Non pertanto il nuovo regno doveva funzionare come se fosse tutta l'Italia: dal 1849 al 1859 si era svolto il periodo della preparazione piemontese; dal 1860 al 1870 si svolgerebbe quello dell'organizzazione nazionale.

I suoi dati ne erano immutabili come in tutti i periodi storici.

I dati della politica monarchica.

La nuova monarchia doveva per necessità della propria forma combattere con ogni mezzo la rivoluzione, assorbendone i migliori elementi per creare nel popolo la fede a se medesima, e nullameno subire il programma rivoluzionario, che metteva a scopo immediato di ogni azione la conquista di Venezia e di Roma. La fatalità dell'unità spingeva a queste due ultime annessioni senza che la monarchia potesse nè sottrarsi alla politica clericale di Napoleone, nè combattere da sola contro l'Austria. Il suo programma si dibatteva in un'antitesi insolubile a qualunque abilità di statista. La monarchia, come risultato dell'insufficienza rivoluzionaria della nazione, era destinata a fallire dinanzi ai due problemi nei quali la stessa rivoluzione si era infranta. Per conquistare Roma bisognava rovesciare l'impero napoleonico, per liberare Venezia era d'uopo sconfiggere l'impero austriaco.

La politica monarchica si sarebbe dunque trascinata d'espediente in espediente, aspettando in Europa un'altra alleanza che le permettesse di combattere l'Austria, ed augurando un caso indefinibile che le concedesse Roma. Intanto all'interno, dopo l'unificazione plebiscitaria, bisognava ricominciare quella più efficace delle leggi e dei costumi: la nuova dinastia, assorbendo il prestigio di tutte le altre dalla millenaria servilità del popolo, doveva conservare l'aureola rivoluzionaria. A ciò era prima difficoltà lo stesso carattere dell'egemonia piemontese e della conquista regia, che, irritando la vanità delle altre provincie, dava al piccolo stato sardo un'ombrosa sembianza di usurpatore. Torino era troppo piemontese per poter restare la capitale d'Italia: la casa di Savoia, più antica che illustre, non era mai penetrata abbastanza nella storia italiana per iniziarne la nuova epoca da Torino, ove aveva molto regnato nel più chiuso egoismo dinastico e con tendenze antinazionali. La tradizione monarchica e il diritto statutario non bastavano a risolvere il problema ideale di Roma: il re era piccolo in faccia al papa, l'idea regia vaniva dinanzi all'idea cattolica. Solo la rivoluzione poteva proclamare Roma capitale d'Italia, giacchè proclamarla tale e non conquistarla sarebbe la più dolorosa e ridicola confessione d'impotenza; solo l'idea democratica era maggiore dell'idea cattolica. La monarchia ricadeva quindi in una seconda antitesi per l'impossibilità di restare a Torino e di andare a Roma.

D'altronde la rivoluzione, forzata a vivere di idealità dopo la sconfitta toccata alla republica mazziniana, si sarebbe giovata di questa impotenza monarchica per compromettere il governo con vani tentativi di guerra contro Venezia e contro Roma; così che la monarchia, impedendoli con le armi, avrebbe pericolato nel disonore della guerra civile.

Se la monarchia non aveva nemici terribili all'interno, non contava dai piemontesi in fuori altri sudditi devoti: tutta la sua forza stava nella necessità di una maggiore unificazione politica e nell'impossibilità di una republica mazziniana.

Il popolo non afferrava ancora il significato della rivoluzione. Accettava piacevolmente lo sfratto degli austriaci e degli altri tirannelli, ma non sentiva vergogna di doverlo all'intervento della Francia; applaudiva le vittorie di Garibaldi, ma non si era levato e non si leverebbe in massa per seguirlo, trovando naturale che la monarchia arrestasse la sua opera per meglio sfruttarla. La rivoluzione non era per la maggior parte della gente che un buonissimo affare politico, dal quale bisognava trarre il maggior profitto senza compromettersi in nuovi rischi. Il magnanimo idealismo della minoranza rivoluzionaria pareva rettorica all'ottuso senso morale e alla istintiva furberia della moltitudine. Cavour, massimo rappresentante degli interessi, soverchiava Mazzini, supremo apostolo delle idee. La rivoluzione non si chiariva ancora nella propria opposizione coll'idea cattolica del papa; non si capiva che il principio della sovranità popolare doveva tradursi nella sfera della religione come sovranità del pensiero civile; che emancipandosi dal diritto divino bisognava liberarsi dal diritto papale; che la regalità dell'elettore in faccia al re produceva la libertà del credente contro il papa.

Il clero italiano, antinazionale a cagione del potere temporale, avrebbe dovuto essere considerato doppiamente nemico.

Invece dopo le vittorie in quasi tutti i paesi si cantarono Tedeum per le piazze; l'esercito piemontese doveva ancora recitare le orazioni mattina e sera nelle caserme, ed assistere tutte le feste alla messa; Garibaldi medesimo a Napoli aveva dovuto visitare San Gennaro, che colla solita compiacenza a tutti i vincitori ripetè per lui il miracolo della ebullizione del sangue. Il popolo tutt'altro che rivoluzionario sembrava invece non volere accettare la rivoluzione che consacrata dalla religione. Quindi la teatralità dei trionfi si spiegava nelle più grottesche forme: molti preti liberaleggiavano, la maggior parte degli elettori dopo il plebiscito andavano ad accusarsi del voto come di un peccato, e ne ricevevano la penitenza. Appunto perchè il popolo aveva dato un numero troppo scarso di volontari imbizzarriva ora sotto le assise della guardia nazionale chiamandola al palladio della nazione. E queste guardie nazionali furono mandate a guarnigione da paese a paese come una specie di presentazione che ogni città facesse all'altra dei propri cittadini. Invece la coscrizione venne accolta con tristissima ripugnanza: nella sola Sicilia i renitenti alla leva giunsero presto a seimila, nelle Romagne superarono il migliaio; e se ad essi si aggiunga, come purtroppo si aggiunsero, quelli delle altre provincie e le innumerevoli bande di briganti che infestarono lungamente il Napoletano dandovi combattimenti quasi grandi come battaglie, nell'indomani trionfale della rivoluzione il numero dei ribelli reazionari pareggiò quasi quello dei volontari. Certamente Garibaldi non ne ebbe seco di più.