L'Italia, collocando Cavour fra Mazzini e Garibaldi, comporrebbe la triade politica più perfetta del secolo decimonono.

Capitolo Terzo.
I luogotenenti di Cavour

L'ambiente politico.

La morte del conte di Cavour tolse al governo quella potente unità d'azione che, dopo i miracoli della preparazione piemontese gli aveva permesso di assimilarsi senza scosse tutta l'opera rivoluzionaria. La paura fu tale nei primi momenti che corte e paese dubitarono della propria fortuna: si temette che la rivoluzione insorgente per il ricupero immediato di Roma e di Venezia travolgesse l'Italia ad irreparabile ruina. Il parlamento inesperto, frazionato da rivalità d'interessi regionali, affollato di recenti convertiti alla monarchia, impotente ad assorbire la rivoluzione con una politica indipendente all'estero e liberale all'interno, non era abbastanza forte per dominare il trambusto dell'opinione: la dinastia, amata per la gloria degli ultimi fatti ed ammirata dalla moltitudine per il tradizionale rispetto a tutti i re, non poteva esorbitare efficacemente dalla costituzione senza eccitare pericolosi sospetti di dispotismo dopo il trionfo della propria conquista piemontese: nessun uomo politico aveva allora abbastanza autorità per sostituire il conte di Cavour.

Nullameno nè la monarchia, nè la nazione dovevano pericolare dopo la morte del grande statista. L'Italia era essenzialmente monarchica.

Malgrado le vanterie rettoriche di tutti i partiti unanimi nell'esagerare la grandezza della rivoluzione italiana, questa era stata piuttosto una insurrezione contro gli stranieri per conquistare l'indipendenza che una vera rivoluzione. Anzitutto la stessa insurrezione non aveva potuto scoppiare che dopo l'intervento francese: l'impresa garibaldina non aveva trovato ostacoli politici alla propria espansione; l'esercito borbonico si era pochissimo battuto; il popolo aveva assistito festeggiando alla caduta delle vecchie dinastie e all'impianto della nuova. I partigiani dei governi abbattuti come non li avevano difesi nel pericolo, così non erano stati attaccati nè prima nè dopo dai pochi rivoluzionari combattenti; nessuno spostamento di classe era avvenuto, nessuna idea originale aveva cangiato col proprio trionfo la fisonomia storica della nazione. Tale comoda e simpatica rivoluzione senza spargimento di sangue era l'argomento più evidente contro la rivoluzione: la storia non ebbe e non avrà mai rivoluzioni incruente. La passione democratica vi si era condensata nello sforzo militare, acquetandosi sotto una monarchia costretta alla più mostruosa delle ingratitudini. La sola idea originale della rivoluzione italiana sarebbe stata l'abolizione del regno papale, ma la rivoluzione non aveva osato tampoco assalirlo.

La rivoluzione italiana non poteva paragonarsi a nessuna vera rivoluzione popolare, nè alla inglese, nè alla olandese, nè alla americana, nè alla francese, nè alla greca.

L'Italia era essenzialmente monarchica. Nello stesso partito rivoluzionario, Mazzini era il re dell'idea e Garibaldi l'imperatore della spada: il partito volontariamente soggetto alla più rigorosa disciplina s'unificava nei due capi; nessuno aveva osato mai una vera mossa politica senza il consenso di Mazzini; nessuno avrebbe tentato un moto militare senza la guida di Garibaldi. L'incapacità del popolo si rivelava in questa dedizione di tutta la propria parte migliore ai due maggiori individui: Mazzini era sinonimo di republica, Garibaldi di guerra.

Però la morte di Cavour toglieva al governo la superba consapevolezza della propria superiorità sul partito mazziniano e garibaldino: dopo Cavour nessun altro uomo della monarchia poteva affrontare il paragone con Mazzini e con Garibaldi.