Nel disegno di riforme amministrative presentato al parlamento, appena risoluta la questione militare, il suo ingegno parve rimettere del solito coraggio. Quel potente senso di accentramento governativo cresciutogli dal fatto dell'unità nazionale, che lo spingeva alla più rapida delle unificazioni legislative, gli venne improvvisamente meno nel maggior problema delle circoscrizioni. Forse in nessun paese d'Europa per troppe complesse ragioni di storia la divisione e l'aggruppamento dei comuni e delle provincie era più assurda che in Italia: tutta la lunga guerra federale era ancora visibile nei loro reparti: nè monti, nè fiumi determinavano i confini. Divisioni politiche e diocesane intralciavano gli scambi reciproci, la mancanza di strade rendeva spesso impossibili molti esercizi di doveri e di diritti, rivalità municipali e provinciali si alimentavano tuttavia di odii storici, che la pacificazione dell'unità sembrava riconfermare nella teatralità di un perdono reciproco. Alcune città si barattavano come pegno di pace trofei di guerre medioevali.

Le nuove circoscrizioni avrebbero dovuto distruggere tali differenze spersonalizzando parecchi comuni ed alcune provincie. Invece il ministero proponeva una nuova istituzione di regioni, tagliate nello stato a capriccio, senza nè fondamento di tradizione, nè ragioni di modernità. L'idea era stata del Farini, che prima delle annessioni meridionali aveva proposto di dividere il regno in sei regioni: ma innanzi a lui, fino dal 1833, Mazzini nell'opuscolo sull'Unità Italiana proponeva di sopprimere le provincie, riducendo gli ottomila comuni a milleduecento con circa ventimila abitanti ciascuno e spezzando l'Italia in dodici regioni di cento comuni. Così, per combattere il federalismo storico, si creava un federalismo artificiale. Nell'impossibilità di correggere subito i limiti dei comuni e delle Provincie era miglior sistema negli inizi del governo nazionale raggrupparli il più naturalmente possibile sotto le prefetture. Nelle regioni gli antagonismi federali si sarebbero serviti delle nuove libertà contro l'unificazione: le facoltà legislative, loro concesse inevitabilmente, vi avrebbero creato tanti piccoli stati nello stato in opposizione col governo centrale.

L'istinto rivoluzionario del parlamento supplì al difetto di Cavour, che aveva permesso al Minghetti, ministro dell'interno, di ripresentare raffazzonato e peggiorato il primo disegno di Farini; la legge fu scartata. L'unità trionfava attraverso tutti gli errori. Poco dopo lo stesso ministro proponeva che la festa dello Statuto dichiarata civile si solennizzasse col clero, il quale vi si ricusò.

Il ministero scopriva già le proprie tendenze bigotte.

Improvvisamente il grande statista morì. La divorante attività di una vita politica, per dieci anni senza un'ora di riposo, aveva logorato il suo superbo temperamento di atleta; ma fino agli ultimi giorni pensò e lavorò con lo stesso impeto. La moltitudine rinascente dei problemi non potè mai sopraffarlo: contemporaneamente rannodava le relazioni diplomatiche colla Svezia, colla Danimarca e col Portogallo; spingeva le trattative con Napoleone III per l'evacuazione di Roma, vegliava sui disordini di Napoli, dirigeva le finanze, preparava la marina, lottava nelle camere per tutte le questioni. La maggioranza docile ma inesperta aveva d'uopo della sua presenza. Il 28 maggio respingeva ancora un disegno di legge in favore dei veterani delle repubbliche del quarantotto, nel quale si ripresentava la questione pericolosa sollevata da Garibaldi. «La sola ragione, per cui il governo non può riconoscere il grado degli ufficiali veneti è perchè non vuole riconoscere anche quelli della republica romana... Non credo che si debba andare incontro a tutti quelli, che hanno combattuto sotto una bandiera, che non era la nostra. Non tutti fecero adesione alla monarchia... Possiamo rispettarli, ma per noi sono avversari, nemici. Non consentiremo mai che si faccia nulla a pro di loro». Queste intrepide parole furono la sua ultima bravata di ministro monarchico.

Una febbre violenta lo colpì: ogni rimedio fu presto inutile, il delirio sorprese il suo pensiero, che aveva resistito a tutti i turbini della rivoluzione. Però anche nell'agonia il grande politico riaffermò il proprio sistema: «L'Italia del nord è fatta, non vi sono più nè lombardi, nè piemontesi, nè toscani, nè romagnoli: ma vi sono ancora napoletani. Oh! vi è molta corruzione laggiù nel loro paese! Bisogna moralizzarli... ma non stato d'assedio, non mezzi violenti di governo assoluto. Tutti sanno governare collo stato d'assedio».

Agli ultimi momenti chiamò un frate, col quale sette anni prima si era accordato per non vedersi negati i conforti della religione come il ministro Santa Rosa: volle morire cristianamente e che tutta Italia lo sapesse. Il frate raccontò poi che il conte Cavour gli avesse risposto nelle estreme preghiere degli agonizzanti: «Frate, frate, libera chiesa in libero stato». Così morì (6 giugno 1861).

Il dolore d'Italia fu profondo, la costernazione maggiore del dolore. L'Europa suonò d'encomii; lord Palmerston vinse ogni altro oratore tessendogli l'elogio funebre; Napoleone III ne trasse argomento per accordare finalmente all'Italia il riconoscimento officiale; la monarchia trepidò; gli avversari democratici, vinti ed oppressi dal ministro vivo, s'inchinarono al suo feretro come ad una delle più grandi ed improvvise rovine della storia moderna. Allora la sua gloria, balenando come una rivelazione fra uno sgomento di ammirazione e di rimpianto, diede all'opera della sua politica così prepotentemente personale l'apparenza di un miracolo.

Ma attraverso le generose ed inevitabili esagerazioni d'un'ammirazione, che cercava già nel solco tracciato dal suo pensiero nel passato la sola via sicura dell'avvenire, si riaffermava nella coscienza nazionale il sentimento dell'unità. Per la prima volta dopo tanti secoli un dolore italiano era veramente nazionale: Cavour era stato l'unità vivente della rivoluzione, organizzando nella realtà immortale della propria opera i risultati di tutte le iniziative.

Come Cesare, egli aveva dominato il maggiore periodo politico d'Italia: l'antico impero romano non aveva mai potuto uscire dall'orbita cesarea, la moderna monarchia italiana conserverebbe fino all'ultimo giorno l'impronta cavouriana.