Della republica del '49 non restava altra traccia che il Vascello ancora rovinante: in Campidoglio durava, superstite maschera, un senatore del quale nessuno si occupava, e che a certi giorni usciva in grande pompa di carrozze e di valletti, come idolo vivente nella città di tutte le idolatrie.

Questa era la capitale assegnata da tremila anni di storia all'Italia divenuta finalmente nazione. Quando Garibaldi cadeva moschettato dai bersaglieri sul pianoro di Aspromonte, Roma papale non avvertì nè il pericolo, nè la speranza dell'avventura rivoluzionaria: i clericali ne sorrisero sprezzantemente, i liberali indettati dal La Farina se ne rallegrarono come di un trionfo della monarchia piemontese.

La convenzione di settembre.

Infatti poco dopo il ministero Minghetti, dal quale il Farini aveva dovuto uscire per malattia incurabile, dava al problema di Roma capitale la sola possibile soluzione per la monarchia.

Anche questa volta l'iniziativa venne dall'Inghilterra e dalla Francia. All'indomani di Aspromonte lord Russell, proseguendo nella politica di ostilità all'espansione dell'impero bonapartesco, che colla spedizione al Messico accennava ad un'azione potente anche nel nuovo mondo, protestava vigorosamente contro l'occupazione francese a Roma, dichiarando la Francia responsabile del brigantaggio napoletano e di ogni possibile complicazione europea nella questione italiana. Il legato francese De Sartiges, succeduto al Benedetti, invitò quindi il gabinetto di Torino a riprendere gli studi per una conveniente soluzione del problema romano.

Il ministero, angustiato dalle agitazioni in favore della Polonia, dai risultati dell'inchiesta parlamentare sul brigantaggio, dagli scandali di ladrerie negli appalti delle strade ferrate pei quali l'ex-ministro Bastogi e troppi altri deputati avevano dovuto ignominiosamente dimettersi; sferzato dalle accoglienze entusiastiche fatte a Giuseppe Garibaldi (marzo 1864) a Londra nell'intendimento di osteggiare l'alleanza austro-prussiana a danno della Danimarca; sopraffatto dall'avvilimento del nome italiano in Europa, credette necessario a salvarsi un grande colpo politico.

Le trattative su Roma furono riprese.

Napoleone III, persuaso finalmente che la perfidia della curia romana e l'indomabile istinto della rivoluzione italiana avrebbero potuto suscitare dall'occupazione francese in Roma motivi di guerra europea, pensò a trarsi dal cattivo passo senz'offendere le facili suscettibilità dei clericali francesi. Il suo disegno finissimo per eccessiva semplicità consisteva nel ritirare le truppe da Roma, incaricando la monarchia italiana della salvaguardia del papa, e chiedendole un pegno tale delle proprie promesse che significasse in faccia all'Italia e all'Europa una tacita rinunzia a Roma. Cotesto pegno doveva essere nell'elezione di un'altra capitale.

Alle prime aperture del governo francese il gabinetto italiano ripropose la già fallita convenzione di Cavour: sgombro delle milizie francesi da Roma e dal territorio pontificio, impegno per l'Italia di non assalire e di non tollerare che altri assalisse il dominio del pontefice. Era un'abdicazione al diritto nazionale col solito sottinteso di mancare al trattato qualora eventi fortunati lo permettessero: la politica regia non poteva sottrarsi a siffatto espediente. Ma l'imperatore, indovinando il facile giuoco, pretese dall'Italia l'elezione di un'altra capitale per esautorare simultaneamente la tradizione piemontese e il diritto nazionale. Il ministero accettò. La subdola convenzione del conte di Cavour, che all'indomani della proclamazione del regno italico mirava con ogni sforzo e a qualunque prezzo di contraddizioni a trarre i francesi da Roma, diventava coll'elezione di una nuova capitale un'esplicita rinunzia a Roma: la presenza nel ministero del Minghetti, ex-ministro papalino, e del Peruzzi, toscano tardi convertito all'idea dell'unità, spiegava anche troppo chiaramente il pensiero politico del governo. Non si voleva andare a Roma; dopo la Francia si temeva dell'Europa; il papato, istituzione millenaria, cosmopolita, necessaria al cattolicismo, era giudicato inseparabile dal dominio di Roma; la monarchia italiana non osava abbatterlo. Si sentiva che la rivendicazione di Roma avrebbe reso per sempre inconciliabili monarchia e religione; il bigottismo del re rabbrividiva all'idea di così terribile guerra; si esagerava il sentimento religioso delle popolazioni; non si credeva al già visibile declino dell'impero napoleonico; non s'intravedeva, e sarebbe stato facile e Mazzini da anni l'aveva annunziata, la lotta imminente fra Prussia ed Austria, che doveva ripetersi maggiore fra Germania e Francia. Il dottrinarismo monarchico, effimera ed assurda miscela di tradizioni regie e d'idee rivoluzionarie, di classicismo accademico e di empirismo plateale, doveva soccombere nel grande problema di Roma.

D'altronde la necessità di trarre da Torino la capitale coonestava l'espediente. Quanto all'umiliazione e all'impossibilità di proteggere il papa da nuovi assalti italiani, dopo la triste vittoria di Aspromonte non ci si pensava: all'accusa di abdicazione con sottigliezza parlamentare si rispondeva invocando i plebisciti e proclamando che colla nuova convenzione Roma ridiverrebbe dei romani: a questi il pronunziarsi contro il papa in favore dell'Italia. Ma poichè li si conosceva incapaci di tanto, si ripeteva con orgoglio l'insidioso argomento.