Fortunatamente Napoleone, perduta ogni speranza di effetto politico dalla reazione del brigantaggio pei suoi tardi sogni bonapartisti, sentì la necessità di purgarsene in faccia all'Europa coll'imporre più severamente al papa e al Borbone di cessare dall'alimentarlo. Le bande, abbandonate dal partito reazionario, non furono più che di volgari assassini: il paese stesso, esausto da tante vessazioni, se ne stancò; si comprese l'impossibilità di scrollare il governo; i primi benefici effetti della libertà scemaron l'odio ai piemontesi ed accrebbero le adesioni alla monarchia. I capibanda vennero ad uno ad uno traditi o trucidati: la reazione capitolò.
V'ebbe ancora qualche ripresa; nei paesi più malmenati dalla repressione militare covarono lunghi odii ai liberali sotto la paura; quindi la stessa coscrizione, mescolando la gioventù napoletana a quella delle altre provincie, ne migliorò il carattere; clero e signori da reazionari intransigenti si mutarono in partigiani del governo per sfruttarlo, mentre il progresso della vita penetrava come un soffio di primavera fra la caliginosa aridezza delle provincie più brigantesche.
Così la reazione legittimista, dopo una guerra di masnadieri, finiva piuttosto vinta dall'influenza benefica della libertà che da una rapida e logica azione della monarchia: governo borbonico e papale erano stati battuti in pochi giorni quasi senza combattere; essa invece lottò parecchi anni con ferocia pari al coraggio, con perversità forse maggiore della stupidaggine, per acquetarsi lentamente come una di quelle convulsioni, che, dopo aver dato al malato la violenza di un delirio e lo spasimo di un'agonia, lo lasciano spossato ma senza nessun organo offeso e colla fisonomia di prima.
Verso il 1866, al rompere della guerra contro l'Austria, la reazione del brigantaggio nel napoletano era quasi finita.
Capitolo Quinto.
La tragedia di Aspromonte
L'avventura di Sarnico.
Il trionfo della monarchia, prostrando la parte rivoluzionaria, l'aveva divisa.
A Mazzini non era rimasto intorno che un manipolo di republicani magnanimi ed impotenti: Garibaldi, licenziate le bande rosse, dirigeva loro ogni tanto la parola per accennare a nuove imprese. Quegli, convinto dell'impossibilità politica di snidare Napoleone da Roma, avrebbe voluto trascinare la monarchia ad un'ultima guerra contro l'Austria minacciata a tutte le frontiere orientali da moti slavi e minata all'interno dall'odio ungherese; questi pensava essere per l'Italia più urgente la conquista di Roma. Così anche questa volta l'istinto di Garibaldi era più sicuro del genio di Mazzini. Ad una guerra contro l'Austria nè paese, nè governo erano preparati: quindi una vittoria di questa avrebbe potuto rimettere in questione la conquistata unità, che l'Europa diplomatica non aveva ancora riconosciuto officialmente; una vittoria per quanto improbabile della monarchia avrebbe invece compita la distruzione del già sconfitto partito republicano. All'impresa di Roma la politica sempre incerta di Napoleone e il favore manifesto dell'Inghilterra potevano aiutare; nè l'Europa cattolica avrebbe probabilmente difeso il papa, nè la Francia democratica permesso a Napoleone una seconda spedizione di Oudinot. A ogni modo se l'impresa falliva secondo le maggiori probabilità, l'Italia vi guadagnerebbe in faccia all'Europa di avere affermato eroicamente il proprio diritto nazionale, e la monarchia vi perderebbe, opponendovisi, la propria legittimità rivoluzionaria.
All'eroe e all'apostolo della rivoluzione contrastava allora potente in Cavour lo statista.