Poichè la pace del 30 marzo 1856 aveva lasciato molti punti indecisi nella questione d'Oriente, e la loro questione facevasi ogni giorno più difficile coll'Austria sempre più ostile, e la Francia sempre più condiscendente alla Russia, Cavour si assunse destramente la parte di paciere. Favorì l'unione della Moldavia colla Valacchia, secondo il principio di nazionalità contro l'Austria; conquistò le simpatie dello czar, al quale concesse una specie di diritto costante di rifugio in pieno Mediterraneo nella rada di Villafranca; s'affaccendò a mantenere l'Inghilterra unita alla Francia per averle più probabilmente entrambe favorevoli; ma sopratutto corteggiò in Napoleone III le tendenze avventuriere e la tradizione bonapartista, che lo traevano inconsciamente d'impresa in impresa.
Così rifece con lui un disegno di ricostituzione del primo regno italico con due principi francesi regnanti a Firenze e a Napoli. Mazzini era sempre stato l'unità; Cavour non era ancora l'unificazione d'Italia.
Capitolo Quarto.
L'opposizione rivoluzionaria
Disfatta del mazzinianismo.
In questo periodo l'opposizione rivoluzionaria riassunta con eccelsa grandezza personale da Giuseppe Mazzini si sdoppiò: la parte migliore proseguì infaticabile nell'opera contro tutti i tiranni d'Italia; l'altra, più sistematica ed intransigente, si torse contro il Piemonte, che mirando ad una egemonia sull'Italia veniva a contraddire fieramente principio democratico e forma republicana. Naturalmente lo sforzo maggiore dell'opposizione come partito fu contro il Piemonte. Nella guerra all'Austria e nell'odio alla reazione indigena convenivano quanti italiani avessero coscienza di patria mentre nell'idea della futura Italia tutti i partiti si urtavano. Il fallimento della grande rivoluzione federale, comprendendo anche la formula mazziniana, dava sovra essa un forte vantaggio alla nuova affermazione monarchica del Piemonte serbatosi costituzionale malgrado ogni rovescio. La tradizione regia e la tradizione republicana in lotta da molti secoli per il primato nella storia italiana si accingevano ad una suprema battaglia in quest'ultima preparazione rivoluzionaria. Da un canto stavano costumi, interessi, ordini costituiti di classi, gerarchie di ogni tempo e di ogni maniera: era in una parola tutta la vecchia Italia, che, sentendo i tempi novelli, voleva risorgere a vita politica di nazione, rimutando in se stessa solo quel tanto, che fosse strettamente necessario alla propria ricostituzione. Dall'altro urgeva lo spirito moderno rinnovato dalla grande rivoluzione francese intendendo il ricostituimento d'Italia nell'abolizione di tutti i privilegi storici e coll'avvento del popolo al governo.
Capitanava la tradizione regia il conte Camillo di Cavour, guidava l'opposizione rivoluzionaria Giuseppe Mazzini.
Forse mai nella lunga storia italiana vi fu lotta più grande di principii politici e di passione drammatica.
Alla caduta di Roma, Mazzini, tardi, con pochi amici, quasi dimentico del proprio pericolo, riprese la via dell'esilio. Tutto un mondo era franato su lui, ma egli ne dominava la ruina, dalla quale l'Italia emergeva a stento come un immenso cadavere. La reazione trionfante risaliva su tutti i troni d'Italia, si rassodava sui vecchi troni d'Europa, aveva persino trascinato la republica francese a rovesciare la republica romana per spianare la strada ad un secondo impero napoleonico. L'eroico tentativo di Giuseppe Garibaldi, cacciatosi con quattromila uomini fra gli Appennini per chiamare gl'italiani ad una suprema riscossa, si era esaurito nella più infelice delle ritirate: il generale stesso, profugo e cercato a morte, aveva potuto scampare a stento fra la ressa delle pattuglie nemiche e l'accidia disperata del popolo.
Mazzini riparò al solito nella Svizzera.