Colla resa di Gaeta, cui seguì poco dopo quella del castello di Messina e di Civitella del Tronto, la conquista regia era compita. La nuova camera adunata a Torino si componeva di 443 deputati, ma nel primo fervore di adesione monarchica Guerrazzi, Bertani, Cattaneo, Montanelli ne rimasero esclusi. Il discorso di apertura corteggiò tutte le nazioni d'Europa per trarle al riconoscimento ufficiale del nuovo regno, tacque di Roma e di Venezia ammonendo severamente i volontari a non agitare ulteriormente il paese per una guerra.
La prima legge fu di un solo articolo: «Re Vittorio Emanuele II prende per sè e pe' suoi successori il titolo di re d'Italia», formula infelice, giacchè il titolo di secondo, conservato dal re nella cronologia della propria stirpe, ribadiva il concetto della conquista piemontese: Vittorio Emanuele non poteva essere che il primo re d'Italia. Un'altra legge gli riconobbe il diritto dalla grazia di Dio e dalla volontà della nazione; e fu espressione assurda ma inevitabile ad un regno costituzionale, in cui la sovranità nazionale si amalgamava al diritto divino.
Alla proclamazione del regno fioccarono le proteste dell'Austria, del papa e degli altri principi spodestati. La Francia sembrava tenere il broncio: nullameno ricusò la proposta spagnuola ed austriaca di convocare un congresso delle tre primarie potenze cattoliche per assicurare i diritti sovrani della chiesa. La Prussia si manteneva sul diniego, la Russia proseguì nelle ostilità: solo l'Inghilterra fra i grandi stati aveva riconosciuto il nuovo regno.
Cavour, raddoppiando di attività, si accinse ad assettarlo. Allontanato Garibaldi, mantenuto in esilio Mazzini, impedito a Cattaneo il parlamento, domata la rivoluzione e scompaginato il partito rivoluzionario, egli rinunciò abilmente ad insistere per il ricupero della Venezia, sulla quale la Germania manteneva ancora troppe pretese, per tentare invece il problema di Roma. Il tumulto dei nuovi elementi parlamentari non lo stordiva. Egli comprendeva benissimo, quantunque monarchico e piemontese, che il nuovo regno non poteva organizzarsi intorno a Torino: tutto il mezzogiorno avrebbe recalcitrato contro questa eccessiva preponderanza piemontese, mentre una pericolosa incertezza come di provvisorio avrebbe sempre pesato sul nuovo regno. L'italianità era in Roma. Ma dinanzi a questo problema il suo destro ingegno di statista doveva fatalmente venir meno.
Già prima dell'occupazione delle Marche e dell'Umbria, nel subito tumultuare della rivoluzione, egli aveva mandato a Roma l'abate Stellardi, elemosiniere del re, con una lettera di Vittorio Emanuele al pontefice e con facoltà di esibire queste proposte: il papa conserverebbe l'alto dominio sulle Romagne, le Marche e l'Umbria, e ne affiderebbe il governo al re di Sardegna come vicario. Era un'esumazione dei concetti medioevali, che naturalmente abortì, e una rinuncia a Roma capitale. Cavour, sempre incredulo nell'unità d'Italia, insidiando queste provincie al papa, non mirava che ad un'altra forma d'annessione. Infatti l'alto dominio del pontefice si sarebbe nel fatto ridotto a meno che nulla.
Ma la rivoluzione avendo con Garibaldi conquistato le due Sicilie e prodotto il regno d'Italia, il problema di Roma capitale s'imponeva alla politica monarchica. Il conte di Cavour, troppo grande statista per non sentirlo, non lo era nullameno abbastanza per comprendere che solo la rivoluzione avrebbe potuto idealmente risolverlo. Quindi tentò. La sua formula: «libera chiesa in libero stato», avrebbe dovuto fare il miracolo. Diplomatico in queste trattative entrò il dott. Diomede Pantaleoni, residente in Roma e ben ricevuto nei circoli vaticani: il padre Passaglia, gesuita cresciuto di nome per la difesa del dogma dell'Immacolata Concezione, e più tardi di fama per una mezza apostasia, assecondava.
Il disegno era una specie di alleanza fra il papato e l'Italia col principio: «libera chiesa in libero stato»; quindi abolizione di tutte le leggi giuseppine, tanuccine, leopoldine; tutti i vescovi eletti senza intromissione del governo, assoluta libertà alla chiesa d'insegnare e predicare, il patrimonio ecclesiastico dichiarato intangibile, garantita al Santo Padre ogni immunità nell'esercizio spirituale, assicurata ai fedeli di tutto l'orbe la comunicazione col Vaticano, ministri e nunzi pontifici inviolabili, creato un lauto patrimonio alla Santa Sede.
In compenso essa rinuncierebbe al potere temporale.
La curia Vaticana resistè.
Allora il conte di Cavour si torse verso Francia: questa volta intervenne diplomatico il principe Girolamo Napoleone, genero del re. Non potendo ottenere Roma dal papa, l'astuto ministro cercava di sottrarre Roma al protettorato francese: le basi delle nuove convenzioni, senza adesione della corte romana, erano: la Francia, garantito il papa da qualsivoglia intervento straniero, ritirerebbe da Roma le proprie truppe; l'Italia s'impegnerebbe a non aggredire e a non permettere aggressioni esteriori contro il territorio attuale del pontefice, non reclamerebbe contro l'organamento di un esercito pontificio con volontari cattolici stranieri, purchè non superasse i diecimila soldati e non trascorresse a minacce contro il regno; infine accetterebbe di trattare col governo romano per assumere la propria parte proporzionale nelle passività delle antiche provincie pontificie. Ma nemmeno questa convenzione fu conchiusa, giacchè l'imperatore non voleva ancora nè abbandonare il papa, nè emancipare al tutto l'Italia. Con tale convenzione, che pochi anni dopo doveva generarne una ben più triste, il conte di Cavour senza rinunciare formalmente a Roma nè proclamarla officialmente capitale, avrebbe ottenuto di potersene facilmente impossessare appena ne capitasse il destro, senza rompere guerra alla Francia.