Un giorno avrebbero dovuto chiamarla conquista garibaldina; allora con ingenua vanteria il popolo la diceva rivoluzione napoletana.

La giovane democrazia europea, riunita dall'apostolato di Mazzini, trionfava per la prima volta nel campo di Garibaldi.

Il dittatore, comprendendo la necessità di rivoluzionare immediatamente il Regno per rendervi stranieri i Borboni e più difficile l'intervento della diplomazia europea, allentò la guerra. I suoi primi decreti furono decisivi. Aggregò la flotta napoletana alla squadra piemontese comandata da Persano; chiamò al ministero il Pisanelli, lo Scialoia, il Conforti, liberali cavouriani; tolse la polizia a don Liborio Romano, cui sottopose alla vigilanza di Bertani, venuto a Napoli primo segretario di governo; ordinò che ogni editto emanasse nel nome di Vittorio Emanuele, vietò il cumulo degli uffici pubblici stipendiati; proclamò l'intangibilità del debito pubblico. Quindi con assennato arbitrio abolì l'ordine dei gesuiti, dichiarando nazionali i loro beni e cassando ogni loro contratto fino al giorno del primo sbarco in Sicilia; incamerò i patrimoni della casa reale e dei maggioraschi regi; instituì i giurati; invece di assalire i forti ancora tenuti dalle milizie regie, le prosciolse, e allora queste si sbandarono: qualche battaglione si unì al resto dell'esercito borbonico, la maggior parte rincasarono e si buttarono a brigantaggio.

Il conte di Cavour, con agile mutamento di tattica, ordinava intanto al proprio partito di circuire Garibaldi, allontanando da lui o sopraffacendo i più attivi consiglieri democratici. Cattaneo, Mazzini, Saffi erano già accorsi a Napoli: ogni speranza di republica era svanita; ma, democratici inflessibili, volevano almeno salvare nella procedura delle inoppugnabili annessioni il principio della sovranità popolare. Così domandavano illuminato e cauto il voto delle provincie meridionali, o per mezzo di un'assemblea transitoria o con plebiscito veramente sovrano, nel quale fossero punti fondamentali del patto fra popolo e re il compimento dell'unità della patria con Roma e Venezia e la convocazione d'una costituente deputata a dar forma alla nuova vita della nazione. Sciaguratamente era troppo e troppo tardi, dopo che Garibaldi aveva già preso possesso di Napoli in nome di Vittorio Emanuele, e questi si avanzava attraverso lo stato pontificio per cacciare il dittatore. Un patto fra popolo e re con riserve e procedura democratica diventava assurdo: se il popolo ne fosse stato capace, avrebbe poi dovuto votare la republica.

Ora di tutta Italia il paese più superstiziosamente monarchico era appunto il napoletano.

Ma la guerra mossa dal partito moderato ai consiglieri democratici fu atroce: Bertani svillaneggiato, accusato di furto dopo i prodigi dell'organizzazione rivoluzionaria, dovette dimettersi; si mandò la plebaglia a gridare sotto le finestre di Mazzini: mora, mora! e s'indusse l'ingenuo Pallavicini a scrivergli una lettera, perchè riprendesse la via dell'esilio. Cattaneo fu coperto d'obbrobrii; Crispi cacciato da Palermo e sostituito col Mordini prodittatore. Nemmeno Garibaldi rimase rispettato. Mentre popolo, borghesia, aristocrazia coll'ignobile servilità dell'antico costume s'addensavano nelle sue anticamere prosternandosi a domandare impieghi ed onori, si accusavano i più puri eroi garibaldini di scroccheria: sembrava che la viltà universale, offesa dal loro coraggio, avesse d'uopo di negarlo. Il dittatore inetto a così laida guerra e mal destro in amministrazione, perdeva terreno: l'avvicinarsi dell'esercito piemontese trionfante scemava prestigio alle sue vittorie. D'altronde si rifletteva che a Francesco II restavano ancora quarantamila uomini e due fortezze inespugnabili alle milizie volontarie per difetto d'artiglierie.

Lo stesso disegno, publicato temerariamente dal dittatore di marciare su Roma sfidando la Francia, atterriva. Ogni volgare politico sentiva che quest'impresa avrebbe riattirato l'Italia in una conflagrazione europea, poichè l'impero buonapartesco non poteva abbandonare il papa. Quindi il pensiero di Cavour avviluppava e dominava l'opera di Garibaldi.

Questi però, fra tante cure di governo, non dimenticava il nemico ingrossante ogni giorno sul Volturno: così verso la metà di settembre, riprendendo l'offensiva, mandò il Türr con tre brigate a Santa Maria e San Leucio. Si tentò felicemente l'occupazione di Caiazzo ad oriente di Capua, ma avendovi lasciato troppo debole presidio, i borbonici ripresero la piazza. Era la prima sconfitta. Garibaldi, richiamato a Palermo per placarvi i dissensi politici fra democratici e cavouriani, non aveva potuto impedirla. Intanto una reazione selvaggia di superstizione s'accendeva nelle campagne del regno, ove il clero aizzava i villani: le soldatesche prosciolte vi si raccozzavano a bande di briganti; un odio feroce scoppiava contro i garibaldini conquistatori, ora che s'avanzavano a più stabile conquista i piemontesi. Si faceva con assurde dicerìe temere al popolo per le proprie case; lo si lancinava coll'idea della coscrizione oltre i confini del Reame, come se il resto d'Italia fosse stato un altro mondo lontano; lo si fanatizzava a difendere i vecchi idoli di villaggio minacciati d'imminente distruzione. Ariano e Avellino erano insorte; ad Isernia un manipolo di volontari capitanati da Mario e da Nullo era stato rotto dai cafoni che si erano battuti con bravura di antichi Sanniti, infellonendo poi sui cadaveri.

Bisognava quindi riattirare i regi in una suprema battaglia e prostrarli.

Dopo il disastro di Caiazzo, Garibaldi, per meglio ingannarli, finse di accerchiare Capua, fortificandosi a Santa Maria, San Tommaso e Sant'Angelo, e munendo invece la via di Napoli: il suo esercito era appena di ventimila uomini con trenta cannoni, i borbonici menavano in campo quarantamila uomini con quaranta cannoni. Questa volta (1º ottobre) la mischia fu aspra; i borbonici si batterono accanitamente, respingendo su tutti i punti i volontarii; ed avrebbero forse vinto, se i loro generali meno inetti avessero dato una battaglia obliqua anzichè parallela, e Garibaldi, volando su tutti i punti più combattuti, non avesse raddoppiato il valore dei propri soldati, mentre il maggiore Bronzetti con duecento uomini rinnovava a Castel Morone il prodigio di Leonida, arrestando per tutta la giornata un corpo di quattromila borbonici. Non un solo dell'eroico manipolo volle rendersi prigioniero, quasi nessuno sfuggì alla morte. Garibaldi vincitore al Volturno sperdeva l'indomani quella regia brigata sulle alture di Caserta vecchia con un'ultima vittoria.