Il plebiscito era a suffragio universale: agli squittini risultarono nelle provincie napolitane 1,302,064 sì e 10,312 no, nella Sicilia 432,053 sì e 667 no; nelle Marche 133,807 sì e 1212 no; nell'Umbria 97,040 sì e 380 no.

Frattanto re Vittorio Emanuele, commessa la luogotenenza generale del regno al principe di Carignano, annunciava da Ancona, in un primo proclama ai popoli del mezzogiorno, il suo prossimo arrivo per tutelare l'ordine e far rispettare la loro volontà. Tale proclama era il commentario della lettera, colla quale Farini comunicava all'imperatore Napoleone la marcia su Napoli per sottrarre la grande città all'anarchia delle bande rosse.

L'epopea garibaldina era finita. Bertani, tanto calunniato, aveva già votato generosamente nella camera piemontese la legge proposta da Cavour per fare le annessioni con decreti reali; Mazzini riprendeva più desolato la via dell'esilio, lasciando stretta a Napoli una vasta colleganza popolare col titolo di Associazione Unitaria Nazionale, e affidando al Nicotera la direzione del nuovo giornale L'Italia del Popolo. Garibaldi, dopo la vittoria del Volturno, restava inerte. Il disprezzo, col quale la monarchia affettava di trattarlo, lo isolava nell'ingratitudine dei più.

La monarchia trionfava.

Annessione del Reame.

Nessuna delle molte querele diplomatiche fioccanti allora sull'Italia potè ritardare il compimento della nuova conquista regia.

L'Austria tentò di riunire una conferenza a Varsavia per abolire il non intervento, ma Napoleone III ne dissuase lo czar Alessandro; la Prussia rumoreggiò più a lungo, però Cavour, proclamandosi con giusta vanteria unico restauratore in Italia del principio monarchico quasi cancellatovi dalla rivoluzione, potè rispondere finalmente al ministro Schleinitz di dargli un esempio che egli sarebbe ben fortunato di imitare fra poco; l'Inghilterra invece era così favorevole alla rivoluzione italiana che il suo primo ministro lord Russell potè affermare con superba originalità di diplomatico in una nota al legato inglese a Torino il diritto dei popoli all'insurrezione.

Intanto Vittorio Emanuele era già penetrato nel regno napoletano passando il Tronto (15 ottobre); Garibaldi venne ad incontrarlo a Teano; il generale borbonico Ritucci stava non molto lontano, schierato a battaglia. La situazione era epica: un mattino freddo, Capua antica e minacciosa da lungi, alta sovra di essa l'ombra immensa di Annibale; Garibaldi con un fazzoletto annodato sotto il collo e ravvolto nel povero mantello dinanzi alle bande rosse, Vittorio Emanuele sulla fronte del primo esercito italiano: la rivoluzione e la tradizione, la democrazia e la monarchia; un popolano che donava un regno ad un re, il quale accettandolo creava una nazione.

Garibaldi, mostrando Vittorio Emanuele al proprio esercito, gridò: — Ecco il re d'Italia!

Vittorio Emanuele, incapace di comprendere la grandezza di quella scena e la generosità di quel riconoscimento, tacque villanamente, e più villanamente ingelosito degli applausi, che i contadini accorsi levavano dinanzi a Garibaldi, spronò il cavallo. Più tardi la letteratura cortigiana sentì il bisogno di raccontare diversamente tale incontro.