Il generale Lamoricière, dopo aver paragonato la rivoluzione italiana all'Islamismo e dichiarata la causa del papa essere quella della civiltà e della libertà del mondo, con editti crudeli seguitava a terrorizzare le provincie: ordini di morte fioccavano dappertutto e contro tutti. Questa demenza di repressione facilitò al conte di Cavour i pretesti di guerra. Quindi con nota del 7 settembre, nel giorno medesimo dell'ingresso di Garibaldi a Napoli, aveva già chiesto al cardinale Antonelli lo scioglimento della bande mercenarie rese infami dall'eccidio di Perugia. Naturalmente il cardinale aveva ricusato con alterigia. La Santa Sede si credeva allora in condizioni migliori del Piemonte: l'imperatore Napoleone, sempre ravvolto nelle stesse ambiguità, richiamava da Torino il proprio ambasciatore ed ingrossava il presidio francese a Roma, facendo dichiarare dal duca di Grammont al papa che si opporrebbe ad ogni aggressione del re di Sardegna. Ma quando il 9 settembre il generale Fanti, nominato comandante supremo, aveva annunziato al Lamoricière che occuperebbe le Marche e l'Umbria nel caso che le truppe pontificie vi contrastassero le manifestazioni nazionali, e questi aveva scritto all'Antonelli di far avanzare il presidio francese, il duca di Grammont vi si era ricusato. L'imperatore Napoleone non aveva inteso che di difendere Roma e il territorio occupato dai propri soldati.
Intanto il conte di Cavour aveva diramato un Memorandum a tutte le cancellerie, spiegando come, per liberare le popolazioni dalle tirannidi secolari e per impedire alla rivoluzione di sciorsi nella peggiore delle anarchie, nell'interesse d'Italia e di Europa, fosse costretto a questa nuova guerra.
I nemici questa volta erano Pio IX e Garibaldi, la Santa Sede e la rivoluzione.
La campagna era stata rapida.
L'esercito papalino arrivava appena a ventimila uomini, quello sardo quasi al doppio. Il Lamoricière, prode generale educato alla scuola d'Africa, invece d'afforzarsi in Ancona, tentò d'impedire la congiunzione dei due corpi nemici; ma Cialdini con celere marcia oltrepassò Ancona, mentre Fanti, prostrato lo Schmid a Perugia, scendeva ad incontrarlo. Tutti i presidii della città avevano capitolato quasi senza colpo ferire, arrendendosi sino a bande di volontari romagnoli, mescolate in abito borghese e con armi da caccia a questa guerra come ad un'ottobrata. Lamoricière prima di avere combattuto era già chiuso fuori d'Ancona. Cialdini occupava Castelfidardo: il conte De Pimodan comandante degli zuavi pontifici volle attaccarlo, e morì bravamente nella battaglia colla fede di un antico crociato; il suo corpo si sbandò, molti riparati a Loreto vi si arresero l'indomani; Lamoricière potè a stento guadagnare Ancona.
Tutta la guerra si era così costretta ad un assedio. La piazza, fortissima per natura e ben munita, aveva ancora un presidio di 7000 uomini; nullameno, bersagliata vivamente dalla squadra del Persano, aveva dovuto soccombere indi a poco (29 settembre).
La campagna non era durata che diciotto giorni, e non aveva costato che seicento soldati tra morti e feriti.
Contemporaneamente Garibaldi, esasperato dalla guerra dei moderati al suo governo, aveva mandato il marchese Pallavicino al re, per chiedergli le dimissioni del ministero di Cavour e di Farini. Questa esorbitanza, giustificando tutte le accuse dei monarchici, aveva permesso a Cavour di perdere facilmente l'ingenuo e pericoloso avversario: infatti, mentre questi si affermava francamente in una dittatura rivoluzionaria, l'abile ministro, contro ogni consiglio di sospendere la costituzione, si era appellato al parlamento. La libertà dal campo di Garibaldi era passata in quella di Cavour. Il parlamento, convocato il 2 ottobre, aveva votato: «Il governo del re è autorizzato ad accettare e stabilire per decreti reali l'annessione allo stato di quelle provincie dell'Italia centrale e meridionale, nelle quali si manifesti liberamente per suffragio universale diretto la volontà delle popolazioni di far parte integrante della nostra monarchia costituzionale».
Nella relazione su tale disegno di legge il conte di Cavour, dopo alcuni elogi di Garibaldi, attribuiva con audace sofistica alla politica di Casa Savoia, iniziata da Carlo Alberto, anche le ultime mirabili conquiste del mezzogiorno: quindi, dichiarata impossibile ogni nuova guerra per la liberazione della Venezia o per la conquista di Roma, denunciava l'anarchia settaria già scoppiata a Napoli per la colpa di Garibaldi nel ritardare l'annessione, e chiamava giudice il parlamento nella propria contesa col dittatore, pindareggiando nullameno sulla generosità di lui.
Infatti Garibaldi, coll'infallibile buon senso della propria natura, che la passione di patria e l'entusiasmo della vittoria avevano esaltato per un momento, prima ancora che la legge fosse sancita, convocava con decreto dell'8 ottobre tutti i comizi del Reame a votare su questa formula: «Il popolo vuole l'Italia una ed indivisibile con Vittorio Emanuele re costituzionale e i suoi legittimi discendenti».