Il conte di Cavour oppose Bettino Ricasoli a Giuseppe Garibaldi.

Con profonda abilità di parlamentare Ricasoli, anzichè accusare Garibaldi, affermò in una interpellanza di crederlo calunniato. «Io, disse, gli ho stretto la mano dal momento, in cui prese il comando dell'esercito dell'Italia centrale: noi eravamo allora animati dagli stessi sentimenti, noi eravamo tutti e due egualmente devoti al re. Noi abbiamo giurato entrambi di fare il nostro dovere: io ho fatto il mio. Chi dunque potrebbe reclamare il privilegio di patriottismo e d'innalzarsi sopra gli altri? Una sola testa fra noi deve dominare su tutte le altre, quella del re. Davanti al re tutti debbono inchinarsi, ogni altro atteggiamento sarebbe di ribelle... Chi ebbe la fortuna di compiere il proprio dovere più generosamente, in una più larga sfera d'azione, in una maniera più proficua alla patria, e l'ha veramente compito, questi ha un dovere anche più grande, di ringraziar Dio d'avergli accordato così prezioso privilegio, concesso a pochi cittadini e di poter dire: ho servito bene la mia patria, ho interamente compito il mio dovere».

Garibaldi da accusatore diventava accusato: la solennità dell'intimazione fattagli dal Ricasoli lo costringeva a venire in parlamento per sostenere quanto aveva scritto. Garibaldi, che non voleva e non poteva ribellarsi, era già vinto: prima ancora di giungere a Torino pubblicò una lettera, smentendo ogni intenzione di attacco contro il re e il parlamento. Non gli restava quindi di fronte che il ministero, il quale nella camera era sicuro della vittoria.

Nullameno la giornata fu aspra.

Il parlamento, costretto dalla propria dedizione incondizionata a seguire una politica servile all'estero ed ingiusta all'interno, era tuttavia affollato di uomini illustri per ingegno e per sacrifici, che sentivano di non meritare le accuse di Garibaldi. Il loro risentimento, giustificato dall'orgoglio delle opere compiute ed inasprito dalla coscienza del torto presente, degenerava in aperta ed ingenerosa ostilità. Si dimenticavano i titoli di Garibaldi alla riconoscenza nazionale per non vedere più in lui che un volgare vanesio ed uno scapigliato ribelle.

Quando entrò nella sala colla camicia rossa e il solito poncho americano, la singolarità dell'abito parve una brutta teatralità. Il suo primo doloroso rimprovero a Cavour per la cessione di Nizza provocò la tempesta; alla sua accusa contro il ministero di avere arrestato la rivoluzione trionfante nel mezzogiorno con ogni maniera d'insidie e colla provocazione di una guerra civile l'uragano scoppiò. Solo Garibaldi rimase calmo. L'accusa era troppo vera perchè non bisognasse smentirla. Ma Garibaldi non poteva andare oltre. La stessa ragione, che lo aveva sottomesso in Napoli agli ordini del re, lo costringeva ad accettare ora le spiegazioni di Cavour. Il generale Fanti, ministro della guerra, si destreggiò abilmente nell'esposizione dei motivi, che impedivano la incorporazione in massa dei garibaldini nell'esercito; si respinse l'altro progetto di Garibaldi di formare coi giovani non compresi nell'esercito dai 18 ai 35 anni una guardia nazionale mobile, cui lo stato fornisse d'armi, di cavalli e di materiali inscrivendo in bilancio una somma di trenta milioni. Cavour, pronto a servirsi di tutta la propria superiorità in quel momento, riassunse con sobrietà magistrale la propria politica, chiudendo il parlamento nel dilemma o di accettarla intera o di buttarsi ai rischi immediati di un'altra guerra o di un'altra rivoluzione.

Garibaldi piegò: i garibaldini furono sacrificati. Invano, nell'abboccamento con Cavour procuratogli dal re, egli tornò malinconicamente ad insistere per un migliore trattamento dei propri soldati; l'abile ministro rimase inflessibile.

L'indomani il generale Cialdini, tristamente ammalato d'invidia per l'eroe, credendo propizio il momento per levarsi contro di lui come campione della monarchia, lo apostrofò con una lettera altrettanto assurda che arrogante.

Cavour con questa suprema vittoria assicurava la propria politica di moderazione. Ma egli stesso era fiaccato dalla immensa opera.

Le Regioni.