Maurizio Quadrio a Livorno non era stato più fortunato, tentando una insurrezione contro il granduca. Il partito rivoluzionario era vinto.

La pubblica opinione, unanime nel condannare l'infelice impresa di Pisacane, non volle nemmeno ammirarne l'eroismo: la stampa liberale monarchica ne vilipese idea, uomini e risultato; quella reazionaria ne parlò come di un caso di brigantaggio; l'Europa abituata a tali insuccessi delle rivoluzioni italiane, non se ne commosse. Solo Victor Hugo coll'infallibile divinazione dei poeti comprese il fato di questi nuovi argonauti della libertà e scrisse: «John Brown è più grande di Washington, Carlo Pisacane più grande di Garibaldi».

La disfatta di Pisacane prostrò il partito rivoluzionario: il Piemonte crebbe d'importanza, il mazzinianismo non fu più che una setta, il federalismo una scuola. I murattiani, indipendenti o ligi al Piemonte, non miravano che a migliorare il proprio governo napoletano con una nuova dinastia, abbandonando ogni ideale italiano e democratico: alcuni altri, dotti e dottrinari, come Cesare Cantù, predicavano possibile la libertà in qualunque forma di governo anche straniero, e, separandola così dall'indipendenza e dalla democrazia, la rendevano parola senza senso e senza attrazione. In fondo nessun partito aveva un programma limpido e un ordinamento adeguato di mezzi. Iniziativa regia e iniziativa rivoluzionaria si rivelavano del pari insufficienti: l'iniziativa anche questa volta doveva essere francese.

Mazzini, abbandonato dai migliori seguaci, ridiventava nuovamente apostolo, scrivendo di se stesso con accento disperato: «Io non sono che una voce che grida azione»; e la gridava su tutti i toni, ammonendo, rampognando, difendendosi, accusando gli avversari, chiedendo l'elemosina all'Europa per questo popolo d'Italia, Belisario della libertà, e nullameno accendendogli sulla fronte la fiamma del proprio genio, per mostrarlo come campione di una terza epoca civile.

La preparazione rivoluzionaria cominciata dal 1831 era compiuta.

Capitolo Quinto.
La mediocrità politica e letteraria.

Scadimento del genio nazionale.

Alla vigilia della rivoluzione, che doveva finalmente ricostituire l'Italia, il genio nazionale sembrava oscurarsi.

L'immenso moto di studi cominciato col secolo si era rallentato dopo gli ultimi disastri politici. La maggior parte dei grandi scrittori erano morti o ritirati dalla lotta: l'originalità si faceva più scarsa. Una specie di stanchezza prostrava il pensiero italiano. Le passioni consunte dalle rivoluzioni infelici del '21, del '31 e del '48, o assorbite dalle estreme sanguinose avventure delle cospirazioni, non animavano più i libri: un maggiore contatto colle nazioni, che tenevano in Europa il campo intellettuale, sembrava avere scoraggiato la produzione dello spirito nazionale. Al vecchio orgoglio scolastico, che ci faceva credere ancora i maggiorenti della civiltà colla gloria insuperata delle antiche opere, era succeduta una tacita disistima delle nostre cose presenti: si cominciava a comprendere come nell'immenso lavoro del pensiero europeo, fecondante ancora tutto il mondo, la nostra parte fosse secondaria. Nemmeno l'ammirabile sforzo tentato con sì ricca concordia d'ingegni e di risultati al principio del secolo era bastato per rimetterci a paro colla Francia, coll'Inghilterra e colla Germania.