Il generale Ritucci, per non sostenere da solo l'urto dei due eserciti riuniti, si ripiegò dietro la linea del Garigliano, lasciando diecimila uomini a presidio di Capua. Vittorio Emanuele, dietro l'esempio di Garibaldi, mandò Cialdini al Salzana, generalissimo dei borbonici, per tentarlo, ma invano; allora s'investì Capua e s'incalzò l'esercito borbonico, che nella notte ripassò il Garigliano. Garibaldi venne messo alla coda, mentre l'ammiraglio francese De Tinau, mandato da Napoleone nelle acque di Gaeta ad impedire che le navi sarde la distruggessero per mare, vietò alla squadra italiana di correre da Terracina alla foce del Garigliano per proteggere la strada della marina.
Vittorio Emanuele, dopo l'umiliazione del vietato investimento di Gaeta per mare, dovette nuovamente abbassarsi a pregare l'imperatore di un contrordine all'ammiraglio Tinau. L'imperatore, nell'impossibilità di ritardare più oltre la conquista piemontese, acconsentì. Poco dopo il Garigliano era guadagnato; la legione De Sonnaz rompeva il campo del Salzana, che si rifugiava vilmente oltre la frontiera pontificia; Capua s'arrendeva dopo quattro giorni d'assedio; il 7 novembre Vittorio Emanuele entrava trionfalmente in Napoli, e Garibaldi, dimessosi dalla dittatura ricusando ogni ricompensa, ne usciva nel cuore della notte, povero come quando v'era entrato conquistatore, ravvolto nell'ingratitudine dei partiti, ma col gran cuore d'Italia nel petto, gridando ai pochi compagni dal ponte del vascello che lo riconduce a Caprera: — Arrivederci sulla via di Roma!
Alla fine di novembre Vittorio Emanuele ricevette le deputazioni delle Marche e dell'Umbria; il 1º decembre visitò Palermo, emanandovi un proclama, nel quale, dopo molti vanti sul regno di Vittorio Amedeo II, si taceva con scempia ingratitudine di Garibaldi. Al prodittatore Mordini, malviso, fu sostituito il marchese di Montezemolo col Cadorna e La Farina, come consiglieri di luogotenenza. A Napoli governava Luigi Carlo Farini, ma per maggior lustro monarchico vi fu mandato il principe di Carignano.
Tutto il regno era già annesso al Piemonte, mentre Francesco II resisteva ancora a Gaeta. L'assedio, incominciato il 6 novembre, malgrado tutti gli sforzi dei generali Menabrea e Valfrè, procedeva lentamente a cagione del mare mantenuto aperto agli assediati dalla flotta francese. Questo tardo intervento napoleonico umiliava il governo italiano, senza salvare la dinastia borbonica. L'imperatore, stretto dalle istanze dell'Inghilterra, dovette finalmente persuadersene e consigliare al re di rendere la piazza; questi, fiducioso in una reazione delle campagne, rispose alteramente; allora Napoleone propose un armistizio di quindici giorni, che Francesco II ricusò ancora e, atterrito dal bombardamento, accettò poco dopo per raccomandarsi in quell'intervallo a tutti i governi d'Europa. Spirato l'armistizio e riprese le ostilità, cominciò il blocco per mare: il bombardamento seguitò, una polveriera della fortezza scoppiò, un altro armistizio di quarantotto ore fu concesso per seppellire i morti; ma gli assediati essendosene giovati proditoriamente per riparare la breccia delle mura, Cialdini spinse così vigorosamente l'attacco che la fortezza dovette capitolare (13 febbraio).
Re Francesco II esulò: i Borboni avevano finalmente cessato di regnare sull'Italia.
La grande annessione delle due Sicilie creava politicamente la nazione italiana: Venezia restava sotto l'Austria, Roma in mano del papa, ma un regno di ventidue milioni d'italiani era cresciuto nell'Europa. Le diplomazie dovevano riconoscerlo. La sovranità popolare vi aveva sconfitto il diritto divino; la rivoluzione, giovandosi di tutte le forme e di tutte le forze, vi aveva costretto a rimutarsi in se medesima principato e democrazia; i plebisciti a suffragio universale vi contrastavano ancora coll'elettorato incredibilmente ristretto dello statuto; lo stato, emancipatosi dalla chiesa, le aveva ritolto prerogative e territori; le guerre avevano rimessa una certa energia nel popolo; il federalismo era cessato; l'unificazione aveva condotto all'unità. La monarchia piemontese, forzata dalla rivoluzione a diventare monarchia italiana, aveva dovuto accettare la base democratica dei plebisciti, ed ora il cittadino sovrastava al re: la regalità era mutata in funzione dello stato, la dinastia in una rappresentanza resa simpatica dal coraggio mostrato. Se l'alleanza del Piemonte colla Francia aveva aperto a questo l'adito al consesso delle grandi potenze d'Europa, l'altra della monarchia colla rivoluzione, di Vittorio Emanuele con Garibaldi, aveva creato la nazione.
Il re, secondando e più spesso subendo gli avvenimenti, aveva meritato dal popolo in tanto discredito della regalità il titolo originale di galantuomo; ma Garibaldi, solo fra l'impossibile republica unitaria di Mazzini e l'impotente monarchia piemontese, opponendosi ad entrambe, abbassando l'idea dell'una e slargando la realtà dell'altra, sfidando le diplomazie e sollevando il popolo, era stato tutta l'Italia. Vittorio Emanuele, Cavour e Mazzini non vi significavano che particolari tendenze fra contraddizioni, che limitavano la loro opera ad un sistema. Così, nell'infallibilità dell'istinto, Garibaldi aveva invece operato più di tutti loro quando la rivoluzione pareva esaurita; ma, troppo grande per aspirare a ricompense e troppo forte per serbare rancori, aveva resistito persino al proprio trionfo, ritirandosi dalla guerra appena le battaglie vi diventavano inutili, pronto a ricominciarla l'indomani con una sconfitta maggiore di ogni vittoria. Ora, nell'inevitabile gazzarra dell'improvvisazione monarchica, si era ritirato a Caprera, non trasportando sulla piccola barca, frutto di tante conquiste, che pochi legumi da seminare fra gli scogli dell'isola vigilata dalla sospettosa ingratitudine della monarchia.