Il primo parlamento italiano, radunatosi a Torino nell'ambito angusto del parlamento subalpino, non potè organizzare costituzionalmente i propri partiti.
La destra raccolse fra i vecchi monarchici tutti i nuovi convertiti alla monarchia; la sinistra, prigioniera del governo nei propri scanni, non seppe e non volle essere francamente antidinastica, avendo implicitamente accettato la monarchia col giurarle fede. Quindi il suo programma, suggerito dai comitati rivoluzionari, che si affaccendavano ancora per le piazze, riuscì assurdo nelle idee e grottesco nei mezzi. Mentre il governo rifaceva ogni giorno con nuovi espedienti una politica di sommissione all'estero e di compressione all'interno, la sinistra per combatterlo efficacemente avrebbe dovuto oppugnare la monarchia; ma poichè la sua posizione di partito parlamentare subordinato ai plebisciti lo vietava, ne usciva una critica qualche volta eloquente, sempre inutile. D'altronde in quelle prime e multiple difficoltà di governo la sinistra non ebbe uomini di abbastanza pratica abilità per influire potentemente nella discussione: la stessa povertà della stampa radicale, senza nè economisti, nè finanzieri, nè giuristi, nè tecnici di altra maniera, intristiva la sinistra parlamentare. I suoi migliori personaggi, cresciuti nelle congiure e nelle battaglie, non erano che magnanimi d'intenzioni e rettorici nei mezzi, quando le condizioni della politica esigevano caratteri supini ed ingegni destri, coscienze elastiche e sentimenti volgari. La destra parlamentare, accampata nella devozione monarchica e nell'egoismo borghese, appariva incomparabilmente più forte. Il suo programma fu semplice: sommissione all'estero evitando qualunque nuova guerra che compromettesse le sorti del giovane stato, ed esautoramento della rivoluzione all'interno. Nelle sue file s'addensarono per coscienza di necessità storica ed avidità di lucro o di potere gli uomini più colti e più abili. Naturalmente i nuovi convertiti alla monarchia furono più aspri dei vecchi monarchici contro i rivoluzionari intransigenti: la compressione giunse spesso alla persecuzione; si ebbero ribalderie poliziesche, leggi di sospetto, che parvero richiamare i tempi borbonici. La misura, suprema gloria dei governi parlamentari, mancò troppo spesso anche per l'ignavia del paese, che lasciava maltrattare inutilmente i suoi eroi più ammirati.
Nell'unificazione legislativa la destra per istinto di governo fu più rivoluzionaria della sinistra, la quale per necessità di opposizione oppugnò la violenta centralizzazione e quel sopprimere subitaneo tutte le consuetudini e gli statuti locali sovente migliori dei nuovi. Ma senza questa violenta ed affrettata unificazione, la coscienza unitaria avrebbe forse pericolato. Il modello legislativo, al solito accattato in Francia dai tempi del primo impero, non poteva in quel momento essere più adatto. Bisognava al governo un maneggio rapido ed assoluto di quasi tutta la vita publica per dominarla, giacchè la reazione clericale avrebbe potuto appiattarsi nemica in ogni istituto indipendente, o la rivoluzione farsi di questo una cittadella, dalla quale compromettere o sfidare la monarchia. I comuni, antica gloria italiana, vennero quindi mortificati sotto le prefetture; ogni autonomia provinciale inceppata; contese tutte le attività e le iniziative singole a pro dell'opera governativa. In questa inevitabile frenesia di rinnovamento legislativo le leggi grandinarono informi, disformi, deformi: fu un tumulto, nel quale la verità degli studi si confuse, la proporzione dei fatti colle idee si alterò. Il governo, invece di rappresentare la vita nazionale nella varietà delle sue tendenze e de' suoi atteggiamenti, parve una immane azienda nella quale pochi direttori manipolassero uomini e cose. Ma se la destra era politicamente reazionaria osteggiando la rivoluzione, che esigeva la conquista immediata di Roma e di Venezia, e mantenendo nel vecchio statuto l'elettorato così assurdamente ristretto che appena cinquecentomila erano gli elettori politici, nella sua opera penetrarono largamente i principii rivoluzionarii. Lo stesso assorbimento governativo ne fu causa. Così, presto si fe' strada la gratuità e obbligatorietà della istruzione elementare, la giurìa fu applicata dappertutto anche nelle provincie meno atte a così alto magistrato. Le strettezze del bilancio spinsero all'abolizione degli ordini religiosi coll'incameramento dei loro beni; la necessità di combattere il clero condusse a restringerne i privilegi; la promulgazione di tutti i codici nuovi, alla accettazione di moltissimi principii liberali non ancora accolti nella maggior parte delle legislazioni europee. Burocrazia ed esercito riuscirono efficaci strumenti di livellazione democratica; si dovettero moltiplicare con paradossale energia strade, ferrovie, telegrafi, scuole; ogni creazione conteneva fatalmente un'idea democratica per quanto smezzata; ogni mutamento anche sbagliato era un progresso. Il passato, respinto da sforzi prodigiosi, dileguava a perdita d'occhio.
Urgeva rinnovare tutto e rinnovare presto: poi si sarebbe ricorretto e migliorato.
Altro terribile strumento di livellazione e di unificazione fu la imposta. Nel crescendo fantastico di spese e di debiti, malgrado le più dolorose sproporzioni di quote, i contribuenti sentirono la solidarietà italiana cui venivano sacrificati. Naturalmente le provincie del nord più ricche e civili, ove per ragioni di catasto o di altri congegni amministrativi era molto più facile colpire il contribuente, pagarono per le provincie meridionali più povere, e nelle quali mancavano le più necessarie opere pubbliche e i redditi erano di più difficile accertamento.
Così l'ignavia di coloro, che avevano assistito come spettatori alla liberazione d'Italia, trovò la pena nel trionfo; quelli, che non avevano sofferto sui campi di battaglia, patirono nel campo economico; chi non pagò di sangue pagò di borsa. Ma in questa crisi economica, nella quale perirono molte industrie e si disfecero parecchie classi di proprietari, altre ne crebbero: sotto la pressione del bisogno aumentò il lavoro; le vie di comunicazione, la soppressione di tutte le dogane interne, la diffusione delle idee, degli scambi e delle forze, le opere pubbliche, la concorrenza straniera e sopra tutto l'energia della nuova coscienza nazionale trionfarono delle micidiali esazioni. La ricchezza si sviluppò. Dall'arringo parlamentare, ove si discutevano publicamente gli interessi della nazione, derivò a questa la passione della vita publica: si cominciò a comprendere che il governo non era più un nemico come pel passato e che nel popolo, sebbene ancora amministrato da pochi borghesi, stava tutto il diritto. Entro i partiti belligeranti per le grandi idee politiche se ne formarono altri con intendimenti minori di economia e di libertà interna: la partecipazione al governo diventò mano mano desiderio anche nelle masse; il nuovo assolutismo borghese trovò presto degli avversari.
Difficoltà politiche.
Ma le questioni politiche soverchiavano. Mentre il governo a forza di procrastinarla rinunciava quasi alla conquista di Venezia e di Roma, si doveva nullameno sacrificare il paese all'improvvisazione di un esercito e di una marina capaci di maggior guerra appena se ne presentasse il destro. Il problema della riorganizzazione militare, già difficile in un periodo nel quale la scoperta di sempre nuove armi impone radicali e subiti mutamenti, diventava difficilissima in Italia per la fusione dei vecchi eserciti in quello piemontese. Mancavano illustri generali ed abili organizzatori: v'erano rivalità pericolose di milizia, tristissime abitudini da sradicare, odiosi privilegi da concedere.
Si dovevano accogliere reggimenti e generali, che avevano combattuto contro l'Italia o tradito i propri sovrani all'ultima ora, riformare i quadri, sottomettere gelosie, graduare meriti male definibili, fabbricare un numero immenso di armi, stabilire una nuova disciplina, creare la fede nella bandiera tricolore, profondere denaro, e nullameno dar paghe esigue fino al ridicolo.
Il partito piemontese, più forte ancora nell'esercito che nella camera, poteva diventare pericoloso; però l'esercito piemontese, per conseguenza della propria monarchia, doveva essere nucleo e tipo dell'esercito italiano. La flotta napoletana, maggiore della savoiarda, pretendeva al primato e lo meritava; ma non si poteva concederglielo per lo scarso patriottismo e la mala condotta del suo personale. Bisognava schiacciare nelle bande garibaldine il fiore della vita militare italiana. perchè il suo profumo non inebriasse pericolosamente le altre milizie.