commetteva uno dei soliti errori, tentando di sollevare Genova in aiuto di Pisacane, invece di ribellare piuttosto Livorno o qualche altra città di uno stato reazionario per non mostrare di cominciare l'attacco dall'unico governo liberale d'Italia; Cavour, scendendo a persecuzioni peggiori delle borboniche contro di lui, mentre nella politica interna si umiliava indarno a Pio IX e nell'esterna subiva il disegno di Napoleone III per un secondo regno murattiano nelle due Sicilie, scopriva il lato debole della propria italianità.
L'eccesso della reazione fu tale che le elezioni generali, seguite poco dopo, diedero un pericoloso sopravvento ai clericali: a Genova certo avvocato Bixio, una nullità reazionaria, riuscì eletto contro Giuseppe Garibaldi; molti canonici entrarono in parlamento; il conte Solaro della Margherita trionfò contemporaneamente in quattro collegi. Il vecchio Piemonte risorgeva contro il nuovo Piemonte italiano, per tentare una suprema rivincita dopo otto anni di sconfitte. Cavour dimise dal ministero dell'interno il Rattazzi, e ne assunse egli medesimo il portafoglio, raddoppiando coraggiosamente la propria responsabilità per meglio resistere al nuovo assalto.
Fortunatamente i tempi maturavano con benefica rapidità, e i successi nella diplomazia estera riavvaloravano il ministero scrollato dalle imprudenze commesse all'interno.