Capitolo Sesto.
Soluzione monarchica del problema di Roma
Roma durante la rivoluzione.
La tragedia d'Aspromonte, travolgendo il ministero Rattazzi, rese nella coscienza publica più urgente il problema di Roma.
Rivoluzione e monarchia sentirono del pari la necessità di uscire da una situazione che infirmava ogni fatto della nuova vita italiana. A Torino la monarchia correva rischio d'immobilizzarsi nel piemontesismo reso più odioso dall'obbligo di difendere il papato contro qualunque rivendicazione nazionale. In parlamento la posizione dei ministeri diventava sempre più precaria. I partiti, esagitati da inconciliabili passioni, si combattevano senza vera distinzione di programma: quello rivoluzionario difendeva per opposizione dialettica tutte le piccole autonomie, e rispondeva col grido di Venezia e di Roma alle continue domande di spese militari; la moltitudine si cullava ancora nell'illusione di una quasi segreta ricchezza nazionale, mentre le finanze mal rinsanguate da imposte poco esigibili e pessimamente distribuite declinavano verso il fallimento.
La formazione del nuovo ministero fu tra le più laboriose. Il conte Ponza di San Martino, primo a riceverne l'incarico, avrebbe voluto un programma di raccoglimento, limitando tutte le spese ed aggiornando la soluzione di tutti i problemi, ma dovette ritirarsi, anche perchè la sua qualità di piemontese l'avrebbe reso impossibile in quel momento. Si ricorse al Farini, già ammalato di spinite, e gli si diedero compagni il Minghetti, il Peruzzi, il Pasolini, il Pisanelli, il Menabrea, l'Amari, lo Spaventa. Il ministero così composto parve più italiano dei precedenti, sebbene la sua azione non potesse spiegarsi con più italiani intendimenti: si sarebbe bramato una tregua alle questioni politiche quando invece queste incalzavano sempre più fiere.
L'insurrezione della Polonia, della quale il partito rivoluzionario si servì per riscaldare il sentimento patriottico delle masse con sottoscrizioni, con comizi ed arruolamenti, mise il governo nel più difficile imbarazzo diplomatico collo czar, che aveva in quei giorni riconosciuto il nuovo regno. Emilio Visconti-Venosta, succeduto al ministero degli esteri, pur giuocando di destrezza, dovette concludere collo Spaventa, direttore generale della polizia, ad un'altra persecuzione dei liberali: anzi questi nella violenza della propria fede monarchica vi risuscitò concetti ed abitudini della polizia borbonica con un dizionario di sospettati e di sospetti e con istruzioni assurdamente inquisitoriali a tutte le prefetture.
Alla reazione militare di Aspromonte seguiva così un'altra reazione poliziesca: la monarchia sembrava aver paura, il popolo affettava di disprezzarla; nella vita dell'una e dell'altro non pareva che il formarsi del nuovo stato avesse prodotto radicali mutamenti.
Da Roma il papato sbraveggiava e l'antica metropoli invece durava nella propria oramai storica indifferenza.
Dalla caduta della republica e durante il lungo periodo della occupazione francese, Roma non aveva dato alcun segno di vita politica. La ripristinazione del papato, malgrado la subdola ferocia di un'ultima reazione, non aveva potuto scuotere il suo scetticismo: vi erano state molte feste religiose affollate al solito come spettacoli di circo, e null'altro. Poi il popolo superstizioso ed incredulo, la borghesia ignorante ed ignara, l'aristocrazia altera ed impotente, il clero, onnipotente ed inetto, avevano ripreso la propria vita di ozio e di disordini. In mezzo al deserto dell'agro, Roma non era più che un'immensa necropoli, nella quale la republica del 1849 aveva durato appena il tempo di un'improvvisazione teatrale, cadendo senza lasciare rovine.