Quindi alla morte di questi i rivoluzionari sentirono più forte il dovere d'una iniziativa. Il Ricasoli per orgoglio di patriottismo pareva favorevole a nuove agitazioni; lord Russell a nome dell'Inghilterra bersagliava di note diplomatiche il gabinetto francese perchè ritirasse da Roma ogni presidio, e il vigore delle sue rimostranze rendeva col paragone più supina la remissività italiana. Mazzini al solito mandava in giro una protesta del popolo contro l'occupazione francese in Roma, e un'altra in forma di lettera ne indirizzava allo stesso Napoleone, arcadicamente nobili entrambe ed inefficaci. Poscia, scendendo a più precisi propositi ma sempre col vecchio metodo delle congiure, per iniziare l'impresa veneta chiedeva indarno al popolo un piccolo prestito di 300,000 lire; un altro suo tentativo per fondere in un'associazione generale emancipatrice tutte le forze della democrazia abortì a cagione di parecchie differenze di vedute fra lui e Garibaldi; non maggiore risultato ebbero i comitati di provvedimento, imitati su quelli del Bertani. Si tentò pure un'istituzione di tiro a segno per eccitare il sentimento marziale delle masse, che non vi scorsero se non una teatralità resa occasionalmente simpatica dalla presenza di Garibaldi.

L'agitazione rivoluzionaria si svolgeva tristamente sopra se stessa. Nè Mazzini nè Garibaldi potevano credere seriamente alla possibilità d'una guerra all'Austria senza il soccorso della monarchia; nè questa, ancora incerta della propria posizione in Europa, lasciarsi in così pericolosa contingenza sopraffare dai rivoluzionari. Infatti un'altra guerra, anzichè riprodurre il momento epico nell'impresa garibaldina nel sud, ora che il regno d'Italia era costituito, avrebbe dovuto esprimere la potenza del nuovo stato: la monarchia vi sarebbe quindi assolutamente sovrana per la scelta del momento e dei mezzi. Re Vittorio Emanuele, che con incerta imitazione della politica napoleonica ordiva trame segrete coi rivoluzionari d'Ungheria, era egli stesso troppo poco padrone per forzare la politica remissiva dei propri ministeri: nè potendolo lo avrebbe forse osato. Il doppio problema di Venezia e di Roma non lasciava allora scorgere soluzioni di sorta. Ad una guerra di governo era assurdo pensare coll'esercito scompaginato dalle fusioni di tutte le milizie granducali e borboniche; in una guerra popolare, dopo lo scarso numero di volontari offerto dal paese nella rivoluzione, nemmeno la fantasia di Mazzini e l'eroismo di Garibaldi potevano davvero sperare. D'altronde la monarchia vi si sarebbe opposta.

Nullameno nuove congiure solcavano le provincie venete. Al solito si dipingeva l'Austria presso a sprofondare, si esageravano ingenuamente gli antagonismi antichi nel suo impero, si calcolava sopra una rivolta imminente degli ungheresi per concludere che pochi drappelli insorgenti nel Cadore, mentre il governo austriaco vegliava attento nelle armi, basterebbero a provocare colla guerra la vittoria. Intanto il partito rivoluzionario restava scisso all'interno: i suoi capi republicani bersagliavano d'invettive la monarchia; gli altri, divenuti parlamentari, avrebbero voluto invece concordare prima ogni mossa col governo. La rivalità di Garibaldi con Mazzini, abilmente avvelenata dalle insinuazioni del governo finiva di guastare gli ultimi accordi per l'azione. Già si buccinava che Garibaldi malcontento dell'Italia andasse in Grecia o tornasse in America a combattere per altre libertà: lo sfacelo del partito rivoluzionario degenerava in corruzione. La maggioranza della nazione, pochissimo disposta a sacrifici di nuova guerra, non vedeva più che una setta nei mazziniani ed un avventuriero in Garibaldi: tutti sentivano che Venezia e Roma non si potevano conquistare come Palermo e Napoli.

Intanto il ritorno di Urbano Rattazzi al potere parve rianimare molte speranze. Si sapeva che lo stesso imperatore Napoleone lo aveva imposto al governo di Torino, quindi se ne traevano argomenti per fantasticare di prossime complicazioni politiche. Alcune frasi di Rattazzi a Parigi sulla fratellanza dalle razze latine e sulla missione dell'impero bonapartista in Europa, altri suoi precedenti nella Camera di lusinga ai partiti d'opposizione, l'indole del suo ingegno altrettanto facile ai brogli che ai rischi, promettevano nel nuovo anno (1862) importanti avvenimenti. In Grecia, in Rumenia, nel Montenegro, in Dalmazia, in Albania era già scoppiata la lotta: l'imperatore d'Austria aveva licenziata la Dieta d'Ungheria respingendone le deliberazioni ed applicando al paese la legge marziale: si prevedeva d'ora in ora la rivolta dei Magiari.

Già l'assemblea delle associazioni unitarie riunite a Genova arieggiava i clubs della grande Rivoluzione francese, mirando a creare un governo nel governo: la sua proposta di affidare a Garibaldi la repressione del brigantaggio con una ricostituzione dell'esercito garibaldino era stato un primo agguato pel ministero Ricasoli; il nuovo ministero subì il fascino dell'avventura rivoluzionaria.

Rattazzi, fiducioso nella propria conoscenza della politica napoleonica, sperò di poterla forzare come era riuscito felicemente al Cavour: le pericolanti condizioni dell'Austria lo sedussero, la debolezza del partito rivoluzionario lo lusingò. Il suo piano era semplice e temerario: chiudere la sessione parlamentare; mortificare apparentemente la rivoluzione col mantenere Mazzini in esilio e col processare alcuni capi dell'associazione unitaria; maneggiare destramente Garibaldi, perchè infiammasse il paese e tentasse un moto nel Trentino come all'insaputa del governo; sedurre la Prussia colla speranza del primato germanico; prendere l'Austria fra due fuochi, e strapparle forse senza guerra, con un semplice trattato, la Venezia.

Di questo disegno ordito fra Garibaldi, Rattazzi e il re non si è ancora potuto risapere i termini, nè forse si sapranno. A ogni modo Rattazzi ingannava, e Garibaldi fu ingannato. Fu affermato che il ministero promettesse a Garibaldi un milione per l'impresa; certo gli si permise di allestirla, assicurando contemporaneamente, con una circolare a tutte le regie legazioni, le potenze sulle intenzioni pacifiche del governo. Intanto Garibaldi infiammava gli animi scorrendo per le città di Lombardia, mentre l'imperatore d'Austria visitava le provincie venete, e Vittorio Emanuele viaggiava nel mezzogiorno.

L'avventura guerresca procedeva alacremente, malgrado frequenti dissidii fra gli iniziatori garibaldini e i mazziniani: alcuni fra i migliori ufficiali delle sciolte legioni volontarie raccoglievano munizioni ed armati sulla frontiera del Trentino; Garibaldi da Trescorre, ove era sembrato condursi per curarsi le vecchie ferite, stava pronto ad assumere il comando; il giorno 15 maggio (1862) veniva stabilito per l'entrata in campagna. Quando improvvisamente, per ordine del governo, il 15 maggio viene arrestato a Palazzolo il colonnello Nullo con altri capi. A Trescorre e a Sarnico s'imprigionano i volontari, si dichiara officialmente Garibaldi estraneo all'impresa insensata: questi, tradito, smentisce il governo, e con una delle solite esorbitanze dittatoriali decreta che i volontari sono incolpevoli avendo agito sotto i suoi ordini: nei più fervidi fra i paesi lombardi il popolo si sdegna; a Brescia si tumultua per forzare la prigione del colonnello Nullo, ma le guardie tirano sulla popolazione inerme assassinando. Garibaldi, per protestare contro la strage fratricida, svillaneggia l'esercito; quindi visita Como, Lecco, Varese, luoghi memorandi delle sue prime vittorie, minaccia nuovi scandali in parlamento, finchè rabbonito dal re riparte per Genova.

A questo infelice conato di guerra contro l'Austria scoppiano in parlamento le battaglie dei partiti: il ministero, scosso dalle disapprovazioni di tutti i liberali, allenta i freni della sùbita reazione e rilascia senza processo i prigionieri, ma nè governo, nè opposizione osano rivelare tutta la verità. Garibaldi, vittima dei propri accordi col re, è costretto a mentire in una lettera al presidente della Camera, dichiarando che l'assembramento di volontari non aveva per scopo una spedizione nel Tirolo, bensì una serie di esercizi militari in attesa di nuovi eventi; Giuseppe Sirtori definisce severamente il ministero una sventura nazionale, ma la Camera sopra un ordine del giorno presentato dal Minghetti lo assolve.

L'Austria aveva trionfato un'altra volta dell'Italia patteggiando col partito moderato ungherese capitanato dal Deak, lusingato con una conciliazione i Magiari, proclamandosi solidale colla Prussia nelle cose germaniche e sventando così i disegni di Napoleone III sulle Provincie renane, col limitare la rivolta nei Principati danubiani. Il ministro Rattazzi usciva malconcio dalla prova. D'altronde vero disegno di guerra non v'era stato nè pel governo, nè pei rivoluzionari: si era sperato in uno smarrimento dell'Austria, quindi si dovette indietreggiare nella reazione di un tradimento verso i più ingenui fra gli accorsi garibaldini, per calmare i sospetti delle cancellerie auliche.