Allora comincia la tragica avventura. Il governo, impacciato nei propri equivoci, non sa nè impedirla, nè permetterla: concede al generale Lamarmora, che li domanda da Napoli, i pieni poteri, manda proconsole a Palermo il generale Efisio Cugia, richiama dalle terme di Valdieri il generale Cialdini per affidare al suo odio invidioso la repressione della nuova impresa garibaldina. Il partito moderato reso feroce dalla paura di complicazioni colla Francia, avventa vituperii contro il partito d'azione, ed accusa Garibaldi di voler rovesciare la monarchia.

Questi invece, evitando accuratamente ogni conflitto coi regii, che nullameno avrebbero potuto accerchiarlo, traversa incolume tutta l'isola dal bosco della Ficuzza a Catania; il suo esercito è una turba di giovinetti, d'entusiasti, di discepoli, fra i quali i pochi veterani del '59 e del '60 appaiono dispersi. A Messina un comitato apre pubbliche sottoscrizioni ed arruolamenti; l'idea degli accordi col re occupa da per tutto la mente popolare; il contegno dell'esercito regio ribadisce questa opinione. Il prefetto di Messina chiede per favore notizie del campo garibaldino al comitato di provvedimento; quello di Catania dopo un colloquio col generale lascia la città per trasportarsi sulla nave Duca di Genova; Garibaldi deve improvvisare nella città un governo provvisorio con a capo Giovanni Nicotera.

Fabrizi e Mordini, recatisi al campo del generale regio Mella per parlamentare, si sentono rispondere che non vi sono ordini per combattere Garibaldi; anzi il generale offre di rimandare gli spedati in camiciotto rosso fatti prigionieri dalle proprie avanguardie, pregando come ricambio di cortesia che gli sia permesso di provvedersi di viveri a Catania. Poi l'esercito regio accenna a levare le tende da Misterbianco, e Garibaldi asserragliandosi nella città ripete al popolo i due gridi — Italia e Vittorio Emanuele — Roma o morte — .

L'equivoco diventa così torbido che nessuno può trovarne l'uscita.

La fregata inglese Amphion lo raddoppia, ormeggiandosi fra la città e la fregata italiana Maria Adelaide, quasi per proteggere Garibaldi; il 24 agosto questi, emanato un proclama nel quale annuncia di marciare su Roma e riconferma la propria fede alla monarchia, cattura nella rada il Generale Abbatucci francese e il Dispaccio italiano, due vapori postali, sotto gli occhi della nave ammiraglia Maria Adelaide, che invece esce dal porto lasciando alle fregate Duca di Genova e Vittorio Emanuele l'istruzione sibillina «di operare a norma dei casi, ricordando il bene inseparabile della patria e del re».

A mezzanotte Garibaldi salpa dal porto coi due vapori e tremila uomini salutato da un'immensa ovazione di popolo: le fregate lo lasciano passare, ma i due capitani cadono così sotto consiglio di guerra. Garibaldi presa terra presso la spiaggia di Melito si è difilato su Reggio; se non che, bersagliato mollemente dalla Maria Adelaide ripara sul pianoro d'Aspromonte. I suoi ordini agli uffiziali sino dalla partenza da Palermo sono «evitare l'esercito e, in caso d'incontro, non combattere»; di rimpatto Cialdini gli manda contro il colonnello marchese Pallavicini di Priola come a brigante con ordine «di schiacciarlo e di non concedergli resa che a discrezione». A mezzogiorno del 29 i bersaglieri cingono in catena i pendii dell'Aspromonte, aprendo sui garibaldini un vivo fuoco di moschetteria: qualcuno di questi risponde a fucilate, ma Garibaldi ordina la cessazione del fuoco; allora i bersaglieri tristamente aizzati si slanciano alla carica, mentre Garibaldi, ferito da due palle alla coscia sinistra e al malleolo del piede destro, cade urlando sempre: «Viva l'Italia, non fate fuoco!».

I morti di ambe le parti sono dodici, i feriti cinquanta.

La tragedia è compita: Aspromonte, mutato in calvario della rivoluzione italiana, resterà la cima più alta della storia moderna.

Il marchese Pallavicini in tanta sventura, ultimo gentiluomo di un esercito che tirando primo su Garibaldi macchiava il proprio onore, fu ammirabile di rispetto e di devozione al ferito. La legione venne disarmata e scortata: Garibaldi imbarcato sopra una lancia del Duca di Genova, passando al traverso della Stella d'Italia, ove superbo della misera vittoria s'impettiva il Cialdini, salutò con epica cortesia; l'altro non rispose al saluto. L'Italia monarchica si rivelava intera nel contegno di Cialdini. Infatti questi annunziò la propria vittoria così: «Garibaldi, raggiunto in Aspromonte in formidabile posizione, attaccato dalle truppe italiane comandate dal colonnello Pallavicini, dopo vivo combattimento, pienamente sconfitto, ferito, prigioniero con tutti i suoi.» La stampa moderata vantò il trionfo. Al Varignano, lazzaretto e galera a mezza costiera di ponente nel golfo della Spezia, ove Garibaldi fu trasportato, mancava ogni decenza ed ogni comodo di alloggio per il ferito, mentre vi si largheggiava di conforti ai cospiratori borbonici. Intanto una reazione senza nome insaniva contro i garibaldini; a Catania s'arrestavano i membri del comitato, patrioti, giornalisti, si disarmava la popolazione, si perseguitavano ferocemente i volontari fuggitivi. Lamarmora, imprigionati a Napoli Fabrizi, Mordini e Calvino, telegrafava a Rattazzi: «Ho arrestato i deputati; li fucilo?» E il ministro più scaltro rispondeva: «li metta in libertà e si scusi». Il generale Pinelli in un caffè di Messina brindò alla palla di Aspromonte; a Fantina un maggiore De Villata, truce brigante, sorpresi alcuni volontari fuggitivi, li fucilava dileggiando; il ministero, pazzo di orgoglio fratricida, promuoveva sul campo il Pallavicini a generale; in parlamento e nei circoli politici si disputava seriamente sul come processare Garibaldi, e si pendeva incerti fra il senato costituito in alta corte di giustizia e il magistrato ordinario. Prevaleva già il secondo partito; la corte di cassazione di Napoli dietro invito del governo aveva richiesto quella di Milano per la designazione della corte d'assise giudicante.

L'Italia taceva. Solo Giosuè Carducci, il suo giovane e maggior poeta, avventò un'ode che stridè come una saetta per la morta atmosfera di quei giorni, ma il silenzio del popolo tradì il segreto della rivoluzione. Le proteste del partito rivoluzionario, le veementi invettive di Mazzini, gli sdegni di Cattaneo, le minacce di Nicotera chiedente alla Camera di mettere il ministero in istato d'accusa, non sembravano e non erano che rimpianti e rimbrotti di vinti: il popolo taceva. Il popolo, al quale Garibaldi aveva dato l'unità, non ebbe allora una rivolta nè di amore nè di onore. II governo potè moltiplicare pazzamente errori e provocazioni, ma il popolo indifferente per Venezia, dimentico di Roma, inconsapevole della rivoluzione dalla quale era uscito, vedeva nella monarchia il miglior riparo alla propria fortuna, e le abbandonava Garibaldi come un volgare disertore.