La politica cavouriana doveva nullameno proseguire non solo come inevitabile illazione della grande opera dello statista, ma come un risultato fatale dell'ambiente nel quale la monarchia si era formata. I dati della sua politica restavano immutati. I successori del conte di Cavour, definiti da Giuseppe Ferrari con fine ironia i generali di Alessandro, avrebbero nella loro altalena ministeriale subìto le oscillazioni di questi dati senza poterli modificare: la varietà dei loro caratteri personali si presterebbe alle antinomie del progresso, che trionfa sovente coll'errore; le loro parziali ed ammirabili facoltà si addestrerebbero nei molteplici particolari delle grandi questioni, creando una scuola politica e spremendo le proprie primizie spirituali senza potersi irrigidire nei propri falli. Così, dopo la potente unità politica di Cavour, che a lungo andare avrebbe colla propria supremazia ritardato il progresso del parlamento, apparvero meglio le correnti della pubblica opinione: i ministeri diventarono crogiuoli, ove gli interessi nazionali neutralizzandosi dovettero fondersi nell'interesse nazionale; la medesima incertezza di criteri concesse più facile il saggio di tutti i problemi: la partecipazione alla vita pubblica fu più intensa dacchè la mediocre autorità dei successori di Cavour mise nella nazione come uno sgomento vigilatore: le insufficienze della monarchia nelle quistioni di Roma e di Venezia servirono a ridonare prestigio all'idea democratica; le impotenze del sistema mazziniano persuasero che la republica non poteva derivare da un uomo per quanto sublime di spirito; le tragedie patriottiche di Garibaldi ridiedero al popolo la coscienza che l'eroismo è la verità suprema della storia.

Il partito cavouriano, intitolandosi dalla moderazione, fu come tutti i partiti impropriamente definito. La sua moderazione nei grandi problemi di Roma e di Venezia non era fatalmente che sommissione alla prepotenza straniera; nelle questioni interne la febbre della unificazione lo rendeva talvolta più che rivoluzionario. L'opera politica della ricostituzione nazionale subì quindi l'influsso di due metodi antagonisti: si cercò con ogni studio di tener lontano il popolo dagli uffici pubblici, e si spinse la rivoluzione nelle leggi. Mentre i governi passati erano stati sempre contro il popolo, il nuovo fu pel popolo ma non del popolo. La violenta unificazione, cassando molti errori, molti ne produsse: la burocrazia invece di essere un organo di tutela e di trasmissione, limitato al minimo di personale e di spese, crebbe smisuratamente per la necessità di assettare gli spostati, di compensare i vincitori, di sedurre gli avversari. Nei salarii specialmente imperversò l'ingiustizia, sebbene tutti rimanessero sproporzionati ed esigui. Si dovette subire una seconda più disastrosa preparazione di guerra; le finanze parvero diventare un problema insolubile; le imposte depauperarono molti campi di produzione, mentre le spese nelle opere pubbliche ne fecondavano altri; i trattati di commercio subirono i contraccolpi dell'inferiorità politica; l'agricoltura, così sproporzionata in Italia da raggiungere in alcune provincie il reddito di duemila lire per ettaro e in altre di cinque, sofferse anche maggiormente per la sproporzione anche più assurda delle aliquote.

Il governo, ridotto ad una clientela, venne sfruttato dalla classe governante; la plutocrazia germogliò vigorosamente dalla politica.

Nullameno il rinnovellamento della nazione procedeva. Era una guerra incessante, minuta, universale, nella quale era impossibile contare i morti e i vincitori: idee e fatti fermentavano e sparivano come in una improvvisazione fantastica, per riprodursi con sempre nuovi aspetti; le attitudini si svegliavano, la esistenza nazionale maturava la vita politica.

I primi ministeri.

Se nella cronologia del regno d'Italia il primo ministero era stato quello di Cavour, l'assorbente preponderanza del grande ministro lo rendeva nullameno troppo simile agli altri del piccolo regno sardo per cominciare da esso la nuova storia parlamentare. Così il primo ministero veramente italiano fu di Bettino Ricasoli, eletto dal re fra i tanti luogotenenti di Cavour. La scelta, eccellente in quanto toglieva al ministero l'eccessivo carattere piemontese, non modificò la situazione parlamentare: il Minghetti, il Bastogi, il Peruzzi, il De Sanctis vi rimasero: il Ricasoli tenne gli esteri, la presidenza e l'interim della guerra, dando la marina al Menabrea. Per una malsana imitazione del conte di Cavour, che nel periodo della preparazione piemontese aveva assunto quasi tutti i portafogli, si cominciò ad attribuirli fuori d'ogni criterio tecnico: Ricasoli, agricoltore e diplomatico, successe al Fanti, il migliore organizzatore militare d'Italia. Più tardi questo difetto giunse a tale che si videro avvocati e generali di cavalleria al ministero della marina, criminalisti ai lavori pubblici, filosofi al commercio.

Nell'impossibilità pel governo di un vero programma politico abbracciante Venezia e Roma, il nuovo ministero non fece che promesse generiche e contraddittorie per l'interno: fortificare l'esercito, instaurare la finanza, unificare leggi e governo, decentrare l'amministrazione. Dal bilancio 1861, nel quale non erano comprese le provincie del mezzogiorno rette ancora da governi luogotenenziali, risultava già un deficit di 344 milioni: il governo propose un debito di 500 milioni al tasso di 75 lire per 5 di rendita, che detratte tutte le spese non diedero poi che 495 milioni di incasso. Quindi s'unificarono i debiti dei singoli stati nel gran Libro del Debito pubblico, malgrado le loro differenze, giacchè quelli del Piemonte essendo maggiori avevano pure la scusa di essere stati contratti per fondare il regno d'Italia, mentre gli altri di Napoli e della Toscana non avevano servito che a pagare le soldatesche straniere. Scartato il disegno delle regioni, il ministero dichiarò di fondare gli ordini interni sulle basi naturali dei comuni e delle provincie, affermando alteramente, a proposito delle voci circolanti intorno ad una possibile cessione della Sardegna alla Francia, di non conoscere «palmo di terra italiana da cedere, bensì un territorio nazionale da ricuperare». Tale nobile dichiarazione dissipò molte paure nella pubblica opinione, ma non potè essere che una frase. Tutto l'orgoglio baronale ed italiano del Ricasoli non bastava a trovare una soluzione pei problemi di Roma e di Venezia. Il suo stesso altero contegno verso la Spagna, ricusantesi alla consegna degli archivi consolari del già regno delle due Sicilie, e dalla quale richiamò minacciando l'ambasciatore; le severe parole onde alla camera e in una nota diplomatica denunciò al mondo civile le orribili trame ordite dal Vaticano per alimentare il brigantaggio scoppiato in alcune provincie napoletane, non facevano che rendere più umiliante la posizione del governo costretto a subirle, mentre Garibaldi agitava il paese per un'impresa immediata su Roma, e il Minghetti con una infelicissima circolare proibiva una protesta contro l'occupazione francese. Un'altra ripresa di trattative col papa a mezzo del padre Passaglia, dal quale per rivincita dello smacco si fece poi combattere con inutile pompa di erudizione il potere temporale promuovendo persino fra il clero un'assurda sottoscrizione per indurre il pontefice alla cessione di Roma, tolse alla politica di Ricasoli la simpatica originalità del suo carattere aristocratico e patriottico.

Mentre la diplomazia francese lo faceva svillaneggiare dalla propria stampa, la corte male lo sopportava per la sua poca arrendevolezza, i moderati lo sospettavano per le sue simpatie garibaldine e i rivoluzionari lo urgevano di critiche magnanime, egli era segretamente il più vivo oppositore di se stesso: in lui le qualità del gentiluomo e la generosità del patriota contrastavano dolorosamente colle remissività inevitabili pel ministro. Abbastanza destro negli affari, rotto alla diplomazia, atto al comando, pronto a grandi cose se l'ora le avesse consentite, egli era fra gli eredi di Cavour il meno idoneo alla politica di quel periodo. La sua posizione parlamentare non poteva consolidarsi. Mancavano tempo e mezzo a misure potenti: non si erano ancora potuti abolire i governi luogotenenziali nel sud, il brigantaggio vi assumeva proporzioni di vera guerra, in Sicilia un moto separatista era scoppiato al grido assurdo di: viva la republica e morte ai liberali, ed era durato tre giorni, malgrado le milizie avessero dovuto inferocire per reprimerlo; la sinistra tempestava per l'accatto pontificio dell'Obolo di San Pietro destinato a combattere l'Italia; la destra inveiva pei Comitati d'azione instituiti da Garibaldi collo scopo di forzare il governo alla guerra. Il ministero, composto di elementi discordi e sprovvisto di vero programma, invece di stringersi intorno al Ricasoli, oscillava scompaginandosi all'urto delle correnti. Il fermento dei rivoluzionari cresceva, le pressioni estere si aggravavano sulla corte. Urbano Rattazzi, natura subdola e temeraria, avido di potere e di azione, combatteva il ministero da Parigi, ove si era recato a corteggiare l'imperatore, di là spaventando il re con una relazione machiavellicamente arguta.

Ricasoli si dimise prima di essere costretto ad arrendersi.