Seconda spedizione garibaldina.

Questo triste esperimento, che prese nome da Sarnico, svelò all'Europa le umilianti condizioni della politica interna italiana: sessantamila soldati regolari non erano ancora riusciti a domare la reazione brigantesca, mentre gli arrestati per la spedizione del Tirolo non oltrepassavano i sessanta, e a seicento non era giunto tutto l'assembramento. La nazione stava quasi indifferentemente fra governo e rivoluzionarii; la stampa europea sogghignava; in Vaticano vescovi e prelati di tutto l'orbe, raccolti nel pretesto di canonizzare alcuni martiri del Giappone del secolo XVI, firmavano una nuova protesta in favore del potere temporale. Napoleone III, sempre colla stessa politica equivoca, per riavvicinare la chiesa all'Italia, giungeva sino a proporre a Pio IX una nostra rinuncia a Roma (30 maggio 1862). A quest'ingiuria il parlamento rispose umilmente col riconfermare il 18 giugno l'ordine del giorno Buoncompagni che dichiarava Roma capitale d'Italia subordinandone l'acquisto al beneplacito della Francia.

Ma nelle file del partito d'azione cresceva il fervore: le inevitabili bassezze del governo esasperavano l'eroica generosità, che aveva prodotto i miracoli dell'epopea garibaldina. Se la monarchia, impotente a lottare contro l'Austria e la Francia, espiava colle presenti umiliazioni il proprio peccato d'origine, la rivoluzione sentiva di dovere daccapo soccorrere alla sua impotenza con un'alta affermazione del diritto nazionale. Una vera guerra era impossibile; ad un'impresa come quella di Napoli mancavano il momento ed il modo; non restava quindi che un'avventura tragica. Nè disegno politico, nè preparazione militare vi occorrevano; l'obbiettivo doveva essere Roma, giacchè là batteva il cuore della nazione e stava il principio della nuova vita nazionale.

Così, mentre il ministero appena rimesso dal fortunale di Sarnico, sembrava intento a riparare le più grosse avarie amministrative e finanziarie, Garibaldi capitava improvvisamente a Palermo: la notizia sbalordiva tutta Italia, si temevano o si speravano altre complicazioni politiche. Lord Palmerston in un memorabile discorso alla Camera dei Comuni aveva già segnalato in quei giorni all'Europa lo scandalo in Roma del principio, predicato e disconosciuto ad un tempo dal Bonaparte, del non intervento, e Garibaldi gli aveva risposto nobilmente a nome dell'Italia; nel parlamento italiano il generale Durando dava esca all'aspettazione proferendo officialmente queste gravi parole: «Oso promettere che fra non molto saremo a Roma». Si buccinava di un'alleanza franco-russa, poichè si era allora ricevuto per gli uffizi di Napoleone il riconoscimento della nuova monarchia da parte dello czar, pagandolo però con un principio di persecuzioni agli esuli polacchi rifugiati nel regno.

A Palermo si era mandato Giorgio Pallavicino; Garibaldi vi arrivava con intenzioni di guerra. Per quanto è oggi permesso di arguire si trattava di un nuovo imbroglio rattazziano: lo scaltro ministro per disfarsi del pericoloso generale gli aveva fatto promettere dal re aiuti per una spedizione in Grecia; Garibaldi aveva chiesto trentamila lire per mandare colà alcuni ufficiali, diecimila fucili, diecimila paia di scarpe, diecimila camicie rosse e una fregata. Così il governo si sarebbe liberato del partito rivoluzionario, mentre Garibaldi, sfiduciato dell'Italia, si disponeva a combattere per la libertà del più glorioso fra tutti i popoli.

Ad una spedizione su Roma egli allora non pensava e non poteva pensare dalla Sicilia, ove il governo avrebbe potuto bloccarlo con ogni comodo.

Ma toccato Palermo, l'entusiasmo avvampa sotto i suoi passi, le memorie della prima impresa rifiammeggiano, i figli del re allora in visita per l'isola s'inchinano al dittatore; nella squadra dell'ammiraglio Albini fra marinai si parla liberamente di arruolarsi coi nuovi volontari per la Grecia; Garibaldi passa in rivista (10 luglio 1862) la guardia nazionale, e, trascinato dall'impeto del proprio patriottismo e dai propositi del 1860, quando vincitore a Palermo si preparava alla liberazione di tutta Italia, ricorda con parole di fuoco, al popolo dell'antico vespro, Roma. Il suo grido è sempre: Italia e Vittorio Emanuele. Pochi giorni dopo, accolto con ovazioni deliranti a Marsala, riparla ancora di Roma al popolo: una voce gli risponde — o Roma o morte — ; e il motto si muta in programma. L'effervescenza degli animi cresce a contagio. Nel tempio della Vergine della Cava il garibaldino frate Pantaleo celebra una messa invitando generale e popolo a ripetere sull'altare il giuramento: o Roma o morte. Così, da popolo cattolico, in tempio cattolico, con rito cattolico, per una bizzarra antitesi della storia, si giurava la distruzione del cattolicismo romano; ed anche questo era indizio di quanto fosse torbida nella coscienza popolare l'idea della rivoluzione.

Intanto a Palermo si ordina la legione romana con tanta publicità che i carabinieri accompagnano al bosco della Ficuzza i marinai della squadra in uniforme, perchè cangino il camiciotto azzurro nel rosso: a bordo delle navi i mancanti alla chiamata serale non si reputano disertori.

Trentamila fucili sono mandati e sbarcati senza mistero dal governo; nel continente molti vecchi e nuovi garibaldini disertano dai reggimenti per raggiungere Garibaldi in Sicilia. Tutti credono il ministro d'accordo col generale.

Ma l'equivoco di Sarnico ricomincia; Rattazzi vorrebbe un'agitazione abbastanza seria da persuadere i governi d'Europa a cedere Roma all'Italia per cansare i pericoli di nuove rivoluzioni, se non che, aiutandola sottomano, arrischia e teme di essere trascinato troppo oltre. I suoi ordini sono quindi equivoci e contradditorii peggio del disegno di una guerra in Grecia, col quale aveva cercato di sviare Garibaldi: la Sicilia, galvanizzata momentaneamente dalla presenza del proprio liberatore, s'infervora nell'idea di Roma, quantunque male comprendendola. Non vi è preparazione di guerra ma tumulto teatrale: da Genova la commissione esecutiva dell'associazione unitaria riprepara aiuti ed organizza a Roma un comitato contro quello dell'associazione lafariniana sempre ligia al governo ed ostile all'iniziativa rivoluzionaria, manda a Garibaldi un piroscafo rimorchiatore con bandiera inglese, e raccozza volontari; Mazzini avverso all'impresa ne rimane sorpreso, e poco giova; i deputati Fabrizi, Mordini e Cadolini spediti a Garibaldi per dissuaderlo finiscono col convertirsi all'avventura. Garibaldi, trascinato dall'istinto tragico della situazione, dimentica improvvisamente il vecchio senno militare e politico di tutte le sue imprese: l'idea di Roma lo affascina, la coscienza di essere nesso fra la nazione e il re per compiere i destini d'Italia lo assolve anticipatamente di ogni illegalità e di ogni errore. La sua fede in Vittorio Emanuele giunge all'assurdo. Così, quando questi emana da Torino (3 aprile) un proclama di disapprovazione e di minaccia, Garibaldi, memore della lettera colla quale due anni prima gli aveva proibito di passare il continente alla conquista di Napoli, lo crede una lustra, e lo legge alla propria legione. Il ritiro di Giorgio Pallavicino dalla prefettura di Palermo lo lascia indifferente, la disapprovazione del parlamento non lo turba.