Di là con lettera fiammeggiante di sdegno scrisse ai ministri francesi per la maggior parte consapevoli strumenti di reazione imperiale, denunciò all'Europa con accento di profeta le intenzioni liberticide di Luigi Bonaparte, rispose all'enciclica di Pio IX. Con una foga di attività, cui i disastri sofferti parevano sprone, fondò a Losanna un nuovo giornale, l'Italia del Popolo, e vi riagitò, instancabile cavaliere della libertà, tutte le idee della democrazia, moltiplicando intrepidamente gli avversari con attacchi simultanei a tutte le scuole socialiste, redigendo con spaventevole sobrietà la cronaca del dispotismo italiano, riannodando le rotte file delle società segrete a ripreparare nel fervore delle battaglie recenti più vaste congiure. A Roma aveva lasciato Giuseppe Petroni, republicano stoico ed oscuro che una prigionia ventenne illustrò poi, perchè Roma fosse centro ai nuovi propositi italiani: ma Roma era di tutta Italia la città meno incline per natura e per storia a passioni di rivolte democratiche. Dalla Sicilia, da Napoli, dalle Romagne, dai Ducati, dalla Lombardia sopratutto, gli giungevano voci frequenti di ribellione. Pareva che tutto il popolo fremesse ancora, nascondendo nel riposo della sconfitta più fiera preparazione di guerra. E Mazzini sempre fisso nel concetto di una rappresentanza popolare, prende sul serio l'atto (4 luglio 1849), col quale gli avanzi dell'Assemblea romana si erano spontaneamente costituiti in una specie di frammentario parlamento nazionale senza mandato e senza sede.
Con esso crede possibile mantenere in Europa un'affermazione politica nazionale: quindi riassorbe questo introvabile parlamento in un comitato, del quale naturalmente rimane dittatore. Il primo manifesto (settembre 1850) in nome del comitato nazionale, equivoco a forza di essere conciliante, non parla che d'indipendenza, di libertà e d'unificazione come scopo, e ne pone a mezzi la guerra e la costituente: presso a poco la formula, che pochi anni dopo pronuncierà Daniele Manin. Ma piemontesi e lombardi fusionisti urlano all'utopia demagogica, mentre i repubblicani puri vi ravvisano sdegnosamente un atto di abdicazione e di piemontesismo. Il prestito nazionale italiano per dieci milioni di lire, da lui ideato ed emesso con cartelle segrete, non raggiunge che una somma ridicola: tutti i governi d'Italia vegliano sulla propaganda mazziniana, tutti i governi d'Europa tempestano di domande l'Inghilterra perchè espella il pericoloso agitatore. Ma egli, sempre maggiore apostolo che politico, al problema italico aggiunge quello di Europa, e con Ledru-Rollin, Arnoldo Ruge e Darasz fonda il comitato democratico europeo per riunire in un solo programma le forze e gli ideali divergenti della democrazia continentale: poco dopo si allea con Kossuth per prendere l'Austria fra due fuochi, smarrendo così nell'immensità di un disegno sempre crescente quel senso della realtà immediata e quel criterio esatto dei mezzi, che fanno della politica una scienza piuttosto d'azione che di pensiero.
Se non che all'urto delle contraddizioni scoppianti in seno al partito stesso nazionale, Mazzini, costretto a precisare meglio il proprio programma, rispiega la bandiera republicana, e torna coll'incrollabile fede del popolo a risognare una rivoluzione di congiure. Il suo ideale democratico, svaporando, lascia nuda l'inguaribile miseria del disegno rivoluzionario. I maggiori capi l'osteggiano. Maestri, illustre economista, scorato, sconsiglia Mazzini dalla lotta per ritornare all'innocua propaganda dei libri; Montanelli, ancora esaltato di republicanismo, lo accusa di piaggiare il Piemonte; Cattaneo, che sulle prime aveva riconosciuta valida la costituzione in parlamento nazionale degli avanzi dell'assemblea romana, ostinato nell'idea del federalismo italiano, si isola iracondo nella scienza: Cernuschi declama sulla necessità di republicanizzare Mazzini; Sirtori, l'eroe della difesa di Venezia, si dimette geloso dal comitato nazionale; Manin a Parigi si chiude in un silenzio di disapprovazione; Garibaldi erra povero ed abbandonato per le Americhe; Giuseppe Ferrari discende nella lizza per scrivere un libro violento di critica, paradossale nella forma, ammirabile di penetrazione, nel quale, soffiando su tutti i sogni rivoluzionari, sostiene che l'Italia per risorgere deve farsi scettica e francese. E tale scetticismo non sarebbe poi stato che l'abbandono di tutte le formule idolatriche così mazziniane che papali, mentre la Francia sola poteva col proprio intervento integrare tutte le insufficienze dell'Italia alla rivoluzione. Così il grande filosofo della storia concordava inconsciamente nell'idea e nell'opera di Cavour. Ma Ferrari, dominato dai propri studi storici, restava federalista. La disgregazione del partito mazziniano aumentava di giorno in giorno: alla fede crescente nel Piemonte corrispondeva una sfiducia sempre più sconsolata nell'efficacia del programma rivoluzionario. Cesare Correnti, spirito fine e carattere oscillante, esprimeva per tutti questa incertezza politica colla formula scettica «nessun programma: ecco il nostro programma».
D'altronde il partito monarchico piemontese spingeva alla dissoluzione del partito republicano con ogni mezzo. I giornali ministeriali con perversa abilità vilipendevano in esso uomini, idee, intenzioni, risultati: si seminava lo scetticismo, si dipingeva il partito come una setta, si confondevano ad arte i migliori patriotti coi ribaldi fatalmente assoldati o più fatalmente ancora penetrati nelle sue file, si spezzavano le riannodate congiure per compiangerne i martiri e calunniarne i proscritti. Nicomede Bianchi, diventato poi utile storiografo raccogliendo in vasta opera i materiali diplomatici per la storia moderna d'Italia, scrisse sulle Vicende del mazzinianismo un libro inane e velenoso, che nullameno nocque gravemente al partito: Bianchi-Giovini scaricò sovra questo grossa parte del proprio odio al papato; il Gallenga si fece corrispondente del Times, allora massimo fra i giornali inglesi, per vituperare l'opera degli esuli italiani; Carlo Pisacane, generoso ed intelligente ufficiale, che aveva ben meritato della difesa di Roma, si staccò da Mazzini per seguire Proudhon: Ausonio Franchi, dialettico poderoso, che di prete divenuto razionalista doveva poi dissolvendo ogni stazione del proprio pensiero ridiventare prete, nella Religione del secolo XIX sgretolava con critica penetrante la formula fondamentale di Mazzini Dio e popolo. Altri republicani nobili ed austeri, come l'Anelli e il Vannucci, che aveva scritto l'ammirabile libro sui Martiri italiani, si rifuggivano negli studi o instavano più poco nella battaglia; giovani soldati come Giacomo Medici, o politici come Emilio Visconti-Venosta subivano già l'ascendente piemontese e si preparavano a disertare il campo.
Nullameno Mazzini resisteva.
Cacciato indegnamente dalla Svizzera per le pressioni di tutti i governi, da Londra dirigeva con prodigiosa energia il moto rivoluzionario. Nulla lo atterriva, nulla lo stancava; la sua fede reagiva sull'evidenza di ogni fatto contrario; la sua passione gli mostrava nell'orgasmo di pochi magnanimi un fermento irresistibile di tutto il popolo. Giovanni Battista Carpaneto, console sardo a Tangeri, ove aveva ospitato Garibaldi esule e derelitto, tentando una pubblica sottoscrizione per fornirgli un minuscolo bastimento mercantile, col quale potesse guadagnarsi la vita, non era riuscito che a venderne tre azioni; il prestito nazionale non era andato molto più oltre; ma questi due sintomi umilianti non scoraggiavano l'indomabile agitatore. Genova era la capitale dei rivoluzionari; Nicola Fabrizi, severa figura di soldato e di patriota, degna di campeggiare fra gli eroi di Plutarco, rifuggitosi dopo la caduta di Roma in Corsica e quindi in Malta, organizzava le congiure nel mezzogiorno; a Milano altre società politiche ricostituitesi malgrado il terrore della polizia ripreparavano altre giornate; Mantova era centro alle speranze ribelli del Veneto; i Ducati fremevano; Livorno sembrava pronta ad insorgere d'ora in ora. Mazzini spingeva e al tempo stesso era spinto dai più temerari fra i ribelli; ma tutte le congiure abortivano; l'ecatombe dei martiri, cominciata a Milano collo Sciesa, crebbe di giorno in giorno, i supplizi spesseggiarono, Mantova s'infamò di patiboli, la sommossa del 6 febbraio a Milano infelicemente condotta fu atrocemente soffocata, i moti nella Lunigiana e a Parma violentemente e facilmente repressi, l'ultimo tentativo nel Cadore del maggiore Calvi mancò. Evidentemente la rivoluzione era impossibile: fuorusciti e popolani si arrisicavano soli nelle sue disperate fazioni e morivano intrepidamente, o, sottraendosi colla fuga fra i rischi di ogni persecuzione, ritornavano più fieri alla prova; ma la massa del popolo guatava sbigottita, e la maggioranza della borghesia condannava quei conati, che peggioravano la sua situazione.
Mazzini, gridato da tutti solo responsabile di tanti disastri, si mutava in un simbolo sinistro e fascinatore, mentre il Piemonte, unendosi agli altri governi per combatterlo, giustificava la reazione di coloro, che, alieni da tali modi rivoluzionari, volevano pur restare italiani di cuore. La sua posizione politica si faceva ogni giorno più insostenibile, dacchè agli antichi avversari si era aggiunto questo nuovo a pretendere l'indipendenza nazionale coll'iniziativa di un governo francamente parlamentare. Se Mazzini nella propria opera di democrazia europea dava al problema italiano un'irresistibile popolarità, che presto o tardi doveva renderlo accetto alla pubblica opinione, il conte di Cavour, oppugnando con destrezza spinta talvolta alla perversità il partito rivoluzionario, persuadeva i governi dell'attitudine degl'italiani ad un ordinato vivere politico compatibile cogl'interessi dinastici ancora dominanti in Europa.
L'opposizione rivoluzionaria doveva dunque vedere fatalmente nel Piemonte il maggiore nemico. Con esso l'avvenire d'Italia non avrebbe potuto evitare una conquista regia troppo poco promettente malgrado ogni vanteria costituzionale, giacchè, per compiacere alla Francia e per terrore di Vienna, imprigionava i generosi scampati alle sommosse o alle condanne austriache. In questa lotta disuguale Mazzini sentiva che senza un'insurrezione almeno parzialmente trionfante era impossibile controbilanciare l'influenza del Piemonte. I ricordi guerreschi dell'ultima rivoluzione ribollivano nel suo spirito mantenendogli la fede nella potenza popolare: le concordi aspirazioni della democrazia europea gli facevano sperare una più vasta rivoluzione continentale, che ricomponesse la sbranate nazionalità. A Londra aveva costituita una società di Amici d'Italia, che lo sovvenivano di denaro; a Genova il suo giornale, L'Italia del Popolo, diretto da Savi e da Quadrio, combatteva aspramente la politica di Torino analizzandone con implacabile logica tutte le deficienze, mentre il governo lo vessava invano di sequestri, senza osare sopprimerlo per rispetto alla libertà statutaria. Le difficoltà aumentavano ogni giorno. Alla guerra di Oriente le diplomazie avevano ironicamente lusingato il Piemonte sino a fargli sperare la corona di Spagna pel duca di Genova e la Lombardia per Vittorio Emanuele, pur garantendo invece all'Austria l'integrità de' suoi possessi italiani: ma alleanza e guerra avevano dato non pertanto nuova importanza al piccolo stato. Ora i disegni napoleonici di una nuova dinastia murattiana a Napoli, fatalmente secondati da Cavour, attiravano sull'Italia il pericolo di un'altra dominazione straniera. In tale cospirazione entrarono infelicemente prima il Saliceti e il Ruffoni, poi il Montanelli e il Sirtori. Mazzini fu pronto al riparo, denunziando con eloquenti proteste i colpevoli tentativi: dalle prigioni napoletane Carlo Poerio e Silvio Spaventa risposero tragicamente «preferire di morire in carcere che stendere le loro mani pure a quell'avventuriero»; tutti gli esuli napoletani si unirono loro. Nullameno il disegno non fu politicamente abbandonato.
La gloria conquistata dal Piemonte nella guerra di Crimea stabiliva la sua egemonia sull'Italia. Invano Mazzini per le persecuzioni prodigate agli insorti del 6 febbraio aveva posto ai ministri piemontesi il terribile dilemma: siete coll'Austria o con noi? Invano per l'accessione del Piemonte al trattato del 10 aprile 1854 ripetè al conte di Cavour: siete coll'Austria! Invano con uno sciagurato proclama ai soldati piemontesi chiamò una deportazione la loro andata in Crimea incitandoli alla rivolta, e previde mirabilmente tutti gli errori diplomatici della guerra: la vittoria morale ottenuta dal conte di Cavour al congresso di Parigi umiliava l'inutile eroismo di tutte le precedenti ribellioni. Finalmente la conversione di Manin al Piemonte affrettava l'ultimo schianto nel partito mazziniano.
Con Mazzini non rimasero più che i republicani puri. Garibaldi, assalito dall'Italia del Popolo con ingiusta violenza per le vecchie gelosie del Rosselli nel comando durante l'assedio di Roma, dopo tutti quegli inutili e sanguinosi tentativi di rivolta, accettava l'iniziativa piemontese pur riserbandosi di sorpassarla. Allora il grande partito rivoluzionario fondato colla Giovine Italia rimase appena una setta, che Manin ingiuriò atrocemente, accusandola di predicare la teorica dell'assassinio politico, e sulla quale Garibaldi pei moti di Parma aveva gettato le terribili parole: Ingannati ed ingannatori!