In questo secondo periodo decennale di preparazione italiana, tra i luogotenenti di Cavour, Ricasoli rimase il carattere più nobile, e il suo esperimento fu il più generoso: dopo di lui Urbano Rattazzi, che da Cavour aveva ereditata l'arditezza delle combinazioni equivoche, si arrischiò tristamente a Sarnico, ad Aspromonte e a Mentana opponendo la monarchia alla rivoluzione, mentre Cavour con quella era sempre riuscito a signoreggiare questa; ma i problemi di Venezia e di Roma rimasero insoluti. Marco Minghetti, salito alla presidenza a cagione della follìa di Luigi Carlo Farini, ritentò la questione romana per concludere colla Convenzione di settembre al trasporto della capitale a Firenze, abdicando a Roma e decapitando la nazione; Alfonso Lamarmora, alleato colla Prussia, condusse il primo esercito italiano alla sconfitta, ed umiliò nuovamente l'Italia a Napoleone, ricevendo dalle sue mani Venezia. Giovanni Lanza, solo fortunato tra tutti, alla caduta del secondo impero napoleonico, potè entrare vittorioso a Roma per la breccia di Porta Pia. La tradizione di Cavour fu il principio direttivo di tutti i ministeri, ma la sua prodigiosa abilità non si rinnovò in nessuno de' suoi successori. Solamente Quintino Sella, geologo improvvisatosi finanziere, parve rinnovare coll'arditezza di alcune imposte e la tenacia del volere il suo mirabile empirismo, mentre economisti illustri come lo Scialoia, il Ferrara e il Minghetti si mostrarono nel ministero poco più che mediocri; nella diplomazia ebbe vanto di destrezza Emilio Visconti-Venosta, ma alle sue combinazioni mancò la grandezza dell'idea e la fortuna del risultato. Il Menabrea, sempre reazionario come nei primi giorni del parlamento subalpino, rinnovò all'indomani di Mentana l'inutile prova di un bigottismo politico senza nobiltà di sentimento religioso e senza elevatezza di sentimento monarchico; Agostino Depretis conservò di Cavour la destrezza parlamentare e la pratica di tutti i portafogli; però come tutti i solamente abili fu piccolo. Nessuno di essi si mostrò personalmente disonesto, malgrado la inevitabile corruttela di un governo costretto a vivere d'espedienti.

Empirismo legislativo.

Il crescendo della rivoluzione legislativa s'impose a tutti i metodi e a tutti i sistemi, giacchè per conservare si dovette innovare continuamente. Le affermazioni di principii furono torbide. La gratuità, la laicità e l'obbligatorietà trionfarono nelle scuole elementari, senza che al problema della istruzione nazionale si cercasse una vera soluzione. Il governo, anzichè assumere le scuole elementari per impiantarle ovunque e secondo il bisogno, le affidò all'ignoranza, all'avarizia e alla miseria dei comuni; le scuole tecniche rimasero mal definite e peggio organizzate, le classiche si mantennero confuse, troppe e male distribuite; fra queste e quelle non vi ebbero le distinzioni di metodo e d'indirizzo reclamate da tutti i grandi spiriti. Per un postumo rispetto al federalismo si conservarono tutte le università, lasciandone la maggior parte senza materiali scientifici, senza professori e senza scolari.

Nella soppressione degli ordini religiosi e nell'incameramento dei loro beni si rispettarono gli ordini insegnanti, sebbene dovessero essere aboliti primi per sottrarre il paese all'influenza dell'insegnamento clericale; ma il sentimento conservatore della monarchia e la bigotteria borghese li vollero invece soli superstiti. Non si osò spingere l'incameramento ai beni parrocchiali che avrebbe reso più docile il clero costringendolo lentamente a tornare all'antico costume cristiano di vivere colle sole elemosine dei fedeli: nella vendita dei beni incamerati non si ebbe alcun criterio politico per sollevare la miseria delle popolazioni agricole.

Nelle opere pie si lasciò l'amministrazione in mano alla borghesia con intervento del clero, rispettando, per una infelice superstizione del diritto di proprietà, gli antichi testamenti incompatibili colla vita moderna: così dall'immenso patrimonio della carità publica la miseria publica non ebbe quasi sollievo; la burocrazia ne assorbì in media il 75 per cento delle rendite, spese con spirito di clientela in disaccordo colla filantropia e colla scienza. Nelle ferrovie, massimo fra i benefizi della rivoluzione, in pochi anni cresciute a quattordici mila chilometri, pur tentando la magnifica audacia d'iniziare con esse in molte provincie il sistema stradale invece di compirlo, si dovette sottostare a deviazioni politico-federali: quindi la loro costruzione fu simultanea con raddoppiamento di spese e di tempo, di difetti e di disastri per ignoranza d'ingegneri e rapacità di appaltatori. Scandali obbrobriosi ne nacquero sino in parlamento, dal quale alcuni deputati ebbero a dimettersi convinti di truffa.

Fra i balzelli il più originale e il più giusto fu quello della ricchezza mobile; ma, ripartito per contingenti anzichè per quotità, produsse nelle applicazioni le maggiori ingiustizie: fra i peggiori quello del macinato aggravò la miseria dei più miseri, ma salvò le finanze dal fallimento. Della perequazione fondiaria, presto promessa, non si ardì organizzare gli studi, giacchè le provincie meridionali, fortunate della mancanza o della insufficienza dei catasti, ricalcitrarono. Nella rovina della crisi finanziaria il governo si sgravò di molti oneri, addossandoli ai comuni già fortemente gravati e in preda essi medesimi alla febbre dei debiti e delle opere pubbliche. Il consolidato nazionale, colpito dal discredito, discese sino al saggio del 39 per cento; il corso forzoso della moneta cartacea, inevitabile in tanto stremo della moneta metallica, passò attraverso la più incredibile sregolatezza di metodo, dall'anarchia delle banche al monopolio quasi assoluto della Banca Nazionale. Nell'esercito, sino alla guerra infelice del 1866, s'imitò pedissequamente l'organizzazione francese, dopo si copiò quella prussiana; nella marina sino al disastro di Lissa non si ebbero idee di sorta; poi, con splendida spontaneità di genio, si mutò tutto radicalmente, improvvisando le più forti navi che il mondo vanti tuttora. Migliori furono i nuovi codici derivanti per la massima parte da quelli del primo Napoleone, ma la loro applicazione incontrò ancora resistenze federali: la Toscana serbò il proprio codice penale non perchè migliore, ma perchè toscano; si temette di abolire la pena di morte e di ammodernare la penalità, così che mentre il codice civile rivoluzionava la società moderna, quello penale esprimeva tuttavia una società passata. L'ordinamento giudiziario, sminuzzato alle base in un numero immenso ed assurdo di preture, rimase scisso al vertice in quattro o cinque supreme Corti di cassazione, che perpetuarono nell'unità della giurisprudenza le rivalità federali delle antiche provincie: la magistratura troppo numerosa, male distribuita in circoli arbitrari, peggio pagata, quasi sempre sottomessa alla preponderanza del governo, se per opera di alcuni illustri mantenne la gloria della tradizione italiana, funzionò poco più che mediocremente come servigio pubblico.

Potente motivo di unità e di progresso commerciale divenne invece la unificazione dei pesi, delle misure e delle monete sul sistema metrico decimale, imposto con pronta e sicura energia dal governo alla disparità ricalcitrante delle abitudini storiche e regionali.

Comuni e provincie, mortificati sotto le prefetture, perdettero quasi ogni autonomia: il sindaco fu di nomina regia, necessario alle convocazioni consigliari il permesso governativo, ogni atto controllato, fissata la materia e il limite delle imposte, contesa ogni iniziativa, imposto qualunque onere al governo piacesse.

Ma attraverso tanto tumulto legislativo e siffatto disastro di improvvisazione politica, fra le umiliazioni della politica estera e le pressure della politica interna, l'Italia diede all'Europa il superbo spettacolo di un progresso, del quale nemmeno i suoi antichi ammiratori l'avrebbero supposta capace. Il governo costituzionale, malgrado crisi d'ogni maniera, funzionò regolarmente; la ricchezza pubblica crebbe col deficit delle finanze dello stato; agricoltura, industria, commercio risorsero; le città si abbellirono; la cultura si rialzò, quantunque il numero dei grandi intelletti scemasse. La coscienza politica si schiarì nei cittadini esercenti l'elettorato, e si preparò negli altri a riceverlo. Nè il brigantaggio del mezzogiorno, nè la tragedia di Aspromonte, nè la sconfitta di Custoza, nè l'ecatombe di Mentana, impedirono alla nazione di prendere il proprio posto nel consesso delle grandi potenze europee. La dinastia non distrusse con troppo gravi peccati il prestigio datole dalla conquista regia: la democrazia dalle congiure di Mazzini e dai campi di Garibaldi passò nel parlamento e nella stampa.

A Roma solamente, dopo la preparazione piemontese di Cavour e la preparazione nazionale de' suoi luogotenenti, doveva cominciare la moderna vita italiana.