Poi, nel dicembre dell'anno 1860, rimandò a Roma Omero Bozzino a ritentare la prova delle prime offerte sulla fede di qualche cardinale, come il Santucci, che sembrava mantenersi propizio agli accordi. Lo stesso segretario Antonelli si prestò furbescamente al giuoco per meglio umiliare la politica piemontese; ma, dopo aver finto di patteggiare persino il prezzo delle proprie condiscendenze, troncò bruscamente la pratica esiliando il Pantaleoni.

Questa volta il fino diplomatico piemontese aveva trovato nel prelato romano una scaltrezza anche più perfida.

L'ordine del giorno Buoncompagni.

Intanto la parte rivoluzionaria agitava vivamente nel paese la questione di Roma: si moltiplicavano indirizzi e proteste al re e all'imperatore; l'Inghilterra per gelosia del cesarismo bonapartesco insisteva officialmente per lo sgombro da Roma del presidio francese; il governo doveva uscire dal silenzio con più alta affermazione italiana sotto pena di soccombere nella coscienza nazionale.

Cavour ebbe tutta l'audacia consentitagli dal proprio sistema e dal proprio temperamento politico: combinò col deputato bolognese Audinot un'interpellanza e coll'ex-ministro Buoncompagni un ordine del giorno, nel quale era scritto: «La camera, udite le dichiarazioni del ministero, confidando che, assicurata l'indipendenza, la dignità e il decoro del pontefice e la piena libertà della chiesa, abbia luogo di concerto colla Francia l'applicazione del principio di non intervento e che Roma, capitale acclamata dall'opinione nazionale, sia resa all'Italia, passa all'ordine del giorno» (27 marzo 1861).

Tutta l'insufficienza e l'astuzia italiana erano riassunte in questo ordine del giorno. Il diritto nazionale su Roma vi diventava opinione, quello del non intervento cessava di essere un principio per ridiventare materia di accordi, la sudditanza alla Francia nella ragione più intima della vita e della storia nazionale era proclamata in faccia a tutto il mondo; ma con questo così umile ed umiliante ordine del giorno il governo persuadeva al paese di aver compiuto un atto magnifico di audacia. Nella coscienza confusa della borghesia Roma diventava legalmente capitale d'Italia, l'occupazione dei francesi vi era segnalata come un arbitrio, l'agitazione rivoluzionaria perdeva quasi totalmente ogni efficacia di persuasione per una nuova impresa su Roma, che la monarchia si appropriava rimettendone la presa di possesso alla prima favorevole occasione.

Infatti la publica opinione esultò: solo Mazzini e Garibaldi, il genio e il cuore d'Italia, sentirono l'ineffabile offesa. La pace di Villafranca non aveva tradito che il Piemonte, troppo piccolo allora per resistere solo contro Austria e Francia: il riconoscimento officiale del diritto alla Francia di occupare militarmente Roma, e la proclamazione di non ricevere questa che dalle sua mani, annullava la neonata individualità dell'Italia.

Nullameno tacere di Roma sarebbe stato impossibile ed altrettanto miserevole per il governo, che nei primi dubbi delle annessioni meridionali per propiziarsi la Francia aveva dovuto lusingarla con un'altra possibile cessione della Sardegna: per fortuna le veementi proteste dell'Inghilterra, irritata dal pericolo che il Mediterraneo si mutasse così in lago francese, salvarono questa isola all'Italia, e il ministro potè in seguito mentire alteramente respingendo tale accusa.

Ma colla proclamazione di Roma capitale d'Italia il conte di Cavour otteneva l'incomparabile vantaggio di consacrare italiana la monarchia sarda: l'umiliazione di quell'ordine del giorno, così profonda che sfuggì al sentimento delle masse, ne impediva una peggiore di una rinuncia a Roma capitale. La monarchia trionfava un'altra volta della rivoluzione, la quale conquistando Roma non avrebbe potuto che conquistarla per essa. La politica regia era da troppi secoli abituata a vincere colla sola astuzia e a guadagnare anche con la sola viltà, perchè quella formale abdicazione del più alto fra i diritti nazionali potesse sgomentare la sua coscienza; la giovane nazione era troppo poco rivoluzionaria per imporle una politica più nobile, e troppo memore della passata servitù per offendersi di un vassallaggio ideale, cui sentiva nel proprio istinto di potersi fra non molto sottrarre.

Il conte di Cavour in questa campagna parlamentare manovrò colla stessa prontezza di decisione e rapidità di cangiamenti tattici che in quella dell'invasione nel territorio pontificio per impossessarsi di Napoli: difetti di forma e insufficienza d'idea vi derivavano meno dal suo spirito che dal sistema monarchico. Se egli lo avesse trasceso coll'ingegno o col carattere, non ne sarebbe stato il massimo politico: quindi stretto in un'antitesi insolubile, invece di lasciarvisi schiacciare, italianamente scivolò fra i due termini.