La tradizione republicana era vinta. Il sangue dei tremila martiri, straziali da tutti i tiranni indigeni e stranieri, non era bastato a rinvigorire la coscienza nazionale estenuata da tanti secoli di schiavitù: il prodigioso apostolato di Mazzini non aveva convertito che i migliori, ed anche questi, riconoscendo l'impossibilità immediata del suo programma, si rassegnavano all'iniziativa piemontese, per raggiungere col sacrificio della libertà democratica l'indipendenza nazionale.
Mazzini medesimo ne fu scosso. La sua ultima formula «Per la nazione e colla nazione» meno esclusiva delle altre, non mirò che a mantenere il partito democratico all'avanguardia della rivoluzione, accettando il concorso del Piemonte, ma procrastinando a dopo la vittoria la decisione del paese sulla forma di governo. Era un principio di abdicazione, giacchè l'esiguità dei mezzi rivoluzionari in confronto dei forti preparativi guerreschi del Piemonte e delle sue necessarie alleanze in una guerra contro l'Austria avrebbe fatalmente subordinata la democrazia alla monarchia. D'altronde senza una poderosa insurrezione la democrazia non poteva essere accettata per vero partito d'azione. Mazzini come risposta alla sottoscrizione aperta da Manin in Francia per fornire cento cannoni ad Alessandria ne ideò un'altra di diecimila fucili da regalarsi alla prima città insorgente: ma Cavour vietò questa colletta pericolosa, che, armando i rivoluzionari poteva guastargli il sapiente giuoco di approcci, col quale circuiva la Francia. Ma senza denaro e senza armi un'insurrezione era impossibile. Peggio ancora la nuova Società Nazionale del La Farina, disciplinata da Cavour, intralciava ogni mossa ai vecchi mazziniani.
Tutto quel romanticismo del principio del secolo che aveva così enfaticamente atteggiato arti, scienze, filosofia e politica, sciupando con inconscie teatralità i migliori momenti della rivoluzione, vaniva ora al soffio dei minori interessi. Patria, libertà, democrazia discendevano dalla sfera luminosa dei principii a quella organica dei fatti: si voleva una ricostituzione d'Italia, ma senza pretendere di tutto rinnovare in una sola volta; si accettava la monarchia di Piemonte come un enorme progresso su tutti gli altri stati; si desiderava l'unità, ma accontentandosi di una unificazione qualsiasi, e si mirava sopratutto all'espulsione dell'Austria. I grandi problemi politici e religiosi, posti da Mazzini a capo della rivoluzione, non erano peranco maturi: bisognava giovarsi dell'opportunità, tradire forse i principii, mutare programma appena fosse utile, stringere la solidarietà dei maggiori interessi, mostrarsi scettici e pratici, frazionando il disegno italico per attuarlo parzialmente. L'epoca delle eroiche passioni era consunta: queste dovrebbero rianimarsi nei giorni delle imminenti battaglie, ma la direzione suprema della politica aveva ora a consigliarsi coi governi di Europa per offrir loro una forma accettabile di rivoluzione.
Dal '21 al '48 il metodo rivoluzionario aveva sempre fallito. Mazzini lottava invano contro questa tradizione d'insuccessi. Se a lui solo si doveva il merito di avere accesa la febbre del patriottismo nell'anima della nazione, a lui solo del pari si dava la colpa di ritardare il vicino riscatto d'Italia con una superba caparbietà nel vecchio inattuabile programma democratico. In questa reazione contro di lui non si riconosceva più l'efficacia della sua intransigenza, per la quale, mantenendosi presenti allo spirito italiano i grandi ideali rivoluzionari, si sarebbe poi potuto con rapido intervento di ribellioni integrare le probabili insufficienze del disegno cavouriano. Si dimenticava che la più eccelsa grandezza del genio italiano stava appunto in questa sublime ostinazione rivoluzionaria di Mazzini, che, prima di risolvere il problema italiano, lo unificava nel problema europeo, fondendo in una potente unità questioni religiose e politiche, prevenendo le più accettabili idee socialiste e fecondando i germi di quella democrazia, cui la monarchia nella ricostituzione della patria doveva essere coccia e cuna.
Ma irresistibili necessità dialettiche traevano Mazzini a sempre maggiori sforzi di ribellione. Poichè l'Austria era troppo forte nel Lombardo-Veneto, e i Ducati troppo incerti, e la Toscana troppo molle, eccettuandone Livorno, solo le due Sicilie offrivano qualche probabilità di rivoluzione. Già il moto di Bentivegna e il regicidio di Agesilao Milano tradivano forti impazienze: Palermo, implacabile nell'odio contro Napoli, sembrava fervere di patriottismo italiano; la corona di Sicilia offerta al duca di Genova durante la rivoluzione del '48 aveva schiarito l'idea dell'unificazione; si erano avviate pratiche con lord Palmerston e coi capi della legione anglo-italiana fondata dal Fabrizi a Malta, così che l'illustre ministro inglese se ne era servito per contrastare ai disegni napoleonici sul reame. A Napoli s'allargava il lavoro segreto dei patrioti divisi fra unitari monarchici, nazionali e murattiani. Bisognava per resistere all'influenza del Piemonte provocare una rivoluzione nel mezzogiorno, che come stato libero e lontano dall'Austria avrebbe potuto ricostituirsi senza immediato intervento straniero.
Una rivoluzione trionfante a Napoli e a Palermo avrebbe forzato il Piemonte a dichiarare la guerra all'Austria, sotto pena di perdere il proprio primato italiano: tutto il resto d'Italia ne andrebbe sossopra.
Mazzini vi si infervorò. Già Alberto Mario, il più squisito cavaliere della nuova borghesia, come D'Azeglio era il più amabile della vecchia aristocrazia piemontese, ma di lui più fine nell'ingegno e più avventuroso nel carattere, aveva fino dal 1852 proposto di tentare una sollevazione nel Napoletano anzichè nella Lombardia: più tardi Garibaldi, aderendo ad un disegno di Panizzi, celebre bibliotecario del British Museum, per liberare Settembrini e gli altri prigionieri dal carcere di Ventotene, accettava di tentarvi uno sbarco con un battello a vapore, ma questo affondò traversando la Manica. Quindi Carlo Pisacane meditò a Genova di scendere sulle coste siciliane o napoletane con poca truppa ad iniziarvi la rivoluzione.
L'impresa patriottica e romantica affascinò le menti dei maggiori rivoluzionari. Mazzini, rappattumatosi con Pisacane dopo un breve dissidio di teoriche politiche, venne segretamente a Genova (1856) per concordare mezzi e disegni: egli intendeva contemporaneamente sollevare Genova per forzare il Piemonte alla guerra contro l'Austria e al soccorso di Pisacane, senza calcolare che una ribellione a Genova in quel momento avrebbe costretto il Piemonte alla guerra civile per necessità di difesa, togliendo così alla guerra nazionale il più valido concorso. Era l'ultimo errore della sua opposizione cominciata colla spedizione di Savoia, e doveva finire in più infelice tragedia.
Carlo Pisacane fu quindi il martire della nuova impresa, nella quale pochi anni dopo Garibaldi doveva sfolgorare eroe trionfante: oggi il giovine partito socialista lo vanta antesignano, e cerca ogni modo d'ingrandirlo, per farne un rivale di Mazzini.