Eppure la coscrizione a lunga ferma secondo l'antico sistema non colpiva che un numero ristretto di giovani, conservando l'ignobile privilegio borghese della surrogazione per denaro.
Le campagne erano specialmente ostili al nuovo governo per la coscrizione e per l'immediato aumento delle imposte. Si sarebbe voluta la libertà senza pagarne le spese: i preti aizzavano, la borghesia chiusa nell'egoismo economico dubitava ancora di affidarsi in massa al nuovo governo, che nessuna potenza d'Europa aveva riconosciuto. Sotto la baldoria delle feste si sentiva un certo scoramento; poichè la rivoluzione non era frutto dell'energia nazionale, solo coloro che avevano combattuto erano forti nella sua fede. Però nella rivoluzione il capo più saldo essendo la monarchia piemontese, non si credeva che ad essa. Garibaldi aveva piuttosto colpito le immaginazioni che persuaso gli intelletti. Le sue incredibili vittorie erano in gran parte risultate, come nel Napoletano, dalla viltà dei nemici: i suoi volontari erano o giovani colti e signorili, o spostati di piazza pronti sempre ad accorrere in tutti i tumulti. Quindi l'avaro buon senso della borghesia ricusava di credere a queste forze rivoluzionarie, se maggiori complicazioni avessero ricondotto l'Italia ad una guerra contro l'Austria o contro la Francia. Il programma rivoluzionario pareva assurdo, il principio democratico diventava paradossale in un paese, ove il popolo non esisteva ancora come classe politica.
Bisognava quindi disfarsi al più presto degli elementi rivoluzionari.
Dopo aver ottenuto l'indipendenza per un aiuto francese, era suprema necessità carpire all'Europa il riconoscimento ufficiale con una politica di moderazione che non desse ombra alle maggiori potenze: i rivoluzionari, indispensabili alle prime vittorie, diventavano adesso d'impaccio e di pericolo. Sola la borghesia dietro la scorta infallibile degli interessi materiali poteva, entrando nella rivoluzione, assodarne la base e regolarizzarne il governo. I suoi istinti commerciali ed industriali avrebbero mirabilmente assecondato il moto di unificazione nelle leggi; l'abitudine dell'ordine, antica in essa, avrebbe creato la nuova disciplina politica; la sua chiaroveggenza finanziaria avrebbe permesso nella necessità di un nuovo immenso debito il meno disastroso esercizio di spese. Però la borghesia avrebbe voluto naturalmente arricchirvisi.
Il conte di Cavour lo comprese mirabilmente.
La sua prima politica interna fu di seduzione ai borghesi e di ostilità ai rivoluzionari. Per passare dalla rivoluzione alla organizzazione era d'uopo accogliere nel governo il maggior numero dei più forti interessi; l'esercito dovrebbe funzionare come un crogiuolo assimilatore per le differenze morali delle varie provincie, disciplinando la tradizionale insubordinazione italiana. La burocrazia, ingrossata celermente ed elefantescamente, avrebbe fornito un altro esercito d'impiegati, più mobile, meglio aderente al governo perchè cointeressatovi come in una azienda commerciale. Da questi due corpi bisognava escludere tutti i rivoluzionari, che per altezza d'ingegno o purezza di carattere o riottosità di sentimento non si convertissero alla monarchia: e a questi irreconciliabili infliggere quel disprezzo che tutte le società hanno per i propri scarti.
Il moto di condensazione intorno alla monarchia riuscì poderosamente.
Nessuno si preoccupò che Mazzini, ancora sotto l'onta dell'ultima condanna a morte per la spedizione di Pisacane, restasse in esilio: a Garibaldi l'istinto borghese cercò un rivale prima nel Fanti, poi nel Cialdini; malleabile e destro il primo, satrapesco e pretoriano il secondo, ambedue mediocri d'ingegno e di opere. I giornali moderati crebbero d'importanza, di numero e di abilità; naturalmente difendendo il fatto attuale del governo, la loro argomentazione fu sempre nella realtà, mentre i giornali radicali condannati ad una critica intransigente caddero nella rettorica: quelli furono satanicamente abili nel denigrare le glorie della rivoluzione aggravando il pervertimento morale della nazione; questi stancarono anche i buoni intelletti colla ripetizione monotona di idealità incompatibili colla vita reale.
La rivoluzione non ebbe quindi espressione artistica nel trionfo. Il popolo non vi trovò ispirazioni: l'inno garibaldino e l'inno reale furono due marcie peggio che volgari; di maggior estro la fanfara dei bersaglieri, truppa ammirabile di severa eleganza, creata dal Lamarmora, e che la monarchia oppose invano alle bande rosse destinate a rimanere il tipo più originale di soldato nel secolo decimonono. La poesia ammutolì. Vittorio Emanuele in tanta aureola di fortuna non commosse la fantasia nazionale; tutti sentivano che l'uomo, quantunque onesto d'intenzioni, non era pari nè all'idea nè al fatto della rivoluzione: il suo valore di soldato non bastava a compensare la sua sommissione di re a Napoleone III; l'inevitabile egoismo dinastico, avendolo subordinato a tutte le umiliazioni politiche del governo durante il periodo delle annessioni, gli toglieva ogni carattere eroico. Finalmente la sua necessaria e mostruosa ingratitudine a Garibaldi, che più tardi cortesie intermittenti ed ineleganti non poterono velare, mentre l'incomparabile eroe seguitava a tributargli il più affettuoso rispetto, finirono di scoprire il fondo volgare della sua natura. L'eccesso medesimo della fortuna lo perdè nel sentimento poetico della nazione: Manzoni e Niccolini tacquero, Giosuè Carducci, allora giovinetto e poco dopo non meno grande di loro, lo salutò tribuno armato del popolo, ma quel saluto fu complimento peggiore del silenzio. Oggi stesso, dopo molti anni dalla sua morte, non una pagina immortale della moderna letteratura è ispirata dal suo nome. Il re di Savoia, diventato re d'Italia, non ebbe quindi la consacrazione della poesia perchè l'elemento poetico era tutto nella rivoluzione, dalla quale la monarchia usciva come un fatale processo prosastico. Le dinastie cadute non destarono lamenti, il papa non eccitò entusiasmi, Napoleone al di fuori dei circoli officiali non ottenne riconoscenza avendo guastato il beneficio col contrastarne le conseguenze.