Se Francesco II, invece di riparare a Roma, ospite di Pio IX nel bruno palazzo dei Farnesi, si fosse subito presentato nelle provincie insorte, lanciando un proclama all'esercito disciolto poco accortamente dalla monarchia, che avrebbe invece dovuto internarlo e sorvegliarlo nelle provincie del nord, forse nè Vittorio Emanuele, nè Garibaldi sarebbero bastati a tenere salda la conquistata unità. Alla rivoluzione per agire faceva d'uopo di potersi gridare spontanea, alla monarchia di essere invocata; forse l'Austria e la Francia, quella per la tradizionale politica dello smembramento italiano, questa per le aspirazioni del bonapartismo, avrebbero secondata la reazione.
Ma a Francesco II due grandi difetti impedivano l'impresa: un'assoluta incapacità militare e politica e una intransigenza politica che lo condannava al più antiquato ed impossibile legittimismo. I Vandeani, insorti contro la grande Convenzione francese, avevano avuto una bandiera e un principio; i ribelli napoletani, senza l'uno e senza l'altra, non erano e non poterono essere che briganti. La guerra durata più anni si sminuzzò quindi in atroci fazioni, e fu guerra della barbarie contro la civiltà, del feudalismo contro la democrazia, del federalismo contro l'unità.
Il conte Ponza di S. Martino, mandato luogotenente a Napoli da Cavour, pensò di richiamare sotto le bandiere i borbonici congedati, ma non avendo provvisto a tempo i denari per le paghe, i soldati disertarono in massa diffondendo il discredito sul governo. Al Ponza di San Martino succedette il Cialdini. Dalla Terra di Lavoro il brigantaggio si era già propagato in tutto il mezzogiorno. Se quegli aveva corteggiato gli aristocratici per amicarli al governo, irritando i radicali, questi lusingò i rivoluzionari, inasprendo i signori: onde il brigantaggio infierì. A domarlo, Cialdini costituì un corpo di guardie nazionali mobili in ogni distretto, coll'intedimento di opporre napoletani a napoletani, e così interessarne almeno una parte in favore del governo; ma l'espediente non fu troppo benefico. Le guardie nazionali, poco disposte ai rischi di una guerra nella quale i briganti non concedevano quartiere e il governo non premiava con gradi militari il valore, non potevano odiare tanto improvvisamente i propri compaesani da combatterli a vantaggio dei piemontesi incapaci di tenerli soggetti. La prima mossa strategica di Cialdini fu di occupare il Principato Ulteriore e la Capitanata per mantenersi aperte le comunicazioni colle Puglie e l'Adriatico, tagliando in due la rete del brigantaggio e chiudendo alle bande del mezzogiorno il rifugio dello stato pontificio. Nelle guerre si mescolarono congiure: a Roma si ordì un complotto per sorprendere in Napoli il Castello Nuovo, quello di Sant'Elmo e il palazzo reale; Cialdini, avvertitone a tempo, potè arrestare e mandare l'arcivescovo prigioniero a Civitavecchia, licenziare lo Spaventa capo della polizia, sbarazzarsi del Castelli, grande consigliere d'amministrazione, e sostituirlo col Visone, governatore di Piacenza.
La Francia, sempre con la stessa politica tergiversante, ora vessata dalle rimostranze inglesi più vivaci delle italiane ammoniva severamente i Borboni rifugiati in Roma di non aizzare il brigantaggio, ora chiedeva altezzosamente spiegazioni al ministro Ricasoli, che le ricusò, sulle sevizie usate contro i briganti dal generale Pinelli. Infatti queste furono tali da far dimenticare quelle del francese Manhés. Soldati e briganti, invece di combattersi apertamente, si cacciavano come selvaggi: nessuna legge, nessun quartiere. Il generale Pinelli e il maggiore Fumel opposero terrore a terrore. I briganti sorprendendo qualche manipolo di soldati li martoriavano, li mutilavano vivi, li vituperavano morti; scene di cannibalismo desolavano campagne e villaggi; si vendeva sui mercati, si mangiava carne di soldati; mezze compagnie di bersaglieri accolte a festa in qualche borgo erano convitate ed avvelenate dalle stesse autorità municipali. Quindi il generale Pinelli e il maggiore Fumel, sferzando la giusta ira delle milizie, le spinsero a tutti gli eccessi. Vennero saccheggiati paesi, arse a dozzina le borgate senza pietà nè agli infermi, nè ai fanciulli, nè ai vecchi; si fucilò a caso, per qualunque sospetto; non si vollero prigionieri ma cadaveri. Ai briganti forniti di cavalleria si oppose la cavalleria regolare, si dovettero usare i cannoni, si profuse l'oro comprando tradimenti, massacrando famiglie intere per colpa di uno solo. Nella strage non si contarono le vittime, benchè i soldati vi morissero in troppo maggior numero che non nella campagna delle Marche e in tutta l'impresa garibaldina; il governo vergognando taceva dei propri morti e degli altri.
Nullameno le stragi e gl'incendi del generale Pinelli furono tali che il governo dovette richiamarlo. Il brigantaggio era soffocato, non vinto: dagli immensi boschi della Sila sbucavano sempre bande nuove; l'odio ai piemontesi cresceva coi danni e coi dolori patiti: una ostinazione demente dava talora al coraggio delle bande e alla bravura assassina dei loro capi una sinistra poesia non senza grandezza.
Ma gli eccessi medesimi di questa guerra ne impedivano lo sviluppo. La viltà di re Francesco, appiattato in Roma e dilapidante il proprio patrimonio fra i briganti più accorti che gli promettevano vittorie per mungergli denaro, rendeva inutile lo stupido e crudele fanatismo dei cafoni; la loro organizzazione, nell'assenza del re e di veri ufficiali, non divenne mai militare; le città sbigottite non si mossero; i legittimisti imitarono la codardia del re.
Il moto separatista, scoppiato a Castellamare di Sicilia sui primi dell'anno 1862 e soffocato furiosamente nel sangue dal governo, persuase della inutilità della rivolta: le rimostranze severe di Napoleone a re Francesco, lo sfratto di quattro generali borbonici da Roma finirono per avvilire il partito reazionario; l'energia spiegata dal governo contro i renitenti alla leva anche nelle altre provincie diede alla coscrizione il carattere di una ineluttabile necessità. Infatti non solo i renitenti venivano cacciati come assassini, ma a togliere loro l'appoggio delle famiglie si mandava in queste un manipolo di soldati col diritto di farsi alloggiare e nutrire finchè il renitente fosse preso o si consegnasse da se medesimo. A questo rigore di giustizia medievale, che aveva almeno l'utilità di incutere spavento, il governo, sempre incerto nei criteri, faceva poi succedere la più umiliante confessione d'impotenza bandendo una sottoscrizione nazionale a favore dei danneggiati dal brigantaggio: così, fatto accattone per coloro, che non aveva saputo guarantire, invitava il popolo a legalizzare colla propria elemosina l'insufficienza della legge e l'inettitudine del potere. Nullameno la sottoscrizione fruttò un milione: l'idea era stata del Peruzzi.
Naturalmente il credito della nazione ne scapitava moltissimo all'estero e all'interno: là si cominciava a dubitare della rivoluzione italiana; qua si accresceva il dispregio per un governo, che, affettando rigore contro i rivoluzionari sino ad imprigionare Garibaldi dopo averlo ferito in Aspromonte, non sapeva sperdere qualche banda di briganti.
La giunta parlamentare, inviata nel Mezzogiorno a studiare sul luogo le cagioni e i rimedi del brigantaggio, lesse alla Camera in adunanza segreta la propria relazione dettata dal Massari. La quale onestamente dotta ed arguta non scoperse cosa che già non si sapesse, e non trovò cura al male: i suoi due modi di provvedimenti furono, per l'avvenire l'affrancazione dei beni di manomorta onde mutare i cafoni in possessori, la costruzione di strade, l'impianto di scuole, il taglio dei boschi ed altre di simile fatta; pel presente la ripresa del metodo di Pinelli cacciando i briganti come belve, massacrando i sospetti, sospendendo ogni giurisdizione, riassumendo tutte le pene in quella della morte e della galera.
La legge a tal uopo votata, e che prese il nome di Pica dal deputato proponente, importava la soppressione di qualunque giustizia nelle provincie infette di brigantaggio, mutando poco accortamente in misura legale quelle che avrebbero dovuto essere più prontamente provvisioni di guerra. Pinelli aveva commesso stragi ed incendi da soldato, che si potevano ufficialmente negare o scusare: i nuovi disonorerebbero insieme parlamento, giustizia ed esercito nazionale.