La letteratura francese restava al disopra della nostra, la filosofia tedesca era diventata universale mentre l'italiana non aveva potuto passare le Alpi, lo sviluppo delle scienze presso di noi non resisteva al confronto della loro prodigiosa espansione in Inghilterra. Malgrado ogni vanteria, bisognava confessare che Manzoni non valeva Victor Hugo, che Gioberti e Rosmini non bastavano contro Hegel e Schelling, che quasi tutte le più meravigliose scoperte ci venivano dall'estero. L'Italia non aveva e non avrebbe uno scienziato da opporre a Darwin.

Ma Alessandro Manzoni ancora giovane si era arrestato sul culmine della propria parabola per non abbassarsi discendendola, e taceva da oltre vent'anni; Gioberti era morto povero ed esule a Parigi; Rosmini si era spento nel silenzio tranquillo di un lago, e le loro due scuole filosofiche non avevano illustri scolari che le diffondessero come le scuole tedesche; Niccolini, ritirato dal teatro, cercava l'oblio tracciando una storia di casa sveva; Giusti dormiva per sempre fra gli oliveti di Monsummano; Berchet, rimbambito dalla vecchiaia, si era pentito delle proprie canzoni di rivolta per diventare senatore piemontese; Guerrazzi si ostinava ancora nei romanzi, ma la sua arte si guastava ogni giorno più nell'artificio, e delle irresistibili passioni di un tempo non gli restava più che l'abitudine del gesto e dell'accento; Rossini, il Napoleone della musica e di lui non meno egoista, viveva a Parigi ammutolito da quasi trent'anni, non ascoltando più che il coro instancabile delle proprie lodi ripercosso dagli echi di tutte le contrade d'Europa; Bellini, il suo giovane rivale, era scomparso come una di quelle comete, che illuminano per poche notti tutta una zona di cielo; Donizetti era stato soffocato dalla follìa. Qualcuno della fortissima generazione lottava ancora, ma non poteva al di là del grande periodo già consunto ottenere dalle nuove lotte altre vittorie. Cesare Cantù, prodigioso di attività, dopo compita la Storia Universale, ne accumulava altre gettandosi su tutti gli argomenti, riordinando archivi, superando Lodovico Muratori nell'opera, e nullameno non oltrepassando mai i confini del proprio sistema e non ricorreggendo mai il proprio metodo. Egli camminava sempre, mentre le scienze storiche progredivano altrove. La grande scuola neo-guelfa finiva in lui.

Le nuove scuole.

Ora nella filosofia tenevano il campo Terenzio Mamiani e Silvestro Centofanti, l'uno piuttosto un letterato e l'altro un erudito della stessa; Ausonio Franchi e Giuseppe Ferrari, quegli un critico e questi uno scettico, esprimevano meglio nel razionalismo la tendenza delle nuove generazioni; Carlo Cattaneo aspirava al positivismo senza raggiungere in esso nè la grande scuola francese del Comte, nè l'altra inglese anche più importante dello Spencer. A Napoli Augusto Vera, il maggior scolaro di Hegel, il maggior filosofo del secolo, aveva importato un sistema d'idealismo che doveva nella propria breve durata produrre molti frutti, ma del quale allora non vedevasi ancora il lustro. Nella poesia lottavano Giovanni Prati ed Aleardo Aleardi, lirici entrambi, più colorito e di maggior volo il primo, elegiaco e disadorno il secondo; ma in essi la passione di patria non era più che un tema di arte: il soffio di Manzoni, l'ira di Berchet, l'impeto di Niccolini non davano più al loro verso quella irresistibile potenza di attrazione che accomuna le anime e le infiamma. Prati, dopo aver elogiato Carlo Alberto, seguitava a blandire il Piemonte, cantandone i re come un bardo antico; Aleardi, in canzoni piuttosto scritte in prosa rimata che in verso, aveva gemuto sui supplizi di Mantova, e ripreparava qualche mite invettiva contro Pio IX; Giuseppe Mazzini nei proclami, negli appelli e nelle lettere era il solo poeta di patria.

Alla satira di Giusti, sempre amara anche nello scherzo, sibilante e sferzante sulle anime, seguivano ora nel teatro le declamazioni rettoriche di Paolo Ferrari, cui una innegabile vena comica aveva dato la primazia su tutti i commediografi italiani. Nullameno l'Italia anche dopo di lui doveva restare come prima senza vera commedia. Il dramma storico cresciuto come un magro pollone dalla grande tragedia del Niccolini e del Manzoni, erudito nel Revere e melodrammatico col Marenco, tentando indarno di rinnovare le profonde emozioni dell'Adelchi e dell'Arnaldo, scivolava dai massimi teatri alle arene divertendone le platee, senza appassionare le piazze. Nel romanzo solo il Rovani era riuscito a farsi un nome onorevole, derivando dal Manzoni sino a predicarlo maestro supremo, e non pertanto rimanendo a lui inferiore così nell'arte che nell'ardore patriottico: classici e romantici sembravano colpiti dalla stessa decadenza. Superstite letterato della scuola guelfa, il padre Bresciani gesuita bamboleggiava con servile pedanteria nella vanità delle parole insultando a tutte le tragiche glorie della rivoluzione con romanzi, nei quali la goffaggine dell'arte era pari alla miseria del pensiero e alla ribalderia delle intenzioni.

Nella pittura Ussi, che doveva brillare per poi eclissarsi, e Morelli, che vi resterà nella gloria di massimo riformatore moderno, non erano ancor celebri: Bartolini, ultimo grande scultore italiano, era morto, e il Duprè e il Vela, contendendosi già il suo posto, non vi recavano coll'amore dell'arte quell'intrattabile passione di patria, che aveva costretto Calamatta, l'insuperabile incisore, ad esulare da Roma dopo averla difesa con Garibaldi contro i francesi. Duprè era ancora un neo-guelfo, che nell'obbedienza di cattolico al papa comprendeva anche la soggezione di suddito al granduca Leopoldo; mentre Vela, inspirandosi alla rivoluzione del quarantotto, aveva già scolpito nello Spartaco l'irresistibile sforzo dello schiavo che frange le catene; e Ussi invece doveva attendere il trionfo di quella del cinquantanove per esporre nella cacciata del duca d'Atene un fasto dell'antico comune fiorentino.

Solo nelle musiche di Giuseppe Verdi fremevano ancora le tempeste, dalle quali era stata sconvolta la prosa di Guerrazzi e disordinata la lirica di Niccolini. Povero ed austero contadino di Busseto, egli aveva sempre ricusato gl'inviti della duchessa di Parma e scriveva indifferentemente melodrammi su qualunque soggetto, esprimendo nello scoppio di affetti fulminei il supremo disordine delle passioni rivoluzionarie, che insanguinavano ancora l'Italia. Il suo genio intermittente e scomposto, inferiore e nullameno così simile a quello di Victor Hugo, il suo carattere burbero e malinconico, il bisogno in lui irrefrenabile di situazioni sempre eccessive, mentre sembravano classificarlo fra la decadenza dei romantici, lo rendevano il più sospettato ed amato autore popolare. Con lui solo s'infiammavano i teatri e prorompevano a dimostrazioni politiche: nella frenesia delle sue frasi di odio e di amore l'anima nazionale tornava a fremere d'entusiasmo, salendo dalle emozioni della scena a quelle della vita.

Nonpertanto il melodramma italiano, recato sullo scorcio del 1830 ad insperata altezza da Rossini e da Bellini, discendeva con Verdi la parabola del proprio sviluppo: quelli rimanevano insuperati e conservavano all'Italia la gloria di avere una ultima volta dominato tutto il mondo coll'arte; questi non bastava solo a mantenere il campo contro i nuovi campioni della scuola tedesca. Meyerbeer lo vinceva per abilità di maniera, Wagner lo eclissava per splendore di genio.

La mediocrità del pensiero italiano appariva manifesta. Però in essa si venivano sperimentando tutte quelle qualità di azione necessarie al ricostituimento di un paese, che, liberandosi per concorso di aiuti stranieri, si sarebbe all'indomani della propria emancipazione abbattuto ad un incalcolabile numero di problemi sociali. Se i pensatori scemavano, crescevano i politici, mentre le letterature decadevano si diffondevano le scienze, all'entusiasmo delle ribellioni subentrava la coscienza della disciplina, alla originalità della produzione un mirabile ed universale lavoro di assimilazione. Nei giornali così poveri ed assurdi di rettorica, prima e durante la rivoluzione del quarantotto, si discuteva adesso con abilità e con dottrina la politica quotidiana; si spropositava molto meno di diritto costituzionale ed amministrativo; le idee economiche e finanziarie, una volta patrimonio di pochi dotti ignorati o separati dal popolo, discendevano nel dibattito comune come alla riprova della propria verità. L'economia politica italiana, che dopo le opere del Gioia e del Pecchio non aveva avuto altri celebri saggi che quelli storici del Cibrario e il trattato di Pellegrino Rossi, abbondava di cultori: Marco Minghetti ne scriveva le Attinenze colla Morale e il Diritto; lo Scialoja, il Boccardo, l'Arrivabene, poi il Correnti e il Maestri negli Annali di statistica, moltiplicavano studi, monografie, manuali. Innanzi a tutti loro il Ferrara dirigeva a Torino una raccolta di economisti stranieri riassumendone il pensiero in ammirabili prefazioni, sovente più preziose delle loro opere stesse; ma nemmeno nell'economia politica il pensiero italiano, sorpassando un'eclettismo di assimilazioni, arrivava alla produzione di un sistema originale. Invece cresceva negli uomini politici, coll'esempio di Cavour improvvisatosi finanziere, la capacità delle più difficili gestioni amministrative. Mentre la filosofia si oscurava nel tramonto quasi simultaneo de' suoi due astri maggiori, la giurisprudenza come scienza più affine alla politica aumentava mirabilmente di lustro: a Napoli, a Torino, a Firenze fiorivano scuole di diritto, tutte abbastanza forti per contendersi il primato e lottare colle migliori scuole straniere: fra esse giganteggiava a Pisa Francesco Carrara, forse il maggiore criminalista del secolo.

La cultura intellettuale si diffondeva rapidamente nella cresciuta facilità della stampa e del commercio; a Capolago illustri esuli editavano una biblioteca delle migliori opere letterarie e scientifiche con intendimenti patriottici; il Piemonte riboccante di professori e di professionisti fuorusciti era diventato un potente centro di irradiazione civile; l'influenza delle letterature estere era tale da compromettere persino le indigene tradizioni letterarie. Carlo Cattaneo preparava nel Politecnico immensi materiali di scienza, agitando con rara competenza le più moderne e difficili questioni; Stefano Jacini dava all'agricoltura un valore politico e sociale prima piuttosto oscurato che rivelato da' suoi problemi tecnici; Pacini, prevenendo Koch di trent'anni, fondava incompreso la bacteriologia; Miola puniva l'egoismo di Segato, morto col proprio segreto di petrificazione di cadaveri, trovando il modo di metallizzarli; Piatti inventava la perforatrice per sventrare le montagne dinanzi alle locomotive; Ascoli, ereditando l'ingegno del giovine Filosseno, rialzava vigorosamente gli studi linguistici; il Negri succeduto al Marmocchi sosteneva l'onore della geografia italiana. Da Napoli Ruggero Bonghi, Francesco De Sanctis e Luigi Settembrini rinnovavano la critica letteraria nella decadenza della letteratura. A Venezia Pietro Selvatico, ricco e voltabile ingegno, apriva e chiudeva sempre nuove prospettive nell'estetica e nella critica delle arti, quasi subendo nella perplessità del proprio metodo quell'incertezza politica, onde si confondeva nelle coscienze il problema italiano. Entro le storie degli ultimi avvenimenti fremevano ancora le sdegnose polemiche dell'azione: Cattaneo, Anelli, La Farina, vi conservavano nell'asprezza republicana il rancore dei vinti; il Tosti procedeva classicamente nei lavori di storia ecclesiastica; Mauro Macchi, amabile per mite stoicismo, scriveva con moderno sentimento democratico quella dei Dieci di Venezia; più elegante di forma, vasto d'erudizione e potente di vero ingegno letterario Atto Vannucci, rivaleggiando col Troya e col Micali, ricostruiva la Storia antica d'Italia. Alto sullo scoglio di San Marino il Borghesi scopriva a Teodoro Mommsen i più reconditi segreti della numismatica, confortando così l'Italia della perdita recente del Canina. Ma nella filosofia della storia, che, fondata oscuramente a Napoli dal Vico, era poi tanto cresciuta in Germania e in Francia, creando metodo e scienza storica, solo Giuseppe Ferrari si mostrava grande. Con ingegno multiplo ed originale passando dalla Filosofia della Rivoluzione alle Rivoluzioni d'Italia, vi contava tutte quelle della storia medioevale e ne tracciava la direzione, ne scrutava le leggi dinamiche, ne divideva i periodi, ne scandeva il ritmo: quindi dalle pulsazioni delle rivoluzioni italiane costretto al calcolo dell'intero circolo europeo, accordava con mirabile sintesi le rivoluzioni d'Europa a quelle d'Italia per riscontrarle più tardi con quelle della China, e dettare moribondo in una Nuova Teoria dei Periodi Politici i teoremi fondamentali di una matematica storica. Ma queste creazioni del suo genio, ammirate in Europa, erano allora pressochè sconosciute in Italia, della quale trascendeva lo spirito, così da fallare, malgrado una chiaroveggenza meravigliosa, le necessità del suo attuale periodo rivoluzionario. Perfino Mazzini e Cavour, quegli coll'anima sempre schiusa a tutte le grandezze patrie, questi tanto sagace nell'indovinare ogni forza nazionale, ignoravano la suprema importanza di Ferrari rimasto solo in Europa a sostenere l'originalità del pensiero italiano.