Come letterato subiva le tradizioni pedantescamente classiche della scuola romagnola, arzigogolando nello stile senza nè esperienza di lingua nè gusto d'arte: come cospiratore aveva la veemenza rettorica dell'oratore e la prudenza forse anche troppo remissiva di quei capi del '31, che procrastinavano sempre il giorno della rivolta e transigevano ad ogni passo sul programma e sui fatti. Benchè romagnolo, mancava di fierezza: quindi, staccandosi da Mazzini per schierarsi fra i riformisti, l'ardore naturale del suo carattere dovette agghiacciarsi sino a mutarlo in moderato intransigente. Pei moti romagnoli del 1845 scrisse un Manifesto delle popolazioni dello stato romano ai principi e ai popoli d'Europa, vantandovi la sudditanza al Santo Padre e chiedendo le solite riforme; ma il manifesto non ebbe maggiore espansione della stessa insurrezione con bandiera bianca e finita senza sangue. L'antico mazziniano aveva tutto rinnegato.

Poco dopo, l'utopia costituzionale del papato lo trasse a Roma segretario di ministero e diplomatico. Come tutti i riformisti credette al sogno di Mamiani e di Rossi: fu in Parlamento della fazione moderata, che naturalmente presto sorpassata dovette ritirarsi; difese Pio IX, non capì nulla del problema politico del momento, non indovinò il significato di una republica romana, giudicò opera feroce ed insensata di sètte la caduta del potere temporale, ma imparò rapidamente i modi parlamentari, ebbe pronto discernimento per le più difficili pratiche e il coraggio di resistere alle opinioni plateali: rimase suddito pontificio, federalista abbastanza cattolico ed inflessibilmente monarchico, ammiratore incondizionato di Carlo Alberto.

In lui il rivoluzionario si arginava volontariamente ed inconsciamente nell'uomo di governo.

Infatti, esule a Torino, cadde nell'orbita del conte di Cavour a lui simile benchè troppo maggiore di attitudini, che col costituzionalismo piemontese lo guarì istantaneamente del costituzionalismo pontificio. Così all'egemonia del papa Farini potè sostituire quella di Vittorio Emanuele, e correggere con essa il concetto della federazione nel disegno di una unificazione per annessioni e conquiste, fanatizzandosi della monarchia savoiarda per odio di convertito contro la republica e per saldo convincimento di uomo di governo, che della republica romana aveva colto solo le incongruenze.

Quindi improvvisò in quei primi ozii forzati una Storia dello Stato romano dal 1814 al 1850, nella quale si ripercossero tutte le oscillazioni del suo pensiero sprovvisto egualmente di principii filosofici e di sistema politico. Nella prima parte vi critica blandamente, ma onestamente il regime romano; nella seconda si accanisce contro la republica e più contro Mazzini, del quale afferra benissimo gli errori pratici senza comprenderne nè il genio nè l'eroismo. Ma sicuro entro la compagine di un governo liberale e regolare, si lascia presto riprendere dalla foga rivoluzionaria: alzato da Cavour al ministero vi fa buona prova, lavora segretamente col grande ministro, ne diventa il consigliere più audace, rannoda alla sua politica gli antichi cospiratori e riformisti romagnoli, sostiene la spedizione di Crimea, dirige la campagna contro i mazziniani, trova in se stesso un tesoro di patriottismo contro tutti i tiranni d'Italia, compreso il papa così rispettosamente trattato nella propria storia. Non si eleva mai, ma si raffina; è secondario nell'ingegno e autoritario nel carattere. Dimenticando facilmente le opinioni passate, agisce sempre colla massima forza nelle presenti; ama la scienza di governo, e vuole essere fra coloro che comandano. La sua vanità si balocca puerilmente colle decorazioni.

Nel gruppo subalterno dei fuorusciti politici stretti intorno a Cavour, Farini è quello che ha maggiore energia: il mazzinianismo della prima gioventù gli giova ora nella virilità, mentre la scaltrezza di governo lo rende scettico sui mezzi e l'egoismo della volontà lo tempra alle più difficili responsabilità della dittatura. Egli romagnolo deve essere rivoluzionario per emancipare le Romagne: quindi il problema dell'unificazione gli si dilata involontariamente oltre il disegno di Cavour. Infatti lo vedremo fra poco dittatore a Modena, sollevatasi ad incruenta rivoluzione cacciando il proprio duca dopo le vittorie sardo-franche nella Lombardia, rompere il trattato di Villafranca che arresta la liberazione d'Italia e spingere alle annessioni col Piemonte, contro la stessa volontà sbigottita di questo. Farini dittatore e rivoluzionario sarà allora la più composita e brillante figura d'Italia. Fervido di furberia e di vanità, passando da Modena a Parma e a Bologna, dopo avervi improvvisato un governo dell'Emilia, vorrà fonderlo colla Toscana per avervi un'ora di regno e assicurare almeno un nuovo stato centrale all'Italia, se mai la Francia negasse risolutamente al Piemonte di annettersi queste provincie; ma Bettino Ricasoli con maggiore sagacia politica e volere più freddamente tenace gli si opporrà. Poi, compite le annessioni e ritornato Cavour al potere, Farini sarà, come il suo grande capitano, spaventato delle iniziative garibaldine: osteggerà la spedizione dei Mille, contrasterà a Garibaldi il passaggio sul continente e la marcia su Napoli. E quando tutto il napoletano sarà conquistato, e per riprenderlo a Garibaldi perchè Mazzini non vi tenti una republica, Cavour si aprirà audacemente il passo attraverso lo stato pontificio, Farini resterà ancora il suo più temerario consigliere, redigerà la lettera a Napoleone III, annunziandogli di marciare contro Garibaldi per sottrarre il Napoletano all'anarchia delle bande rosse; finalmente, mandato dittatore a Napoli, v'improvviserà il governo nazionale.

Alla morte di Cavour Farini dominerà momentaneamente fra gli eredi più influenti della sua politica, finchè, sorpreso dalla pazzia, morirà giovane ancora, povero, avendo vissuto una vita di cospirazioni, di parlamenti, di esigli, essendo stato medico, ministro, dittatore, avendo creduto a Mazzini e a Cavour, a Pio IX e a Vittorio Emanuele, alla federazione e all'unità: diplomatico, letterato di medicina e di storia, capace come a Modena di rompere un trattato europeo riunendo le due tesi di Cavour e di Mazzini, abbastanza abile come nell'Emilia per stabilirvi pressochè da solo un governo; a volta a volta rivoluzionario e conservatore, colla vanità di un pervenuto nell'onestà di un patriotta, e colle più difficili qualità di un mediocre in un'anima potente d'improvvise e grandi iniziative.

La sua generazione era così.

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così come le grafie alternative (neoguelfi/neo-guelfi, follia/follìa, piane/pïane e simili), correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.