La monarchia italiana e il papato.
Con questo popolo e per questo popolo Mazzini sognava ancora una republica italiana per strappare alla Francia l'iniziativa storica, ed aprire un'altra epoca di civiltà in Europa! I Borboni avevano trovato migliaia di briganti per una reazione antinazionale ed inumana; Garibaldi ferito e prigioniero non provocò in nessuna città d'Italia il più piccolo moto di ribellione. Le sue bande rosse soccombettero all'ignavia nazionale. Se la monarchia fosse stata veramente un principio nella rivoluzione italiana, non si sarebbe trovata costretta a fucilare Garibaldi sulla via di Roma proclamata capitale da un voto ripetuto del parlamento; ma se l'Italia non comprendeva allora il sublime significato di Garibaldi moschettato per ordine di Vittorio Emanuele, mentre si accingeva ad aprirgli l'eterna capitale del mondo e ad incoronarlo in Campidoglio respingendo con ultimo sforzo tutto il medio evo cattolico dalla storia moderna, le venienti generazioni cresciute a migliore democrazia forse non potrebbero mai più riconciliare nella propria coscienza la monarchia piemontese coll'idea italiana, la sovranità nazionale col diritto regio.
Intanto l'Europa si esaltava d'amore per l'eroe ferito, cui il ministero lesinava così ignominiosamente ogni conforto di cura che un impiegato dell'arsenale dovette faticare più giorni per fornirgli un letto di ricambio, e il dottore Riboli ebbe ad elemosinare per lui la biancheria da una signora della Spezia. Quindi lord Palmerston mandò al ferito un letto dall'Inghilterra, affrancato come una lettera perchè viaggiasse colla massima rapidità, e per non umiliare il governo italiano volle serbarsi incognito donatore; Partridge, primo chirurgo di Londra, fu pagato con mille sterline dai propri clienti perchè venisse a visitare il ferito; la Russia spedì il chirurgo Plougoff, Drouyn de Lhuys inviò Nélaton; un mondiale plebiscito di carità vendicò Garibaldi dell'ingratitudine italiana.
Allora il governo comprese il pericolo di processarlo: il sentimento popolare si sarebbe probabilmente appassionato alla teatralità di così grande dibattito, mentre l'eroe, chiuso fino allora nel più magnanimo silenzio, avrebbe forse dovuto rivelare fra le morse di un interrogatorio qualcuno dei molti imbrogli della politica regia, scoprendo al disprezzo del paese la figura del re. Peggio ancora tutte le giurìe del regno lo avrebbero certamente assolto di un delitto, del quale nessuna abilità di magistrato avrebbe potuto definire la natura. Fortunatamente le nozze della figlia secondogenita del re con don Luigi di Portogallo offersero l'occasione di una amnistia; questa fu conceduta il 5 ottobre a tutti i colpevoli di Aspromonte, meno i disertori che condannati a morte ebbero commutata la pena in una prigionia prima a vita, poscia a tre anni.
Il ministero, infatuato della propria vittoria su Garibaldi, credette potersene giovare dopo siffatta reazione per chiedere la restituzione di Roma all'Italia, come se le popolazioni avessero secondato il governo nella repressione del tentativo garibaldino solo per la fede che il governo del re sapesse meglio risolvere tanto problema. Ma a tale querula questua, vantata dalla stampa moderata di allora quale una protesta ammirabile di orgoglio italiano, Napoleone rispose al solito con un opuscolo del Laguerronière, L'Europa e il Papato, ribadendo la vecchia utopia, Roma essere indispensabile all'esercizio del potere spirituale, e riproponendo un congresso europeo per dividere l'Italia in tre stati. Il ministero tentò replicare: allora Napoleone chiamò al Ministero il Drouyn de Lhuys, e mandò ambasciatori al Vaticano il La Tour d'Auvergne, entrambi nemici d'Italia.
Così, in poco più di un anno dalla morte di Cavour, il partito rivoluzionario aveva tentato indarno i due massimi problemi di Venezia e di Roma contro la monarchia. A Sarnico il minuscolo moto aveva abortito siffattamente che nel ridicolo della sua insufficienza militare svanivano le brutture della reazione monarchica; ad Aspromonte invece la tragedia del diritto nazionale era salita più alta dell'epopea rivoluzionaria. Garibaldi, ritentando la distruzione del papato difeso ancora da un impero francese, diventava l'ultimo martire di una lunga storia di eroi. Da Arnaldo da Brescia a Cola da Rienzi, da Porcari a Burlamacchi, da Dante a Machiavelli, da Bruno a Giannone, attraverso la storia millenaria di un federalismo sempre tendente all'unità e di una lotta fra la libertà del pensiero civile e l'autorità del pensiero religioso, Roma era stata il centro della guerra e della vita italiana. Il patto della chiesa coll'impero, di Leone con Carlomagno, si riproduceva enorme, assurdo, mezzo secolo dopo la rivoluzione francese. L'Italia, alla quale quel patto aveva tolto di essere nazione, non poteva diventarlo che lacerandolo.
Garibaldi, l'eroe più italiano e più universale della democrazia moderna, marciando su Roma assaliva contemporaneamente papato ed impero: tutto il diritto moderno giustificava la sua impresa, tutte le libertà erano scritte sulla sua bandiera. Fra l'antico patto della chiesa coll'impero erano sorti prima vinti, poi vittoriosi i comuni; Garibaldi, campione della nazionalità era insorto fra il nuovo, ed era stato vinto dalla monarchia nazionale d'Italia nel nome della chiesa e dell'impero.
Onesta fatale mostruosità diventava più dolorosa al ricordo che la democrazia italiana aveva già fino dal 1849 decretato a Roma l'abolizione del potere temporale e la republica. Il pensiero italiano parve quindi indietreggiare di molti secoli. Mazzini stesso, protestando contro la bassezza del governo, criticava con meschini criteri di opportunità politica il disegno di Garibaldi.
Intanto il ministero Rattazzi, sbattuto da troppe correnti, sprofondava. Dalle simpatie di tutta l'Europa per Garibaldi il popolo riprendendo coraggio, cominciava ad appassionarsi pel ferito. Le ultime umiliazioni inflitte al governo dalla diplomazia francese rendevano più amaro il lutto prodotto dagli equivoci ministeriali; le necessità dei nuovi balzelli, fra i quali odiatissimo quello della ricchezza mobile, aumentavano i pretesti al malcontento; le ladrerie moltiplicantisi nella vendita dei beni demaniali, che a rovescio di ogni legalità si facevano troppo spesso per ordinanza di ministro anzichè per decreto reale, sminuivano la già scarsa fiducia nell'amministrazione centrale; la paura della destra per una politica troppo complicata nella diplomazia, compromessa colla rivoluzione, e pericolosa nei risultati, l'odio della sinistra per il tradimento sofferto e per la raddoppiata sommissione alla Francia, il trionfo del papato vantato dal clero oscenamente, tutte queste colpe e queste forze si unirono contro il ministero, che dovette dimettersi fra l'esecrazione universale.
Ma anche nella disperata difesa dell'ultima discussione Rattazzi mantenne la propria superiorità parlamentare, destreggiandosi con insuperata agilità fra tanta tempesta di accuse e di accusatori.