Questo principe, orfano, povero, educato al collegio della Nunziatella in Napoli sua patria, paggio alla corte borbonica, poi ufficiale ed ingegnere, si era presto distinto per merito in alcune opere ferroviarie. Ma sospetto per il carattere mite ed austero ai superiori, e poco dopo forzato da un amore infelice a fuggire a Londra, si arruolava nella legione straniera militante per la Francia contro gli arabi d'Algeria. Di là ai primi scoppi della rivoluzione correva a Milano, vi ricusava il grado di colonnello per campeggiare tosto sul Tirolo colla legione Borra, e vi era ferito. Respinto dai capi, che il disastro sbaragliava dovunque, incontrandosi nella Svizzera con Mazzini, ne subiva l'irresistibile ascendente: quindi Mazzini, diventato triumviro della republica romana, lo nominava per la sua bella tempra di soldato allo stato maggiore per la difesa della grande città. Qui Pisacane si rivelava fra i migliori ufficiali in ammirabili servigi; ma Roma cadeva, e l'esodo di tutti lo travolgeva più povero e più nobile di prima per le contrade d'Europa. Pochi avevano sospettato delle sue grandi qualità, nessuno aveva ancora avuto campo di misurarle. Il suo primo libro, Guerra combattuta in Italia negli anni 1848-49, passò inosservato, quantunque fosse forse la migliore scrittura di guerra allora pubblicata; però in essa Pisacane non aveva compreso il genio originale di Garibaldi.

Ma ricoverato finalmente a Genova e sopportatovi a stento dal sospettoso governo piemontese, Pisacane vi si isola nello studio, raddoppiando con istinti di novatore e con amarezza di esule la ribellione del proprio pensiero. Come in tutte le più belle figure di quel tempo, anche in lui fermenta una poesia romantica, che lo attira ad avventure intellettuali e guerresche: una segreta tristezza gli acuisce il senso critico, una inesausta generosità lo spinge oltre il problema politico verso il fondo tenebroso ed ululante delle questioni sociali. Quindi la rivoluzione italiana non diventa per lui che un incidente, del quale le lotte e il trionfo non scemeranno di un'oncia l'immane massa di miserie millenarie, che pesano sul popolo.

Il suo spirito, malgrado la nativa dolcezza, è già ateo, ma questo ateismo non esprime ancora che una dolorosa reazione del suo sentimento sull'idea popolare di una provvidenza divina. La religiosità di Mazzini lo irrita, l'inevitabile e soffocante disciplina del partito rivoluzionario lo esaspera al punto che la passione della libertà gli si trasforma inconsciamente in una smania d'insubordinazione. Nell'irresistibile foga di una prima critica egli non crede più a nulla: Austria e Piemonte gli sembrano due governi egualmente oppressori, sebbene quello sia straniero: ogni religione è il capolavoro di una ipocrisia, ogni idea ultramondana uno sciocco abbandono della terra. Così cercando istintivamente, come tutti i ribelli, le giustificazioni della propria rivolta nel passato, si caccia attraverso la storia. Senza studi e senza metodo critico si vi smarrisce tosto, malgrado l'unicità dell'idea che lo guida. I suoi autori sono napoletani, Vico, Pagano, Filangeri: sovra i due primi ridipinge confusamente il quadro dell'antichissima Italia: ignora gli studi posteriori, interpreta ogni decadenza come una caduta morale ed economica dovuta alla tirannia del capitale. Rifà la storia di Roma sui manuali di scuola, vede nel cristianesimo un regresso, nel papato una frode colossale, nel medio evo una tenebra, nei comuni un'oasi popolare, che spiega colle odierne teoriche socialiste. Tutta la lunga storia italica sfugge così alla penetrazione del suo ingegno, che nullameno ne illumina tratto tratto qualche problema. Mentre un arido materialismo economico gli contende pressochè tutte le rivelazioni del passato, la passione degli studi militari, eccitata dal più nobile patriottismo, lo spinge a vedere nei romani il modello di tutti i popoli guerrieri. Colla loro legione egli spiega ogni loro vittoria, esamina minutamente la loro tattica, segue lo sviluppo della loro strategia, analizza a una a una le loro più famose battaglie, critica e sentenzia con superba e meditata coscienza della propria capacità. E dove un patriottismo retrospettivo non lo accieca, come nello studio sopra Scipione che vorrebbe superiore ad Annibale, i suoi giudizi lo elevano fra i migliori maestri dell'arte militare. Quindi, arrivando al rinascimento, coglie magistralmente le incomparabili qualità guerriere di Francesco Sforza e di Niccolò Piccinino, assiste fremendo al decadimento delle armi italiane, valuta l'opera rinnovatrice di Montecuccoli, di Gustavo Adolfo, di Federico II e di Napoleone I, si appassiona agli inescusabili disastri dell'ultima rivoluzione italiana; ma, fuorviato dall'esempio della grande Convenzione francese, che con improvvisati eserciti cittadini sconfiggeva quelli stanziali di tutta Europa, ricade con Mazzini nell'illusione di una guerra e di una vittoria popolare.

Perciò, immaginando l'Italia ricostituita in nazione, schizza coraggiosamente i primi lineamenti del suo esercito sociale.

Nei quattro Saggi che di lui ci rimangono e che furono stampati dopo la sua morte, quello pel quale ora gli venne vera importanza politica, è il terzo della Rivoluzione. Scientificamente e letterariamente è quasi senza valore: vi mancano del pari principii filosofici ed economici; è confuso, diffuso, scarso di argomenti, povero di materiali, incerto nel metodo, inconsapevole nelle conseguenze. Dei maggiori socialisti francesi, dai quali deriva, quegli che più vi traspare è Proudhon, ma senza il rilievo del suo stile e l'irresistibile ingranaggio della sua logica. Naturalmente vi fa da fondamento il teorema di Bentham sulla ricerca della felicità; la critica agli ordini della società vi muove da un concetto di giustizia: solo la formula vacua — Libertà ed Associazione — contraddicendo alle costruzioni sistematiche del socialismo d'allora, che pretendevano ridurre il mondo ad una monotona vita mezzo di caserma e mezzo di convento, rivela l'indipendenza del suo spirito. In questo saggio, dietro i classici esempi di Saint-Simon, di Fourier, di Cabet, di Proudhon, è redatto anche il nuovo patto sociale con ingenua facilità e con alcuni commenti, dai quali s'indovina in Pisacane un convenzionale in ritardo. La necessità di una pronta e spietata distruzione sociale vi è affermata alteramente.

Questa l'opera del suo spirito, che solo l'ultima impresa della sua vita ha potuto illustrare così, da alzarlo oggi all'onore di campione del partito socialista italiano.

Ma l'aridezza materialistica che ne rende più squallido il dilettantismo storico, e l'insufficienza di dottrine economiche che le tolgono ogni valore fra i tanti studi socialistici di Francia, di Germania e di Russia, sono vivamente compensate dalle sue ammirabili contraddizioni colla natura spirituale dell'autore. Questo ateo ha la passione di tutti gli ideali, questo anarchico distruggitore non invidia e non odia: nessun vizio ha mai contaminato la sua vita, nessuna ambizione diminuito il merito dei suoi molti sacrifici. Volontario nella rivoluzione e nel socialismo, non si è mai ricordato di essere nato principe, e vi è rimasto gran signore; la sua nuova famiglia cresciuta da un adulterio vive nella castità di un unico amore; la sua utopia non è che il voto di un gran cuore, e rimane incompresa in quella tormenta di passioni politiche, che si esauriscono alla vigilia della rivoluzione unitaria.

Infatti Pisacane, riattirato dalla generosità dell'animo nelle lotte del momento, a trentanove anni gitta i libri come inefficaci alla patria, e si vota alla morte per sollevare con uno sforzo supremo le due Sicilie contro il Borbone. Il suo testamento politico è sublime d'ingenuità. Dopo aver dichiarato di non credere al beneficio di nessuna costituzione, e che neppure la rivoluzione politica gioverà al popolo, nullameno si avventura nella più arrischiata delle spedizioni. Il suo istinto maggiore della sua ragione, il suo cuore più alto del suo intelletto, lo spronano ad un olocausto senza fede e senza speranza, meraviglioso ed assurdo.

Ma nell'azione egli sembra ritrovare tutto se stesso. Le sue più belle qualità sfolgorano improvvisamente: dimentica il breve dissidio con Mazzini, si rituffa nelle cospirazioni coll'ardore di un neofita e la bravura di un cavaliere. Preso nell'irresistibile illusione di Mazzini che fida sempre nel popolo, egli napoletano crede che i napoletani aspettino solo un esempio per insorgere: scendere sulle rive del mezzogiorno con un pugno di congiurati, ribellarlo, cacciare i Borboni, sollevare tutta Italia, diventa il suo sogno. Nella miseria di mezzi del partito rivoluzionario e per la necessità di eludere la sospettosa polizia piemontese, egli medita d'imbarcarsi con pochi compagni sopra un vapore postale, d'impossessarsene sorprendendo l'equipaggio, e con esso approdare nel regno. La prima prova gli fallisce, quindi si avventura solo a Napoli per meglio saggiare il terreno. Tutto gli pare pronto; la fatalità di una vera rivoluzione dopo gli ultimi insuccessi nella Lunigiana lo incalza. Il 25 giugno 1857 s'imbarca con alcuni amici sul Cagliari, vapore sardo, diretto verso la Sardegna: Rosolino Pilo, altro principe siciliano del sangue d'Angiò, deve raggiungerlo in mare con una seconda imbarcazione di congiurati; ma, sbattuto dalla tempesta e sviato dalla nebbia, vi si smarrisce: nullameno Pisacane riesce ad impadronirsi del Cagliari. Allora si dirige sull'isola di Ponza, vi sbarca, vi libera 323 prigionieri, per la maggior parte politici, e si difila sul golfo di Policastro. A Genova nulla è ancora trapelato dell'impresa, a Napoli nessuno sospetta di uno sbarco. I congiurati toccano la spiaggia di Sapri al grido di: viva l'Italia e viva la republica! ma i contadini sbigottiti guatano senza comprendere. Una prima vittoria dei ribelli sopra alcune squadre di gendarmi non basta a persuadere le campagne. Allora Pisacane colla piccola schiera s'addentra nella terra per la via di Sala, cercando di guadagnare i monti e sperandovi migliore accoglienza; se non che una grossa mano di regi spiccata da Salerno lo arresta e lo sconfigge. L'impresa è perduta, ogni scampo precluso. Un nucleo di cinquanta superstiti stretto intorno a Pisacane può nullameno ritirarsi sul Cilento, ma la novella della disfatta, il timore delle milizie incalzanti i fuggiaschi, l'avidità dei premi promessi, le feroci eccitazioni del clero scatenano la plebe alla strage. Pisacane, sopraffatto dopo eroica difesa, è finito a colpi di ronca dai villani, quasi tutti i suoi compagni scannati; i soldati regi vollero o poterono appena salvarne alcuni per trarli in trionfo a Napoli. Fra questi fu Giovanni Nicotera, robusta tempra di soldato e di politico, divenuto poi ministro del regno d'Italia, e che venne allora cogli altri condannato a morte. Il processo al solito passò d'infamia in infamia, si tentò di disonorare gli accusati; peggio ancora i murattiani, aspramente combattuti da Nicotera negl'interrogatorii levarono indegne grida di tradimento, associandosi al governo borbonico.

Intanto Mazzini a Genova falliva nell'ultimo conato di sollevare la città, e il governo piemontese rivaleggiava col napoletano nella ferocia della repressione contro i ribelli.