Negoziatori italiani della convenzione, che prese nome dal 15 settembre 1864, erano il Nigra, allievo del Cavour, ambasciatore a Parigi, e il marchese Gioacchino Pepoli, parente dell'imperatore, laido per vizi, vano nella depravazione del poco ingegno; pel governo francese firmò il ministro Drouyn de Lhuys. Dei cinque articoli il primo statuiva che l'Italia nè assalirebbe, nè tollererebbe assalti al territorio pontificio; il secondo fissava allo sgombro delle truppe francesi da Roma il termine di due anni; il terzo assentiva al papa la formazione di un esercito anche di mercenari stranieri; il quarto obbligava l'Italia a negoziare colla Santa Sede per l'assunzione di una parte dei debiti delle antiche provincie pontificie; il quinto stabiliva la ratificazione della convenzione nel termine di quindici giorni. Un protocollo esigeva però, ad ingiuria della fede italiana, che la convenzione non avrebbe effetto, se non quando il re d'Italia avesse decretato il trasferimento della capitale in altra città.

Per tale convenzione risorgeva a Roma il federalismo: invano governo, parlamento e plebisciti avevano sino allora decretato una l'Italia e Roma sua metropoli. Il papa acquistava il diritto di armarsi contro l'Italia, alla quale da anni faceva un'orribile guerra di brigantaggio, mentre la nazione veniva condannata ad essere il suo gendarme e a ripetere indefinitamente la tragedia di Aspromonte, se tutti gl'italiani non rinunciassero unanimemente ai patrii diritti.

Ma all'infuori di Roma nessun'altra città poteva essere capitale d'Italia. Torino rappresentava la conquista regia, tutte le altre erano state conquistate; Firenze non era più che la maggiore prefettura di Toscana, illustre di gloria antica quanto povera di significato moderno; Napoli, capitale delle due Sicilie, mancava di affinità col resto d'Italia: trasportarvi la capitale sarebbe stato un cadere dall'assorbente prepotenza piemontese nella più inorganica preponderanza napoletana.

Senza Roma capitale la rivoluzione italiana non era più che una conquista piemontese.

Ma la monarchia, che aveva vinto come negazione della rivoluzione, era spinta irresistibilmente alla rinunzia di Roma. Il Pasolini, uscito allora dal ministero degli esteri, l'affermava esplicitamente; D'Azeglio, nel più misero dei propri opuscoli, lo dichiarava con inconscio candore; il Boggio, deputato e pubblicista eminente fra i moderati, aveva già confessato durante la tragedia di Aspromonte, che Roma conquistata da Garibaldi all'Italia sarebbe stata una sventura per la monarchia; e infatti questa non avrebbe avuto al proprio attivo che il tradimento francese di Villafranca. Il Peruzzi con astuzia toscana preparava già per Firenze il fasto e l'enorme debito di una capitale immutabile; il Minghetti diplomatizzava accennando in un indefinibile avvenire alla possibilità di ottenere Roma, ma lavorando con energia ad assidere stabilmente il governo a Firenze.

L'Italia taceva come per Aspromonte.

La formula ipocrita: «Roma dei romani», contro la quale i pochi mazziniani di Roma protestarono nobilmente, era l'argomento rivoluzionario per sedurre i più ingenui; la perfida riserva di tradire la convenzione dopo lo sgombro dei francesi, e appena se ne presentasse il destro, l'argomento politico per convincere i più restii.

Fortunatamente per la monarchia, il papato, pauroso di un vero abbandono da parte della Francia, protestava contro la convenzione dandole l'apparenza di un falso patto.

Ma il modo col quale il governo l'annunziò al paese, ne tradì il triste segreto: invece di publicarne francamente il testo, si credette furberia preavvisare nell'Opinione, organo massimo del partito moderato, che nel termine di due anni cesserebbe l'occupazione dei francesi in Roma. Pochi giorni dopo la Gazzetta di Torino, altro giornale officioso, in un articolo apologetico della convenzione, s'abbandonava a minacce contro Torino, se mai osasse per grettezza municipale contrastare al trasferimento della capitale. Allora la vecchia metropoli piemontese, che credeva ingenuamente di aver conquistato l'Italia, s'inquietò: si sapeva che Vittorio Emanuele era contrario alla convenzione per dignità di re italiano e più per orgoglio di principe savoiardo; una ressa di popolo tumultuante assalì gli uffici della Gazzetta di Torino, e non si sperdette che sotto i colpi di daga dei poliziotti; il consiglio municipale raccolto a seduta improvvisa protestò; circolavano voci di altre cessioni territoriali alla Francia; si temeva per l'integrità piemontese; il ministero con singolare inettezza, non prevedendo tanto subbuglio, non aveva preso precauzioni, e non osava prenderne. Il tumulto degenerò in ribellione, la legione degli allievi carabinieri tirò sul popolo inerme che gridava: «Abbasso il ministero!»; la sera appresso nuove rappresaglie ed altro sangue. Si contarono 23 morti e 80 feriti, fra i quali un colonnello. La guardia nazionale potè a stento frenare la strage. Finalmente il re costrinse il ministero a dimettersi, incaricando il Lamarmora di formare il nuovo gabinetto, e lo sdegno municipale della città si placò in una indefinibile speranza sul nome di questo illustre piemontese.

Trasporto della capitale a Firenze.