Per salvare il papa e schiacciare contemporaneamente la rivoluzione, bisognava dunque invadere lo stato pontificio, cansare Roma, arrivare su Napoli a tappe forzate, e, prima ancora che l'Europa si riavesse dallo sbalordimento, risponderle collo spettacolo del governo costituzionale già stabilito, e del papa libero entro più ristretto territorio.
Di questo era d'uopo però persuadere anzitutto Napoleone.
Impresa di Napoli.
Intanto Garibaldi la notte del 9 agosto, sopra settanta barchette lancia in mare 200 volontari guidati da Mario, da Nullo, da Missori, e da Musolino, per sorprendere il forte di Alta Fiumara all'estrema punta di Calabria, e assicurarsi così il passaggio con tutto l'esercito: ma la temeraria impresa fallisce, onde quei prodi possono appena inerpicarsi sui gioghi dell'Aspromonte destinati alla gloria di maggiore tragedia. La piccola banda, soccorsa dai villani, malissimo armata, scaramuccia all'intorno sfuggendo al nemico e perseguitandolo, finchè Garibaldi, reduce con nuova truppa dal golfo degli Aranci, sopra due piroscafi sbarca il 20 agosto colla divisione Bixio a Melito. L'esercito borbonico supera i trentamila uomini con cavalleria, artiglieria, armi e munizioni eccellenti; Garibaldi, sommando tutte le proprie forze di Sicilia, non arriva a mezzo, con pochi cavalli, quasi senza cannoni.
La guerra ricomincia, ma non pare nemmeno più guerra. Reggio, attaccata dalle divisioni Eberhardt e Bixio, capitola subito; al rombo delle prime cannonate Medici e Cosenz rimasti in Sicilia traghettano fra Scilla e Bagnara, a Villa S. Giovanni cinquemila garibaldini accerchiano e fanno prigionieri quasi senza colpo ferire novemila regi, mentre il generale Vial si ritira con altri dodicimila su Monteleone. Nel Cosentino, nella Basilicata, nella Capitanata, nelle Puglie tumultua la sommossa. Garibaldi, con avvedutezza politica di condottiero, anzichè aspreggiare il nemico, ne seduce i soldati prosciogliendo i corpi prigionieri. Allora le defezioni si moltiplicano: invece di combattere le truppe fraternizzano, scene di romanzo dànno alla guerra l'apparenza d'una innocua e divertente teatralità, capitani ed aiutanti garibaldini intimano soli o con scarsi drappelli a generali nemici la resa, e l'ottengono. Il generale Ghio, crudele trucidatore di Pisacane a Padula, si arrende con dodicimila uomini a Soveria, il generale Caldarelli ha di già capitolato a Cosenza, una fiamma d'entusiasmo si leva per tutti i paesi ove passano i volontari, mentre i soldati regi si sbandavano con allegria brigantesca, obliando egualmente i doveri verso il proprio re e verso la patria. Ma se nella Sicilia il popolo aveva salutato i garibaldini come liberatori per l'odio secolare verso la signoria napoletana, nel Regno Garibaldi non è acclamato che come vincitore. La sua gloria, la sua mitezza, le favole sulla sua vita, esaltano la veemente immaginazione popolare; il valore dei volontari, meraviglioso nei fatti parziali, l'incredibile viltà dei regi, la prestezza delle marcie che precedono persino il grido delle vittorie, la singolarità d'un trionfo ottenuto anche troppo facilmente, la temerità infine di Garibaldi, che dinanzi al proprio esercito, con una scorta piuttosto d'onore che di battaglia, in carrozza di posta, galoppa verso Napoli, finiscono di dare all'impresa l'irresistibile fascino di un miracolo. Tutta la parte meridionale del Regno è già conquistata: i calabresi, ardenti di odio verso i Borboni, sono i soli napoletani che si battano. La marina regia, colpita dalla stessa defezione dell'esercito, lascia avvicinare a Napoli i piroscafi, che portano i garibaldini.
Nella capitale terrore ed entusiasmo sconvolgono le coscienze. La corte allibisce, i sanfedisti si rimpiattano, la plebe attende con ansia fantastica il nuovo Messia. Invano il generale Pianell consiglia a Francesco II di mettersi alla testa dei quarantamila uomini che ancora gli rimangono, per tentare un colpo supremo o almeno perire gloriosamente: fortunatamente la viltà del re paralizza l'intelligenza del ministro. Infatti, se Francesco II si fosse messo alla campagna, la superstizione religiosa e politica era ancora tale in molta parte di questa, da ristabilire le sorti della guerra. Bastava una sola sconfitta per dissipare il prestigio di Garibaldi. Il Regno si lasciava solcare dalla rivoluzione senza parteciparvi, i patrioti v'erano in minoranza debolissima, la moltitudine non intendeva gran cosa al nome d'Italia e meno ancora a quello di libertà. La inettitudine del popolo veniva ora rivelata dalla codardia dell'esercito regio, contro il quale non si era osato alcun tentativo di rivolta, e che poche bande garibaldine erano bastate a sopraffare.
Intanto il sentimento della paura universale invade il partito di corte. Mentre il conte d'Aquila e la regina vedova vorrebbero scatenare lazzaroni e mercenari a furibonda reazione, il conte Leopoldo di Siracusa consiglia il re, suo nipote, ad uscire dal Reame sciogliendo i sudditi dall'obbedienza, e, non ascoltato, parte sfrontatamente per Torino a ricevervi da quella corte le congratulazioni del vile tradimento. Don Liborio Romano perfeziona con scaltrezza settaria il consiglio del conte di Siracusa col suggerire al re di allontanarsi e d'investire della reggenza un nuovo ministero: lo stesso generale Bosco caduto d'animo scongiura il re a salvarsi nella Spagna. Tutto è perduto.
Nullameno il partito moderato non si leva ad alcuna iniziativa nel nome di Vittorio Emanuele, prima che tutta Napoli si accalchi intorno a Garibaldi vittorioso. Le vivissime istanze di Cavour, che in quei giorni apriva arditamente la campagna contro il papa passando il Rubicone, non valsero a comunicargli il coraggio di ribellarsi ad un re che fuggiva, ad un esercito che non combatteva, ad una polizia complice nel tradimento. Nè i patrioti radicali furono più audaci. Francesco II, dopo molto titubare, abbandonò la capitale per chiudersi nella fortezza di Gaeta. Il giorno dopo (7 settembre) don Liborio Romano scriveva a Garibaldi per invitarlo a Napoli, e Garibaldi con temerità indefinibile, mentre la guarnigione borbonica teneva ancora la città, vi entrava con soli quattordici compagni. Le milizie regie vedendoli passare presentavano attonite le armi, il popolo urlava, la guerra si riassumeva in un chiasso di trionfo, il dramma delirava nell'apoteosi finale.
Nella lunga storia d'Italia nessuna conquista era stata più facile e pronta di questa: un regno di oltre dieci milioni, una flotta di quaranta navi, un esercito di centomila uomini, coll'appoggio di tutte le diplomazie europee, con una vecchia dinastia non potuta sradicare nè dalla rivoluzione francese nè dall'impero napoleonico, cadevano in potere di pochi drappelli garibaldini, armati alla meglio da un comitato di Genova malgrado i divieti del Piemonte. Un uomo solo era bastato al miracolo. Il suo spirito era rivoluzione, il suo nome legione: aveva appena combattuto e le vittorie gli avevano preceduto le battaglie; era un conquistatore, ed era entrato nella capitale senza esercito, come viaggiatore che si lasci dietro il più grosso bagaglio. Intanto che i generali dei suoi scarsi reggimenti marciavano ancora contro i resti dell'esercito borbonico concentrati tra le fortezze di Capua e di Gaeta, egli, dimentico di loro, assettava già dittatoriamente la capitale e tutto il Regno. Pareva un sogno. Fra i garibaldini si udivano favelle di tutta l'Europa: polacchi, francesi, ungheresi, spagnuoli, vinti in patria combattendo per la libertà, avevano seguito Garibaldi quasi ad imparare da lui la vittoria. Alessandro Dumas, il maggiore novelliere di avventure, era capitato a questa, incredibile e vera come le più belle de' suoi capolavori: così, dietro il più grande eroe, brillava la più eroica fantasia del secolo.
L'impresa era davvero un romanzo fatto di storia, di poema, di dramma, di commedia, con una sceneggiatura multiforme e una violenta preponderanza di pochi individui sulla massa, che rappresentava appena lo sfondo e l'ambiente.