Nullameno qualche lievito indefinibile sembrava fermentare nella sua coscienza. L'antico orgoglio quiritario, sopravvissuto nel popolo alle umiliazioni di tanti secoli, gli rendeva odiosa l'occupazione francese; la viltà mostrata nella crisi della republica dal clero aveva scemato a questo il prestigio di padrone; l'antagonismo fra le truppe papaline e francesi irrompente spesso in piccole mischie, nelle quali la bravura brigantesca degl'individui dava a quelle, un vantaggio sul valore collettivo di queste, aizzava nella moltitudine l'odio allo straniero. Il quale, pure essendo diverso dall'odio generoso dei lombardi per gli austriaci, non si mostrava molto meno vivo, giacchè i francesi, costretti a fare da gendarmi al papa contro l'Italia, dovevano per sospetti di mene liberali vessare il popolo come gendarmeria papalina. L'odio menò al sangue: la plebe con perfida crudeltà si diede a circuire i soldati vaganti per le vie nei primi giorni dell'arrivo, e col pretesto di spiegar loro i monumenti antichi li traeva in agguato, gittandoli dai ponti nel Tevere o trucidandoli nei vicoli più deserti.

Ma ogni tentativo per mezzo di congiure mazziniane vi fallì. Il bolognese Petroni lasciatovi da Mazzini a rannodare le fila delle antiche cospirazioni era stato presto imprigionato; i migliori liberali emigrarono; gli altri finsero di adoprarsi alla rivoluzione ed invece si studiarono d'impedirla per non correrne i rischi.

Così, quando ad esautorare Mazzini anche nelle cospirazioni, Cavour per mezzo del La Farina fondò la Società Nazionale, aggregandovi tutti quei liberali che volevano aspettare di essere liberati dalla monarchia sarda, a Roma si formò presto un comitato per contrastare l'azione dei mazziniani, magari coll'infamia di denunzie alla polizia papalina.

Fu questo uno degli spettacoli più miserandi della rivoluzione italiana.

Quindi al suo scoppiare, mentre le Romagne, le Marche e l'Umbria insorgevano, Roma non si mosse: le Romagne fortunate di più sollecita annessione non ricaddero più sotto al gioco papale, ma le Marche e l'Umbria patirono stragi di guerra; e Roma non si mosse. Dopo la sconfitta di Lamoricière e di De Pimodan, quando gli eserciti piemontesi trionfanti passavano al suo traverso per congiungersi alle bande rosse di Garibaldi, Roma, paurosa del presidio francese e ubbidiente alla parola di Cavour, non si mosse. La città dalla quale in una storia di tremila anni era derivata la nazionalità dell'Italia, non parve italiana: dopo aver assistito con colpevole accidia alla tragedia della republica mazziniana, Roma si manteneva indifferente alla formazione del grande regno italico. Dai suoi mille monumenti di gloria non un sentimento le venne della grandezza moderna. Eppure un'insurrezione popolare le sarebbe stata quasi troppo facile per meritare le lodi d'Italia. Forse il presidio francese non avrebbe osato battersi per il papa, giacchè Napoleone III per difendere Roma dalla conquista regia aveva insino allora dovuto persuadere l'Europa della fedeltà dei romani verso il pontefice. O Garibaldi o Cavour, quegli in nome della rivoluzione, questi col pretesto dell'ordine, vi sarebbero entrati evitando di scontrarsi col presidio francese e salvaguardando il papa: quindi l'imperatore, costretto a combattere il proprio alleato di ieri per rimettere in trono il papa, avrebbe probabilmente ceduto al doppio principio del non intervento e dei fatti compiuti.

Ma se il popolo romano venne meno al dovere della propria gloria, il governo papale in tanta rovina di se stesso non trovò nè coraggio per resistere, nè dignità per cadere. Anzitutto l'ignavia del popolo egualmente incredulo all'Italia e al papato gli tolse di poterlo chiamare alle armi: poi l'esercito raccolto fu di mercenari e di volontari stranieri, comandati da generale straniero. Ogni apparenza di legittimità mancò alla difesa dello stato; per mezzi politici si usarono scomuniche e preci; vi furono processioni per l'assedio d'Ancona e per quello di Capua, quasi la causa del Borbone fosse identica a quella della chiesa; la stampa papalina mentì e vituperò fanciullescamente tutti gli eroismi della rivoluzione.

Per l'Italia non s'ebbe che qualche dimostrazione di strada e di teatro: in questi si gridava monellescamente «viva Verdi», facendo col nome dell'illustre maestro un anagramma: Viva Vittorio Emanuele re d'Italia. Nel carnevale del 1860, la popolazione avendo disertato come a protesta il corso di porta del Popolo per riempire quello di porta Pia, il cardinale segretario Antonelli con satanica ironia mandò a quella passeggiata politica in carrozza di gala il carnefice mastro Titta. Nullameno la popolazione divorò in pace l'insulto. In sostanza la metropoli non soffriva di agitazione rivoluzionaria: il residuo del suo stato circoscritto dalle maremme toscane, dall'Umbria, l'Abruzzo e la Terra di Lavoro, non aveva altra vita politica che quella del brigantaggio. Le condizioni delle provincie erano miserande come pel passato; la feudalità dei grandi signori romani vi spadroneggiava d'accordo colla strapotenza del clero. Il brigantaggio antico come costume vi rifioriva ora per aiuti del papa e del Borbone, compiendo di corrompere la brutalità delle popolazioni.

La decadenza del governo papale diventava anche più scandalosa al paragone del risveglio di ogni attività, prodotto dalla rivoluzione in tutto il regno d'Italia.

Nella metropoli popolo e borghesia vivevano della chiesa; la burocrazia v'era così cresciuta che si contavano quasi sessantamila impiegati; il resto era plebe e servitorame; l'esercito raccogliticcio e straniero, e piuttosto di parata che di guerra; la flotta composta di una sola corvetta ancorata nel Tevere; l'antica università ridotta a poco più di un seminario; i conventi innumerevoli e vasti come paesi: migliore se non unica speculazione quella degli alberghi: Roma non viveva più che d'ospitalità e di feste religiose.

Una vasta e torbida malinconia pesava sulla città eterna, fasciata dal deserto inconsolabile del proprio agro come da un immenso mantello luttuoso: le sue cattedrali, miracolo di genio e di grandezza, parevano esse pure sopravvissute alla religione del popolo che le aveva erette: la fede non vivificava più alcuno dei loro riti; le arti non abbellivano più nessuna delle loro forme. La romanità era morta da secoli. I grandi intelletti stranieri visitando Roma rimanevano colpiti dal silenzio della sua vita, nella quale i costumi della plebe parevano di villaggio, e quelli dell'aristocrazia riproducevano entro la più severa delle cornici storiche il quadro effimero delle eleganze parigine.