Ed era anche questa una caratteristica del momento.
La mediocrità politica e letteraria risultava da quelle stesse condizioni spirituali, che rendevano impossibile all'Italia il trionfo della rivoluzione colle sole sue forze. L'egemonia conquistatrice del Piemonte provava l'insufficienza del principio democratico; la politica angustamente piemontese di Cavour tradiva la debolezza del principio monarchico: nessuno dei due principii poteva ricostituire l'Italia, atteggiandola sinceramente nella propria forma. Il popolo da schiavo dello straniero non doveva mutarsi tutto al più che in suddito di un re nazionale, giacchè preferiva l'indipendenza alla libertà e una qualunque unificazione politica alla propria unità democratica. Ma anche in tale sua dolorosa condizione brillavano le qualità di quel genio, che non lo aveva mai abbandonato per una storia di quasi tremila anni; l'Europa non aveva politico più abile del conte di Cavour, apostolo più efficace di Mazzini, eroe più moderno di Garibaldi. L'inerzia del popolo, facilmente spiegabile cogli ultimi secoli della sua vita, era mirabilmente compensata dall'iniziativa dei pochi che riassumevano la sua coscienza.
Quindi l'instancabile accanimento di Mazzini alle rivolte forniva materia alla politica di Cavour per convincere l'Europa a cacciare l'Austria dall'Italia e a stabilirvi un forte regno costituzionale come argine contro le violenze della rivoluzione. Se Mazzini non avesse mantenuta l'agitazione rivoluzionaria, sarebbe stata impossibile la politica estera piemontese. Solo nella mediocrità letteraria e politica potevano accordarsi le antinomie delle tradizioni e delle rivoluzioni italiane per fondersi nel costituzionalismo dei Savoia: un crescendo di pensieri e di passioni dopo il disastro del quarantotto avrebbe necessariamente condotto ad una republica vincitrice della monarchia, del papato e dell'Austria colle sole forze popolari.
Invece la storia aveva affidato alla Francia il compito di affrettare aiutando l'una e combattendo l'altra, le due massime nazionalità d'Italia e di Germania.
E in questa mediocrità politica e letteraria, che armonizzava, esaurendole, le grandi idee rivali della monarchia e della democrazia, della federazione e dell'unità, per creare un regno a base plebiscitaria con conquiste regie e popolari, la rivoluzione non aveva ancora che volontari politici e militari. L'immensa massa del popolo rimaneva estranea, se non ostile. Però in questi volontari, piuttosto conquistatori che rappresentanti della nazione, si fondevano mirabilmente le più disparate qualità: cospiratori, soldati, parlamentari, letterati, spesso avventurieri, gettati dalle vicende della vita attraverso drammi inesauribili, avevano esperimentato tutti i partiti, ceduto a tutte le illusioni, imparato tutti i tradimenti: erano scettici ed ancora capaci d'entusiasmi, abbastanza moderni per non credere più che alla sovranità popolare e nullameno troppo pratici per non servirsi ancora di un re; fisi all'interesse nazionale credevano indifferentemente a tutti i sistemi, amavano sopra ogni cosa la patria, e non volevano rivoluzionarvi niente al di là del necessario. La mediocrità spirituale permetteva loro di agire in un accordo indefinibile, con transazioni sempre giustificabili, e con evoluzioni sicure.
La fede al Piemonte era divenuta dogma politico, come dieci anni prima quella in Pio IX.
Nessuno tradiva più, mutava: non si era più veramente di alcun partito, ma italiano; l'interesse più immediato si riconosceva per il più giusto, il risultato momentaneamente più utile diventava il maggiore. Non vi era tempo a grandi pensieri. Si abbandonava ogni costruzione sistematica per costruire davvero: ai pensatori dovevano succedere gli uomini pratici. Bisognava conservare il fuoco rivoluzionario senza abbruciarsi alle sue vampe o accecarsi al suo fumo. Invece delle tragiche passioni, già inspiranti capolavori e martirii, cresceva un fermento nella moltitudine, che la disponeva a nuove cose. Nello scadimento dell'arte vi si moltiplicavano i soggetti patriottici, che, mediocri, divenivano più accessibili e quindi più efficaci.
Siccome ogni provincia italiana aveva deputati o ministri al parlamento piemontese, il governo nazionale era già tacitamente ed anticipatamente stabilito. Fra gli illustri, che allora vi brillavano, Luigi Carlo Farini vi era l'uno e l'altro, e doveva per l'indole dello spirito e le vicende della vita rimanere forse il migliore rappresentante di questa mediocrità politica e letteraria, così fatalmente indispensabile alla costituzione del regno italiano.
Luigi Carlo Farini.
Molti lo superavano d'ingegno e di carattere, nessuno riassumeva in se medesimo tante opposte qualità. La sua vita non ancora insigne aveva nullameno acquistato un'alta importanza. Colla foga di un temperamento romagnolo egli aveva cominciato tempestando patriotticamente all'università di Bologna, attirandosi sul capo sospetti ed ammonizioni; quindi n'era uscito medico piuttosto di mestiere che di dottrina. Una baldanza passionata lo traeva alla politica, una inguaribile vanità del pensiero lo faceva sognare di letteratura. Sulle prime divenuto naturalmente mazziniano predicava stragi nelle conventicole segrete con fanatismo giacobino: ma il misticismo religioso e l'elevatezza filosofica del mazzinianismo lo stancarono presto. Il suo carattere focoso e volubile non gli permetteva le resistenze sistematiche ed eroiche di un partito, nel quale nessuna eresia era consentita e dal quale non si potevano aspettare trionfi. Quindi disertò.